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27.03.2026 10:51

Il sensus fidei di Leone XIV e il misticismo del reale in Dante e Agostino

3 GIUGNO – «Ieri vi ho pensato». Così iniziava, qualche giorno fa su whatsapp, un amico che voleva segnalarci il senso del “misticismo del reale” nei quadri di Vermeer.

L’aveva anche sua moglie, questo particolare intuito nell’avvertire un “Qualcosa” qui e adesso. Una facoltà la sua (acuita dalla sofferenza della lunga e infine fatale malattia), che riusciva a convivere con il suo asserito ateismo proprio in forza della sua convinzione che un Qualcosa ci fosse “qui” e non chissà dove.

L’osservazione del nostro amico era una frasetta, buttata lì in un rapido scambio su tante altre cose.

Papa Prevost, in questo mese scarso di pontificato, ha già più volte richiamato l’importanza del “sensus fidei” come forma autentica di spiritualità. Durante la sua prima udienza al Collegio dei Cardinali (10 maggio 2025), ha sottolineato la necessità di accompagnare i fedeli evitando posizioni “eccessivamente razionaliste” che chiudono alla presenza dello Spirito nella storia.

Leone XIV ha messo il dito nella piaga.

Le posizioni “eccessivamente razionaliste”, infatti, sono state e sono il rogo sul quale la Chiesa di Cristo (così chiamata con imprecisa sintesi, ma che in realtà è l’amministrazione della Chiesa di Cristo, dato che la Chiesa di Cristo sono gli amministrati, cioè i cristiani, Sue membra vive) il rogo sul quale – dicevamo – l’amministrazione della Chiesa ha (non sempre metaforicamente) giustiziato le luci donate dallo Spirito Santo (questo negletto) a privati affinché le diffondessero al prossimo. Sul quel patibolo dalla scia di sangue lunga secoli, sono saliti anche gli scritti di Maria Valtorta, ultimi a esser sbattuti all’Indice (con la stupida motivazione della disobbedienza dell’editore, stufatosi di aspettare un imprimatur ipocritamente promesso e mai arrivato) prima della sua abolizione; e quelli di Luisa Piccarreta, chiusi per 58 anni nei cassetti del Sant’Uffizio (dal 1938 al 1996) finché un vescovo coraggioso è riuscito a riaverli, Deo gratias. Ben prima di loro, su quel rogo era finito anche La mistica città di Dio, lo scritto della oggi venerabile suor Maria di Àgreda sull’Immacolata. Scritto colpevole di riasserire, dopo Duns Scoto, quanto Tommaso d’Aquino aveva negato (che Maria fosse nata preservata dalla Macchia Originale), e per di più d’aver scritto in modo “blasfemo”, cioè (tradotto dall’ipocritese esaltato dell’epoca) senza i fronzoli fabulistici della Spagna barocca per cui la Madonna – secondo l’Inquisizione spagnola – non poteva muovere un muscolo senza che un corteo angelico suonasse la grancassa e si scatenassero altri mirabolanti segni soprannaturali. Quando, dopo dieci anni, un confessore meno annebbiato disse alla Àgreda di riscrivere tutto quanto le era stato fatto bruciare, lei non ricordava più tante cose; ma soprattutto infarcì il racconto di fronzolute invenzioni, ben intenzionata a non esser più deferita all’Inquisizione spagnola per aver scritto né più né meno di quanto visto e udito. E così oggi ci ritroviamo tra le mani un testo irrimediabilmente datato.

Gli scritti vergati da Valtorta e Piccarreta non sono invece datati, né mai lo saranno, perché la Parola di Dio – anche quella versata nel’imperfettissimo recipiente della rivelazione privata – è perfetta in saecula saeculorum. Siamo noi a doverla interpretare sempre meglio; quindi, da un lato, evitando di fare catechismo sul manuale del Concilio di Trento come se lo Spirito Santo non ci avesse detto in seguito verità più alte di quelle tridentine; ma anche, dall’altro, senza falsare le traduzioni dal greco millantando che nel Vangelo vi sia scritto, giusto per fare un esempio, “pace in terra agli uomini che Dio ama” anziché “di buona volontà”. Si vuole cambiare il Gloria a Messa per essere inclusivi e perché oggi fa scandalo ribadire una mera constatazione di fatto, e cioè che chi non ci mette almeno un pizzico di buona volontà nella vita la pace del cuore se la scorda? Ok. Invece tradurre male perfino le letture dal Vangelo, no, questo è falsificazione del depositum fidei, cioè qualcosa che nessuno, neppure il papa, è titolato a fare.

Il monito di papa Leone XIV Prevost, è dunque una bacchettata all’aristotelismo reo di quanto sopra e di molto peggio (cancellò l’agostinismo: vedi le tre puntate precedenti: prima, seconda, terza). Ciò fa sperare che un giorno vedremo all’orizzonte il ritorno della spiritualità che ha nutrito il Cristianesimo nei suoi primi mille anni di storia.

La Weltanschauung della moglie buonanima del nostro amico – “atea” e “mistica” al contempo – rappresenta un ottimo esempio delle conseguenze di quella rivoluzione (agli anacoreti che gridano, anche giustamente, contro le rivoluzioni non piacerà che il loro beneamato aristotelismo venga chiamato così; ma tant’è. Anzi, quella fu la rivoluzione madre di tutte le altre: vedi il capitolo “Aristotelicus Dantes? Il genio di Tullio Gregory” in Il Dante dimenticato).

Essendo Dante e Shakespeare i due campioni assoluti del misticismo del reale (ma quale grande letteratura non lo è?), esso è stato, specie negli ultimi anni, anche il Leitmotiv della nostra produzione narrativa, e lo abbiamo studiato ben oltre quanto ci serviva per scrivere.

Il misticismo del reale è quanto già i Padri della Chiesa chiamavano biblia pauperum, la Bibbia dei Poveri. Il Creato parla, non servono scuole per capirlo ma «intelletto d’amore».

Ne abbiamo spiato le tracce fino a Giacomo Leopardi e a Baudelaire, due “atei” che soffrivano di questa stessa sensazione netta di un “Qualcosa di Più” presente nella realtà circostante, non in un indefinito altrove, che però essi – al contrario dei lontani antenati (come abbiamo visto le settimane scorse) – non riuscivano più a decodificare. Se Leopardi e Baudelaire fossero vissuti nell’XI-XII secolo, probabilmente sarebbero felicemente approdati l’uno nella Chiaravalle Fiastrense, così vicina a Recanati, e l’altro o nella comitiva di amici con cui il giovanissimo Bernardo di Chiaravalle rifondò l’ordine cistercense, oppure, poco più tardi, nell’Abbazia di Saint Victor, con il canonico agostiniano Riccardo che, riprendendo sant’Agostino, invitava a trovare la Pienezza nel proprio cuore anziché cercarla vanamente all’esterno.

L’inquietudine sottesa a quella sensazione della moglie del nostro caro amico è la stessa che passa sotto il nome di «noia» di Leopardi: è il sentimento della sproporzione che avvertiamo tra la piccola quotidianità del reale attorno a noi (un bel panorama, il profumo delle lavande) e la grandezza del desiderio che quel reale ci suscita pur essendo inadeguato ad esaudirlo. Ed è la stessa intuizione dolorosa di Baudelaire, che percepiva la realtà come simbolica, ma ne aveva perduto la chiave interpretativa. Senti che il reale attorno a te ti sta dicendo delle cose, ma in una lingua che non conosci. È il rovescio della rivelazione cristiana: la Parola svelata all’Uomo. È il cammino «progressivamente all’indietro» come diceva Eliot. Ciò che Dante e i vittorini sapevano intelligere nel reale circostante, Leopardi e Baudelaire cercano di grattarlo, a unghie nude e sanguinanti, dal reale che non riescono più a intendere. Perché la sapienza – poetava William Blake – si vende nel mercato desolato dove nessuno viene a comprare: già Peter Dronke, il grande mediolatinista, lo aveva accostato a Dante nel suo capolavoro Dante e le tradizioni latine medievali. E noi lo abbiamo adibito “ad uso migliore”, secondo i dettami di sant’Agostino, contaminando con quei versi il nostro racconto shakespeariano della Divina Commedia  come vedremo tra poco nella prima delle tre scene qui sotto.

Da quali gramignose radici si sia giunti a questa dicotomia, a questa contraddizione, lo abbiamo ricostruito raccontando Dante e la Divina Commedia rubando all’impareggiabile penna di William Shakespeare; e lo stiamo ripercorrendo in queste chiacchierate estemporanee con annesso reading mentale dalla trilogia Dante di Shakespeare. Quarta serata di lettura nel Theatrum mentis, dunque, alla quale è giunto il momento di passare la parola.

Dopo i reading delle prime due serate, concentrati sul primo tomo (Amor ch’a nullo amato), e il terzo appuntamento, la settimana scorsa, con focus su un paio di scene dal secondo volume (Ahi, serva Italia!), siamo giunti al terzo della trilogia (Come è duro calle), il più corposo, dal quale vi proponiamo qui tre scene.

Nella prima, tratta dal I atto, assistiamo a una visione paradisiaca di Dante, in fuga con i guelfi bianchi, dalla rotta di Serravalle Pistoiese, espugnata dai Neri guidati da Moroello Malaspina, il «vapor di Val di Magra» (che poi, per i buoni offici di Cino da Pistoia, diverrà uno dei mecenati di Dante, ospitando l’esule nel suo castello). In questa visione Dante, la cui fede in questo periodo tentenna alquanto e la cui filosofia sta quasi cedendo all’aristotelismo, vede la madre Bella, l’avo Cacciaguida e Piccarda Donati profetizzargli le sofferenze che lo attendono per conquistare quella sapienza che gli permetterà di decifrare il reale.

Nella seconda scena delle letture di stasera balzeremo invece alla fine del I atto, quando Dante, di passaggio a Padova, fa visita a Giotto mentre nella cappella degli Scrovegni affresca l’allegoria dei Vizi e delle Virtù secondo la suddivisione della tradizione agostiniana. Qui Dante ha una visione di mastro Brunetto Latini, i cui consigli dall’infernale aldilà, tuttavia, sono aristotelicamente tesi a seguire «la stella» che lo condurrà a «glorioso porto», cioè al successo mondano.

Il clou giunge nella terza e ultima scena di oggi, tratta dal II atto e ambientata nel confessionale della cappella del monastero templare di Bologna. A proposito di contaminazioni (fili diacronici a noi tanto cari da inzepparne i nostri libri) ce n’è una molto speciale, che ci riporterà ai banchi di liceo. E, a proposito di licei, in grazia della suddetta contaminazione questa scena fu scelta per un reading di studenti, e mentre declamavano il passo ‘contaminato’ le voci si’incrinarono di emozione. Ce lo ricorderemo per tutta la vita. Neppure una recensione sul Times Literary Supplement poteva gratificarci tanto.

Ricordiamo che i brani della trilogia sono in parte teatrali (ossia con i nomi dei personaggi in maiuscoletto, come in un copione, e le didascalie che descrivono scena e ingresso/uscita dei personaggi) e in parte narrativi (ossia “disse Tizio arrivando”, “Caio rispose, e poi se ne andò”). Non ci si stupisca dunque dei formati eterogenei.

Buona lettura.

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Brani tratti da: Dante di Shakespeare III – Come è duro calle, atto I, pagg. 40-43; atto I pagg. 112-118; atto II pagg. 143-162.

1) Atto I pagg. 40-43:

Piccarda. «Prepàrati: la notte da attraversare si fa sempre più nera. Come un cieco brancola senza sapere se sia davvero cieco, o non piuttosto accecato dalla forte luce che regna in quel luogo, che agogna e non trova – ma in cui forse è già –, così tu andrai errabondo nel tuo esilio da Firenze, paralizzato nell’anima, sragionevole come le umane generazioni: cieco alla vista del bene, sordo all’ascolto della verità, muto per insegnarla, inerte alle opere sante, immobile al cammino sulla via del Cielo.»

Accanto a Piccarda appare lo spirito di Cacciaguida, nella sua armatura da crociato: brandisce una croce luminosa grazie a delle fiaccole.

Dante. «Che vedo! Svettar, come dal vero, il bellicoso mio avo Cacciaguida, nel portamento simile a un Marte. Il fuoco, dei quattro elementi di cui si compone la materia, è il più leggero, e ascende sempre più in alto. Adegua il canto, o Musa, all’altezza di cotanta sapienza, che non v’è tema più nobile! Il mio ingegno non basta all’impresa, inseguito come sono dai cavalieri dell’Apocalisse annientatrice. Tutto darei in cambio della sapienza!»

Accanto ai due spiriti appare Bella, la madre di Dante.

Bella. «Tutto daresti per la sapienza? Sei sicuro di ciò che vuoi e del suo prezzo, figlio mio?»

Dante. «Sì, madre! Tutto.»

Bella. «Mira quella croce e sappi che la sapienza si compra a un prezzo che nessuno possiede: la casa, la moglie, i figli, la vita, se stessi. La sapienza si vende nel mercato desolato dove nessuno viene a comprare e nel campo inaridito che il contadino ara invano per guadagnarsi il pane.»

Dante. «Queste parole feriscono come pietre. Vi leggo un fato scritto con le lacrime.»

Bella. «Spera sempre, figlio, spera senza pretendere nulla, perché la sapienza non promette nulla quando dice: “Vieni”.»

Cacciaguida. «Il tempo futuro sta tutto dipinto al cospetto dell’Eterno, ma da Lui non è predestinato più di quanto una nave venga costretta sulla sua rotta dall’occhio di chi la guarda dalla riva. Da lì, come dolce armonia d’organo all’orecchio, giunge alla nostra vista il tempo che ti si apparecchia.»

Piccarda. «È irto e spinoso il sentiero d’ingresso alla terra benedetta il cui sole non conosce tramonti, in cui non regnano aspidi e scorpioni né fiere selvagge, in cui sono ignote bufere e brine ed eterna è la primavera, e pingue di sovrannaturale cibo è ogni essere, e miele stillano tronchi, e di latte sono le fonti, e l’armonia è luce e la luce è armonia, e felici come fiori in un sereno mattino d’aprile sono gli abitanti e ridono di perenne gioia riflettendo il divino riso del Signore.»

Bella. «Sassi e rovi, liane e stretti passaggi su orridi abissi e torrenti vorticosi, oscure svolte e ventose zone di burrasca sono nel suo principiare. In alto una sola stella: la trinitaria Sapienza, unica luce, calore, voce, speranza, conforto, fede e guida per l’eroico camminatore.»

Dante. «Dure parole da accogliere!» (si ode una musica)

Piccarda. «Quest’armonia d’organo è la sapienza d’Amore.»

Dante. «Oh, sapienza d’Amore, come sei fresca tu, e vivificante!»

Piccarda. «Ella, nella Sua infinita capacità, può ricevere tutto, come il mare, ma nulla, qualunque ne sia l’altezza e la sostanza, la penetra senza dissolversi al suo interno!»

Dante. «La sapienza d’Amore è sempre così piena di divine fantasie da esser alta fantasia da sola[1]. Che la mia fame alfine d’ella si sazi, e anzi possa ammalarsene fino a morire e non tornar più nel vivere del mondo ch’è solo un correre alla morte.»

Bella. «Nei suoi recessi si entra spogliati di tutto, figlio, e senza sapere nulla. Nudo, affamato, misero di ciò che è di questa giornata terrena, ma sazio, ricco, in veste regale di ciò che è del Giorno eterno.»

Cacciaguida. «Venite a vedere quanto è scritto nel fondo di quest’anima! Dio non verga su carta o su tela, soggette a perire, e neppure sulla pietra che, spazzata dai salsi venti dei secoli, scheletrisce come Luni e Urbisaglia, o agonizza quali Senigallia e Chiusi, l’una e l’altra coppia di spente cittadi poste agli estremi dell’equòreo e silvestre alveo che fu riparo alla stirpe nostra. Dio si diletta di scrivere in fondo ai cuori che Lo cercano: il consunto calamaio e l’inchiostro inaridito Egli li investe di luce per farli rivivere ad uso migliore. E i Suoi caratteri sono incancellabili.» (Dispaiono tutti gli spiriti)

Dante. «No, non ve n’andate! (barcolla) Ma invano grido: sono di nuovo qui, a chiedermi se tutto ciò non sia solo allucinazione, fallace conforto di torti patiti, miraggio di oltremondani risarcimenti.» (Si accascia a terra)

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2) Atto I, pagg. 112-118:

Padova, cappella degli Scrovegni.

Il pittore Giotto è intento ad affrescare le pareti con i suoi aiutanti e garzoni.

Entra Dante, ma non viene notato.

Giotto. (dando una pennellata di ritocco) «… ecco qua! Guardate quant’è bella la mia Invidia personificata.»

Garzone. «La migliore tra tutti i vizi che avete finora dipinto in questa cappella. Bella livida… da fare invidia!» (ridono tutti)

Entra Dante.

Dante. «Chi evoca il volto smunto dell’invidia dalla sua immonda caverna?»

Giotto. «Un garzone invidioso, che scarica con la lingua il fardello di quella pessima pantomima del desiderio ch’è l’invidia che gli ingombra il cuore, ah, ah!» (ridono tutti)

Dante. «E ne ha ben donde, dinanzi a cotanto maestro! Ma eccomi a Padova ad ammirare i tuoi nuovi capolavori. (Al garzone) Sai, ragazzo? Mi pare ieri quando il tuo maestro veniva alla spezieria di mastro Brunetto Latini e io, garzone di bottega come lui, gli servivo i colori per mastro Cimabue.»

Giotto. «Come correva di qua e di là mastro Brunetto nella sua bottega!»

Dante. «Quasi gli scottasse sabbia infuocata sotto ai piedi. Pareva voler correre il palio del drappo verde, anzi vincerlo!»

Giotto. «Il palio del drappo verde! La prima settimana di Quaresima, a Verona. L’hai mai visto?»

Dante. «Sì, lo scorso anno.»

Giotto. «Sapete, ragazzi? Anche noi due abbiamo iniziato volendo imitare a tutti i costi i nostri maestri! Mi struggevo per essere alla pari con Cimabue! E che giorno fu quello in cui mi disse: “Non ho più nulla da insegnarti”. Ma l’ho sempre ammirato, mai invidiato.»

Dante. «In un cuore meno nobile del tuo, la pantomima del desiderio porterebbe in sé il meglio dell’amore come il peggio dell’odio. Voler imitare i modelli può condurre all’invidia latente e da qui al rancore e, nel caso di cuori cresciuti su terreni spinosi, perfino all’odio. L’emulazione non sempre avvicina gli esseri umani, può anche separarli, e può fare entrambe le cose insieme.»

Giotto. «Trasparente paradosso. Ma non dei sentimenti covati nei petti si stava parlando, caro Dante, bensì di questa livida donna.» (indica l’affresco dell’Invidia personificata)

Dante. «Se ora la vedessi viva davanti a me – e non di rado essa mi si è parata dinanzi – non sarebbe diversa da questa pennellata figura! La pittura è quasi l’uomo al naturale, tanto più perché il disonore commercia con la natura dell’uomo.»

Giotto. «Stanne certo, qui tra noi non c’è posto per il disonore, non si cela il tradimento, qui non si gonfia l’invidia, non crescono dannate piante velenose, qui non c’è tempesta, né rumore; solo onore e pace serena. Ma dimmi, piuttosto: ti fermi molto a Padova?»

Dante. «No, ahimè. Giro in lungo e in largo per conto degli esuli. e anche nelle poche soste come questa sono di corsa e in affanno quanto ser Brunetto!»

Giotto. «Consòlati: a correre così vincerai anche tu il drappo verde!»

Dante. «Non ci tengo a eguagliare mastro Latini nelle sue corse! Si è fermato solo nella tomba, rigonfio di tristezza.»

Giotto. «Ti tirava per la veste: “Dante!” di qua, “Dante!” di là. Non ci si poteva fermare un attimo a parlare che ti apostrofava: “Che fai costì? E perché con lui?”, riferendosi a me…»

Dante. «Quasi non ti conoscesse!»

Giotto. «In realtà, lo infastidiva qualunque cosa frenasse la sua corsa.»

Dante. «“Segui la tua stella e non fallirai a glorioso porto” mi ripeteva. Per lui non contava altro che la gloria del mondo, e credeva paternamente di dover convogliare tutte le mie giovani forze verso quel fine. Negli ultimi tempi aveva visto in faccia tutti i suoi errori, e s’immalinconì fino a morirne. Non ci fu verso di trarlo fuori dalla sua intima disperazione. Come testamento spirituale non seppe far di meglio che raccomandarmi di eternare la sua fama terrena… Misero maestro mio, m’accora il suo pensiero.»

Mentre il pittore veniva richiamato dai suoi garzoni, il poeta restava a contemplare la pittura, umano artificio che più s’avvicina al divino atto del creare dal nulla un tutto.

«Mirabile potere dell’imitazione del vero» commentò colpito dalle scritte di due vizi che non si aspettava di trovare lì rappresentati. «Al silenzio dei gesti si potrebbe dar voce. In questi tocchi l’artificio di mostrare vizi e virtù vive più vivo della vita. “Stultitia”. E qui “Desperatio”.»

«La stoltezza rappresenta la cattiva volontà nel distinguere il bene dal male» disse Giotto, richiamato dalla lode dell’amico.

«Chi di noi non è stolto almeno una volta al giorno?» sorrise Dante.

«Ma la Desperatio, mastro Giotto, perché dovrebbe essere un vizio? Il disperato suscita pietà» chiese un garzoncello con aria confusa.

«Caspita, ragazzo! Sei stato forse allevato da Maometto o Maimonìde, o sei stato sordo fino all’altroieri da non aver mai udito la buona predica di un saio e d’una tonsura? Disperare è frutto di superbia: il superbo spera in se stesso, fragile barchetta, non crede nell’Alta Provvedenza. E poi, non vedi? La figura è impiccata come Giuda, il Disperato che non volle credere alla Misericordia senza limiti. Vedi lì, sull’altra parete, il suo opposto tra le virtù? La Desperatio è il contrario della virtù divina della Spes, la cristiana speranza che altro non è se non la certezza del Bene futuro!»

«Poiché la virtù» aggiunse Dante «è il rifiuto del vizio e quindi il vizio viene dal rifiuto della virtù, la disperazione è frutto dell’attivo e cosciente rifiuto della speranza.»

«Ben detto, Dante. Lo stesso si può dire della stoltezza, che rifiuta la prudenza nella scelta tra il bene e il male, e così non ha più volontà di discernere e scegliere il Bene.»

«Pur sapendo però dove esso risieda. È quindi un peccare contro lo Spirito Santo, poiché non per ignoranza ma per stolta trascuratezza nelle cose dello spirito evita di curarsi del bene della propria anima» rifletté Dante.

Quanto vividamente tali digressioni gli riportavano alla mente il vecchio maestro e i suoi ultimi giorni! Per alleggerire così gravi pensieri, distolse gli occhi dalle figure dei vizi, e, volgendoli verso l’arco trionfale da cui era entrato, vide sulla controfacciata una grandiosa composizione di colori e figure.

«Oh! Questo è davvero il gioiello più pregiato nello scrigno di questa cappella! Che peccato che entrando lo si abbia alle spalle, e quindi non ci si accorga di un simile trionfo… È opera degna di una visione celeste! Purtroppo distinguo bene solo il Cristo al centro e le ordinate schiere che lo fiancheggiano, non discerno molto gli altri gruppi di figure. Cosa rappresenta quella meraviglia laggiù?» chiese a Giotto.

«Il giudizio finale. Cristo è attorniato dagli apostoli e dalle schiere angeliche. Dalla sua sinistra si partono quattro fiumi di fuoco, che travolgono le anime dannate, seviziate da orribili diavoli e da satana divoratore. I dannati puniti sono lussuriosi, superbi e avari.»

«Immagino che questi ultimi siano innanzitutto usurai, visto il nome di chi ha fatto erigere la cappella…»

«Così è. Enrico Scrovegni l’ha consacrata alla Beata Vergine in espiazione dei peccati del padre Reginaldo, prestasoldi della peggior specie.»

«Ahimè, troppo bene conosco la piaga dell’usura. Essa non ha mai abbandonato Firenze da quando la gente nuova vi arrivò portando il mercanteggio più vile e l’adorazione più scellerata al denaro. Oh, Firenze, quella gente e i suoi sùbiti guadagni generarono in te arroganza e sfrenatezza, così che tu ne piangi tuttora. Se esiste chi con vera violenza pecca contro Dio nelle opere e nell’umano lavoro, questi sono gli usurai. Dimmi Giotto, se tuttora non è così. O se Firenze è cambiata in meglio anche solo un poco dacché ne fui tenuto fuori, non omettere nessun particolare del suo cambiamento.»

«Tutto quello che tu lamenti è purtroppo invariato. Ma anche i luoghi che tanto l’abbelliscono sono sempre gli stessi. Anzi, ora li si può ammirare anche al buio: Firenze di notte è tutta illuminata. Ma solo perché al buio si ammazzava meglio.»

In quel mentre i garzoni avvertirono il maestro che erano finiti i lavori della giornata.

«Amicus Dantes, se vuoi, sei invitato alla nostra modesta tavola.»

«Accetto di cuore, ma prima vorrei rimanere ancora un po’ qua. Le tue figure sono il miglior stimolo alla contemplazione, e il mio peregrinare non concede mai occasioni come queste. Quindi andate pure, non mi farò troppo attendere.»

Rimasto solo, si mise a fissare la grande opera che troneggiava sull’entrata dalla quale erano usciti Giotto e la sua bottega. Aveva già intravisto il gruppo infernale dei diavoli e dei dannati, ma l’occhio non dominava abbastanza quelli che il pittore gli aveva illustrato da così lontano. Attirato verso le vivide figure come una calamita, salì rapido sull’impalcatura.

«Ecco gli usurai! Il loro peccato è reso palese dalle borse di denaro che hanno attaccate al collo. Se solo su ognuna di quelle sacche fosse ben visibile lo stemma degli Ubriachi, dei Gianfigliazzi e degli stessi Scrovegni, così da accusare pubblicamente il loro peccato d’usura!»

Mentre continuava la sua salita, gli colpì l’occhio la rossa lingua di fuoco che attorniava le figure, e gli sembrò che si dividesse in mille fiamme che come pioggia si abbattessero sui dannati. Erano la stessa vista di molti anni prima, quand’era un giovane garzone di bottega nella sua Firenze. D’improvviso sentì tirarsi da dietro verso il basso il bordo della veste. Arrestata l’ascesa, si voltò. Stupore e dolore lo avvolsero insieme.

«Siete voi qui, ser Brunetto?»

Dal piano inferiore dell’impalcatura, annerito di fumo e bruciature, contenendo a fatica l’affanno di chi ha corso senza sosta, lo spirito del vecchio maestro lo guardava.

«Oh, vista così cara e così dolorosa! Le profezie che la visione premonitrice di tanti anni fa mi svelò, al momento del loro compiersi le ho ahimè finalmente comprese. Anche voi mi prediceste l’odio fiorentino contro di me e questo mio tempo d’esilio. Che pena è rivedervi, dopo la vostra morte, tal quale mi foste mostrato in visione quando ancora eravate in vita.»

«Figliolo, permetti che Brunetto Latini si soffermi pochi istanti qui con te» supplicò teneramente lo spettro con l’aria di chi commisera non solo il proprio destino ma anche quello di chi gli è caro. Subito però mutò viso, e puntò interdetto l’indice: «Che ci fai in compagnia di quello là?»

Fu allora che Dante scorse al proprio fianco la figura familiare del Gran Mantovano, colui al quale le sue illusioni prestavano il volto amico di Vanni Virgilio. «Come, mastro Brunetto, non riconoscete dunque l’alto poeta che proprio da voi ho imparato a conoscere e amare?»

«Perché farti guidare proprio da lui, che te ne può mai venire? Segui piuttosto la tua stella! Negli astri stanno talento e inclinazioni! Non hai bisogno d’altro. Solo assecondando il Fato giungerai al successo, se nella mia cara vita terrena non mi sono sbagliato su di te. Quanto ancora t’avrei aiutato se fossi vissuto più a lungo! Ma ora che la mia gloria nel mondo è morta con me, mantieni tu viva almeno la memoria della mia opera. Abbi cura del mio Trésor, perché in lui io vivo ancora.»

Ciò detto, senza dare il tempo d’una risposta, si volse verso l’uscita e si mise a correre nell’aria a gran velocità verso la controfacciata. Vedendolo scomparire tra le figure dei dannati, Dante fece istintivamente per inseguirlo – a troppe cose sentiva l’urgenza di rispondere! – ma al primo passo scivolò. Non cadde per un miracolo, si accorse tuttavia che un lembo della propria veste era rimasto impigliato tra le assi dell’impalcatura. E di nuovo, come tante altre volte prima di questa, non seppe dire cos’avesse visto e cosa invece solo immaginato.

 

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3) Atto II, pagg. 142-163:

Cappella del convento dei templari a Bologna. Su un lato c’è un confessionale.

Entra Dante.

Dante. «Vengo a riposare l’anima in questa deserta cappella del convento templare. Avevo convenuto con Pietro di trovarci qui all’ingresso, ma temo si sia stufato d’attendermi. Passo da un ritardo all’altro. Comincio a temer d’essere in fisso ritardo sulla vita che fugge rapida. Perdo tutti gli appuntamenti: Giovanni partito per la Marca, e ben prima m’è sfuggito dalla vita Guido mio senza nulla poter chiarire, e la mia Gemma disposata: anch’ella senza la gioia d’una rappacificazione prima dell’esilio. Il mio buon amico templare m’aveva invitato ad ascoltare un maestro francescano, venuto da Parigi insieme ad alcuni suoi compagni, che starebbe tenendo alcune lezioni riservate ai cavalieri del Tempio proprio in questo loro convento le cui mura conobbi da studente. Non ha voluto rivelarmi di più. Se solo sapessi in quale ala del vasto monastero dovrei recarmi! Non ho trovato nessuno a cui chiedere. I corridoi sono deserti. Saranno tutti accorsi a udire il maestro parigino.

(Si odono alcuni colpi di tosse provenire dal confessionale)

Ah, c’è dunque qualcuno in quel confessionale! (si sporge a sbirciare) Dalla fitta grata intravedo solamente un saio. Sarà il cappellano dei templari. Chiederò a lui dove trovare Pietro e la lezione del maestro da Parigi.»

Va al confessionale e si china per parlare all’altezza della grata.

Frate. «Benedìcite. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Dimmi, figliolo… ma inginòcchiati.»

Dante. «Perdonate, padre, in verità non intendevo confessarmi. Sono un ospite e volevo solo un ragguaglio.»

Frate. «Ti ho intravisto, prima, dalla grata; o meglio, ti ho sentito: bofonchiavi da solo.»

Dante. «Perdonate ancora, devo averlo fatto sovrappensiero, non volevo disturbare la quiete vostra e di questa cappella. Ero atteso…»

Frate. «Sì, sì, so tutto: ti ho sentito! Scommetto allora che sei venuto per ascoltare lo Scoto e i suoi compagni.»

Dante. «Come dite?»

Frate. «Giovanni di Duns, lo Scoto esule dalla Sorbona.»

Dante. (tra sé) «Il misterioso maestro venuto da Parigi è dunque lui, il difensore dell’Immacolata! Ora capisco perché Pietro non me ne ha voluto tradire il nome: per farmi una sorpresa. (al frate) Sì, esatto, proprio lo Scoto! Ditemi, se potete: dove posso trovarlo?»

Frate. «Arrivi tardi, figliolo. Lui e gli altri hanno terminato la lezione.»

Dante. «Disdetta! Ma torneranno?»

Frate. «Questo lo sa Iddio. Se però vuoi sapere cos’hanno detto, io c’ero e posso riferirti per sommi capi, se ti è gradito. Oltre all’orecchio fino ho anche buona memoria. Ha iniziato un compagno dello Scoto, con una preghiera. Ti interessa udirla?»

Dante. «Non chiedo di meglio, padre.»

Frate. «Eccola: Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Donami la salute del corpo e il buonumore necessario per mantenerla. Donami, Signore, un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male ma piuttosto trovi sempre il modo di rimetter le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, la sapienza del buonumore. Amen.»

Dante. (tra sé) «Una ben curiosa preghiera, invero, ma devo ammettere che si adatta alle circostanze della mia vita. (Al frate) La sapienza del buonumore, sì, è giusto! Non chiedo di meglio, padre, che abbeverarmi alle fonti della sapienza, di qualunque varietà essa sia.»

Frate. «È la seconda volta.»

Dante. «La seconda volta di cosa, padre?»

Frate. «Che mi dici “Non chiedo di meglio”. Invece penso che tu sia uno che chiede sempre di meglio.»

Dante. «È un male, padre?»

Frate. «Dipende. Hai detto che desideri la sapienza, giusto? Allora ascolta, figliolo: la Sapienza si compra a un prezzo che nessuno possiede: gli amici, la casa, la moglie, i figli, la vita, se stessi. La Sapienza si vende nel mercato desolato dove nessuno viene a comprare e nel campo inaridito che il contadino ara invano per guadagnarsi il pane.»

Dante. (tra sé, cadendo a sedere sull’inginocchiatoio del confessionale)  «Ma queste sono le medesime parole che udii dallo spirito di mia madre! Sillaba per sillaba. Oh, quante ferite esse riaprono. O forse m’inganno? Potrebbe trattarsi solamente d’una citazione da me letta da qualche parte e che nelle mie fallaci allucinazioni avrei imputato al desiderato sembiante materno… sì, dev’essere così; ho letto e studiato tanto che scambio i pensieri per ispirazioni! Ora però basta col farmi guidare da quelli che, forse a causa della mia stessa vanagloria, prendo troppo facilmente come segni celesti! Quante volte mi hanno condotto a sbattere il naso sulla dura lastra del disinganno? Guido me lo aveva pur detto ch’ero demente al pari di san Paolo! (Al frate) Padre buono, io intendevo invero la ricca sapienza di Aristotele… che forse troppo a lungo ho tralasciato.»

Frate. «“Ricca sapienza” dici? Se è ricca, non è sapienza ma supponenza. La Sapienza non è ricca, ma scabra. Nulla fa vedere. Ella dice: “Vieni nella terra che ti mostrerò”. Non la mostra avanti. Dice: “Vieni” e rivelerà la promessa terra solo a chi segue la Sapienza senz’attendere di conoscere ciò che lo aspetta. Come Abramo partì seguendo la voce di Dio, senza conoscere la destinazione. Dio dice: “Vieni”. Non altro.»

Dante. «Lo dirà anche a me? O solo ai Suoi eletti?»

Frate. «Eletti? Intendi i cosiddetti predestinati? Sei averroista, per caso? O un magister ambizioso di fare carriera? Hai dimenticato l’Ecclesiaste là dove dice: “Il Signore è giudice e non ha preferenza di persone”? Non ricordi più il profeta Ezechiele, quando specifica che l’uomo “vivrà per la giustizia che ha praticato” e che il malvagio, se smette e si pente e fa opere buone, “fa vivere se stesso”? La decisione tra cielo e inferi la prende ciascuno di noi. Dio elegge tutti: san Paolo a Timoteo non specifica forse che Dio “vuole che tutti siano salvati”?»

Dante. «Vero. Tuttavia, lo stesso san Paolo rammenta ai Romani le parole del profeta Malachia: “Amai Giacobbe e rigettai Esaù”. I gemelli Esaù e Giacobbe già lottavano nel grembo della madre Rebecca e, pur non avendo ancora compiuto niente di bene o di male, Dio predisse che il maggiore, Esaù, avrebbe servito il minore, Giacobbe.»

Frate. «Figliolo, ma tu sei per caso di quei tanti, troppi, che leggono solo l’Aquinate? Leggi piuttosto Bernardo e, se non lo trovi, dato che oggidì nessuno se ne ricorda più, prendi Bonaventura che ha ricavato tutto da lui: quel passo di san Paolo non significa che il Signore ha predestinato Giacobbe. Al contrario! Dio, nella Sua prescienza, già conosceva la mala volontà di Esaù, che per un piatto di lenticchie, simbolo dei beni carnali, avrebbe venduto la primogenitura a Giacobbe, il quale invece la desiderava essendo essa investitura divina e quindi simbolo delle cose celesti. Solo sulla base di questa libera scelta dei due gemelli, pro o contro il Signore, Egli ha preferito l’uno all’altro. Dio Padre ci porge il bene, non ce lo impone: fa come l’oste che porta il vassoio con le pietanze del giorno; se le vuoi, te le serve, altrimenti se le porta via.»

Dante. «Ma san Paolo specifica che l’elezione di Giacobbe non dipese dalle sue opere bensì dalla predilezione di Dio. Ha forse errato nel dire questo?»

Frate. «Nient’affatto. Non le opere ci salvano, figliolo, non l’obbedienza ai precetti, e nemmeno i cosiddetti meriti, ma le intenzioni. Dice san Bernardo di Chiaravalle nel De gratia et libero arbitrio: “Come noi ci apparecchiamo a Dio, così Lui si apparecchia a noi”. E questa decisione la iniziamo a prendere fin dalla creazione della nostra anima. Morissimo appena concepiti, la nostra maggiore o minore capacità di contenere dentro di noi la Beatitudine ci verrà dal primo sguardo con cui ricambiammo lo sguardo lieto di Dio nel crearci. È dunque una disposizione d’animo. La volontà è anzitutto un’intenzione, è un consentimento, una consensio, come dice san Bernardo, un dire di sì all’offerta di salvezza, un non chiudere le porte a Cristo.»

Dante. «E non è questo forse un merito?»

Frate. «No. Non è un merito. È un non-demerito, per così dire. Sarebbe cioè un demerito non farlo. Come un padre che faccia il proprio dovere verso i figli: non è un merito, ma un evitare un demerito.»

Dante. «E dunque i padri che non assolvono ai propri doveri in famiglia…»

Frate. «… si macchiano di demeriti.»

Dante. (tra sé) «Quanti ne ho accumulati io! (al frate) Ma la presunzione di salvarsi senza meriti grida vendetta al cospetto di Dio.»

Frate. «Certamente. Se la vita ce lo permette, cioè se non moriamo nella culla, le opere devono necessariamente seguire, a conferma della sincerità e concretezza delle nostre intenzioni; altrimenti sarebbero solamente chiacchiere. Tuttavia, senza il consentimento, le opere non ci salvano. Le opere umane sono vanificate dalla corrotta intenzione con cui vengono compiute. Non si salvarono i superbi scribi e farisei del Vangelo, benché gettassero oro su oro nelle bocche del Tempio: il loro ricco obolo era ossequio insincero, pensato non tanto in nome di Dio quanto per comprare la purificazione secondo presunti “patti d’alleanza” alla cui vuota e ipocrita forma l’Altissimo sarebbe stato “costretto”, secondo loro, a soggiacere. Gli antichi Israeliti, infatti, credevano che essere persone di fede consistesse nell’osservare regole. Quindi, figliolo, tutto sta nell’intimo consentimento di cui parla il dolcissimo dottore nostro Bernardo, che fu folgorato sulla via della Fede sai da cosa? Dal De amicitia di Cicerone.»

Dante. «Il De amicitia è un testo pagano.»

Frate. «Sì, eppure Bernardo vi vide prefigurata l’amicizia di Gesù Cristo per l’uomo, quando il Redentore nell’Ultima Cena dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. E poi, sul Monte Calvario, si sostituisce all’umanità macchiata facendosi crocifiggere per cancellare il peccato originale di questa. È la medesima azione che nel De amicitia il vecchio Lelio loda quando parla dell’amicizia quale “summa consensio” e indica come amico perfetto l’amico che si sostituisce all’amico per salvarlo. Perfetta fu in ciò l’amicizia mostrata per Oreste dal buon Pìlade, disposto a spacciarsi per l’amico e subire la condanna a morte da questi meritata. Chi rimira un vero amico, dice Lelio, rimira come un’immagine di se stesso. L’amico è un altro se stesso.»

Dante. «Sì, ricordo il passo: uno scroscio d’applausi, tributato in piedi, al nuovo dramma di Pacuvio su Oreste, aveva premiato la scena in cui, ignorando il re quale dei due fosse Oreste, Pìlade affermava d’esser lui per morire al suo posto: “Ego sum Orestes!”»

Frate. «Questo per dirti, figliolo, che l’intimo consentimento verso Dio, ossia il corrispondere alla Sua somma amicizia per noi, è ciò che fa la differenza; non le opere in se stesse. A sua volta, è ispirato a Bernardo il Beniamin minor del canonico vittorino Riccardo là dove addita la circoncisione di Sichem pretesa dai patriarchi, figli di Giacobbe, ma solo per fine di vendetta. Un popolo non si santifica seguendo precetti corrotti da intenzioni non buone. Neppure sopportando sacrifici e privazioni per disegno personale.»

Dante. «A me è successo, lo confesso. Vorrei non averlo mai fatto.»

Frate. «Nell’officina di Dio non si butta niente! Recuperare per il bene le opere corrotte da intenti poco nobili è la specialità dell’Altissimo. I tre giorni di dolori patiti da Sichem circonciso sono figura della luce del pentimento: il primo giorno guardiamo fuori con vista chiara e ci rendiamo conto di quanto abbiamo commesso; il secondo giorno guardiamo dentro di noi e constatiamo i moti corrotti della nostra anima; infine, il terzo giorno, solleviamo lo sguardo e misuriamo la scalata da intraprendere per tornare sul sentiero che ci conduce a Dio.»

Dante. «Io mi trovo al primo giorno.»

Frate. «O forse nella notte fonda tra il primo e il secondo giorno. Quando sarai giunto al terzo giorno, mi raccomando, contemplato bene il Cielo, non restar lì impalato col naso all’insù e rimbòccati le maniche, come raccomandava Bernardo.»

Dante. «Rimproverava i cluniacensi, in quanto vivevano di rendita. Io non corro certo questo pericolo.»

Frate. «C’è qualcosa che potrei fare per te?»

Dante. «Nulla, purtroppo, ma vi ringrazio per la carità.»

Frate. «Risposta sbagliata.»

Dante. «Non credo d’intendere le vostre parole.»

Frate. «Sì che posso fare qualcosa per te: pregare. La preghiera è la massima carità verso il prossimo. Ma tu intanto promettimi di unire le tue sofferenze alla Croce di Cristo: le ritroverai lassù convertite in felicità.»

Dante. «Prometto. (tra sé) Questo frate mi tratta come un fanciullino.»

Frate. «Lo sei. Tutti lo siamo.»

Dante. «Cosa, padre?»

Frate. «Fanciullini.»

Dante. «Ma… leggete forse nel pensiero?»

Frate. «È nell’anima tua che c’è troppo rumore. E sai chi è? È il fanciullino. Egli nasce con noi, e finché siamo anche noi fanciullini non ci accorgiamo della sua presenza e pensiamo di parlar da soli, mentre invece dialoghiamo con lui. Poi, da giovanotti, ne sdegnamo la compagnia ed egli tace intimidito, tranne qualche sporadico tintinnìo della sua vocina come di campanello, una mite armonia sul fondo della nostra voce fattasi intanto adulta. Quando invecchiamo, il fanciullino riacquista coraggio e torna a far udire il proprio tenero chiacchiericcio, come d’un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello. Gli rispondiamo con tono serio e grave, come un mare affaticato dalle onde della vita, ma chi è invecchiato nella penitenza sa ascoltare nella penombra dell’anima quei suoi ragionamenti fanciulleschi ch’egli detta dentro e si chiamano profondi.»

Dante. «E poi?»

Frate. «Poi cosa?»

Dante. «Come finisce tra noi e il fanciullino?»

Frate. «Lo scoprirai da solo. Non voglio toglierti il piacere della sorpresa. Lo ritroverai in un momento di riposo. Ora invece sei nell’età della dura lotta. E, come nella santa regola cistercense, bisogna che si lavori. Il corpo infatti deve obbedire alla primigenia intenzione di amare Dio: altrimenti diverremmo come quei pagani esaltati che si concedevano ogni vizio, millantando di avere l’animo tanto unito a Dio da potersi permettere di far sfogare il corpo come vuole, eheh!… E anche certi preti di oggi… erano già il cruccio del santo Bernardo: dietro al pretesto che “Dio è Amore e Misericordia” sono insofferenti di certezze dottrinali, regole morali e sante devozioni popolari; ma Bernardo diceva che “la regola morale è per l’anima quel ch’è il corpo per la mente”, ovverossia la sua concretezza nonché l’unico mezzo di rapportarsi correttamente col mondo circostante. Il rapporto con Dio che si creda superiore anche solo a uno dei Dieci Comandamenti è fumo di satana. Oggi, ahinoi, sempre più si vocifera che la Bibbia sarebbe appena semplice latte per il fedele ingenuo, mentre esisterebbero conoscenze esoteriche che costituirebbero il vero vino celeste. Eh, la superbia luciferina è sempre all’opera sui due fronti opposti, tra i razionalisti come tra gli esaltati dello spirito. Se vai a vedere come vivono tali sedicenti religiosi, troverai belle case, begli abiti, bella società e anche… beh, lasciamo stare. Il beatissimo abate Clarevallense diceva che Dio ha offerto la salvezza ad anima e corpo, e quindi dobbiamo liberarci delle cupidigie per domare la carne e riuscire così ad esser padroni dello spirito. Vuoi sapere cosa sia il vero amore? Scaccia le passiones – diceva Bernardo – e fiorirà in te l’affectus, che altro non è se non il contagio dell’amore di Dio. E non basta vincere la sensualità; chi studia, ad esempio, diventa facilmente servo della curiosità, e invece di capire per cosa siamo fatti, si dedica a studiare come sono fatte le cose.»

Dante. «Le cupidigie della mente non sono meno letali di quelle del corpo.»

Frate. «Anche tra noi ministri di Dio. Amiamo attingere alle opinioni dei teologi e dei filosofi anziché alla Bibbia e alla Tradizione, e seguire l’ambizione della ragione piuttosto che l’ammaestramento dello Spirito Santo. Dovremmo ricordarci, piuttosto, che san Dionigi chiama “teologi” gli apostoli. Ecco, vincendo tutte queste seduzioni del male, Dio, come dice il dolcissimo dottore, ci “deifica”, ci divinizza, in anima e corpo.»

Dante. «Ci fa… trasumanare

Frate. «“Trasumanare”… bello. Proprio così, oltre l’umano. Ma attenzione: se rifiutiamo, ci aspetta il disumanare. Tertium non datur. O di qua o di là. Solo in questo mondo transitorio l’uomo può permettersi di essere quell’ondivago miscuglio di bene e di male di cui è composta la sua natura dopo il peccato d’Adamo. Al trapasso, invece, o l’uno o l’altro. A noi la scelta. E siccome trasumanare perfettamente fin da questa terra è cosa ardua, il più dei mortali transita per la severa scuola del Purgatorio; ma sempre anime benedette sono. Concludendo, sta a te decidere se vuoi essere salvato o no.»

Dante. «Intendete che Dio mi avrebbe già detto “Vieni?”»

Frate. «Te lo ha detto, come lo dice a ogni uomo. Dio non si stanca. Se smettesse di richiamarci, la vita di tutti cesserebbe. Se ti pare di non averLo udito è perché, forse come Esaù, non hai voluto porgere orecchio. Il richiamo di Dio produce un maggiore o minore effetto a seconda delle disposizioni di ciascun uomo: la pioggia luminosa e bella del Suo richiamo amoroso è continua su tutti, ma c’è chi non se ne fa minimamente bagnare né illuminare né abbellire. La Sapienza previene quanti la cercano, dice la Bibbia. Conosci questo passo?

Splendida e incorruttibile è la Sapienza,

facilmente è conosciuta da quanti La amano

e si lascia trovare da quanti La cercano.

Per farsi riconoscere previene quanti La desiderano.

Chi si leva per Essa di buon mattino non dovrà faticare,

perché La troverà seduta alla sua porta.

Dunque tu va’ e non tardare: essa ti aspetta! E non chiedere altro, o la perderai. Re Salomone chiese la Sapienza… e la ebbe. Ma poi desiderò altro.»

Dante. «Avevo un amico, il mio primo amico. Si chiamava Guido, di nobile famiglia. Non aveva fede. Credeva nella filosofia, il dio di Aristotele era il suo unico dio. Ora il mio amico è morto, potrei quasi dire che fu per causa mia. Volevo salvarlo, invece si è perduto nel dolore e nella sua ostinata disperazione. L’ho combattuto tutta la vita, con argomentazioni che mi parevano solidissime. Ora penso… che lui avesse ragione… pur se è un inferno in terra per l’uomo vivere con tali ragionamenti! Il Filosofo non ha parole di vita eterna! Né concede spazio al libero arbitrio umano. Mi sorge il dubbio d’aver finora vissuto da pusillanime: temo di essermi riparato con la fede perché non accettavo la dolorosa realtà che governa i destini umani. Non così il mio amico. Egli diceva: “Voglio la verità, anche se dolorosa!”.»

Frate. «E ti pare un pensiero intelligente, questo del tuo amico?»

Dante. «Non è ragionevole desiderare la verità, qualunque essa sia?»

Frate. «È sempre un bene desiderare la Verità, almeno per quel poco ch’essa sia conoscibile dalla nostra povera mente mortale ferita dal peccato di Adamo. Presumere, invece, d’aver in pugno la Verità sarebbe superbia.»

Dante. «State dicendo che si dovrebbe rinunciare ad abbracciare una verità?»

Frate. «Figliolo, sei passato da un opposto all’altro, entrambi erronei. Decidere di non scegliere alcuna verità è già una scelta, e non più saggia di chi pretende di possedere, nel proprio intelletto razionale, una ben salda verità. Su entrambi i fronti il diavolo opera incessantemente per suggerire spunti di scontro che perpetuino questo falso dialogo degli uomini tra loro e distoglierli dalla via maestra, che sta nel mezzo, abbandonata, dimenticata, reietta. Ti dirò pertanto che la strada giusta è nel mezzo: non v’è bene maggiore del voler rettamente andare verso il Vero. Ma ora dimmi: con che cosa s’indaga la verità?»

Dante. «Con la ragione.»

Frate. «E da cosa è mossa la ragione?»

Dante. «Lo sanno tutti: dall’intelletto.»

Frate. «No, con buona pace di certi maestri bianconeri oggi di moda, l’intelletto è solo un tramite.»

Dante. (tra sé) «Maestri bianconeri? Giurerei che intende i domenicani dell’Aquinate. Questo frate m’incuriosisce, tanto più che, per quanto io possa intravedere al di là della grata che ci divide, mi pare un volto che ho già veduto altrove. (Al frate) E da cosa è mossa, allora, la ragione per tramite dell’intelletto?»

Frate. «Dalla volontà. L’intelletto è posseduto dalla volontà: è la volontà che gestisce e muove l’intelletto. Essa, infatti, ha un suo potere di pre-conoscere. Si apprende ciò che si è voluto apprendere, giusto?»

Dante. «L’ho creduto tutta la vita, grazie agli insegnamenti di mia madre; avevo fatto mio l’intelletto d’amore, era il tema preferito delle mie rime… Amor ipse intellectus est.»

Frate. «Dunque sei rimatore, e leggi i cistercensi! Una rara accoppiata, al giorno d’oggi. Di rimatori ve ne sono molti, ma non avevo mai incontrato nessuno che verseggiasse sull’intellectus amoris. I trovatori lo hanno conosciuto e copiato dai cistercensi, trasferendolo senza riguardi alle passioni dei sensi. E così l’intelletto d’amore è stato dimenticato.»

Dante. «Dite bene. Infatti ero l’unico a rimare in tal senso. Ero molto giovane quando una mia cugina me ne parlò per la prima volta. Era in clausura, si chiamava Piccarda.»

Frate. «È morta?»

Dante. «Come mia madre. E, come lei, nella sua breve vita, mi diede la vita dell’anima: misero me, che non ho saputo serbarla degnamente! M’insegnava che l’amore supera e assorbe la ragione, diventando intelletto d’amore, una forma d’intelligenza che comprende quella razionale ma la oltrepassa.»

Frate. «Divino intuito delle dame! Col cuore vedono fin lassù, mentre noi restiamo impigliati nei cavilli delle nostre costruzioni logiche. Dio siede nel cuore, fatto a Sua immagine, non nel cervello, che vaga nella regione della dissomiglianza. Mai la ratio potrà davvero indagare Dio!»

Dante. «Ma ora considero io stesso quella mia fede quasi una paura di conoscere come stessero davvero le cose… Mi assilla la domanda: si può davvero volere ciò che non si conosce?»

Frate. «Tutti gli innamorati desiderano ardentemente ciò che non conoscono… Puoi dire che tua moglie, se ti avesse davvero conosciuto, ti avrebbe voluto?»

Dante. «Direi di no, lo ammetto… Ma come avete indovinato che sono sposato?»

Frate. «Perché mai non dovresti esserlo? E poi noi frati confessori abbiamo l’occhio esperto. Da quando parliamo mi hai già nominato due donne: la madre, la confidente, ovvio che c’è ancora almeno una moglie.»

Dante. «In che senso “almeno”?»

Frate. «Tralascio gl’inevitabili innamoramenti giovanili!»

Dante. «Avete davvero l’occhio esperto.»

Frate. «Per tornare a noi: come vedi, se si ama si desidera, pur senza conoscere veramente. (ridendo) Povere mogli!»

Dante. «Vi piace scherzare.»

Frate. «Anche a Nostro Signore piaceva molto scherzare, ma agli Evangelisti era finita la pergamena per scriverlo, ah, ah! Ora starai pensando: in qual bizzarro frate mi sono imbattuto! Sappi, figliolo, che in questo bel convento templare bisogna aspettarsi di tutto.»

Dante. «Lo avevo intuito, conoscendo il mio amico che vive qui. Devo riconoscere tuttavia, padre, che le vostre parole iniziano a rischiararmi.»

Frate. «Sai perché? Per la Grazia di Dio che esse contengono malgrado la mia indegnità. Ora che ti sei fatto buon sangue con una bella risata e son riuscito a smorzarti la piega amara del volto, ti spiego, figliolo, perché la volontà precede la conoscenza razionale. Esistono due fasi della volontà, una è la volontà di apprendere, l’altra di agire. C’è anzitutto la volontà di apprendere, che viene prima di tutto il resto e nasce dalla percezione, sia essa esterna, cioè dei sensi, o interna, cioè del cuore. Questa volontà di apprendere, con le sue particolari capacità di farsi un’idea di ciò che l’aspetta, comanda all’intelletto di indagare la determinata cosa che alla volontà interessa. Quindi la volontà d’apprendere si può dire che partorisce la conoscenza. La conoscenza, a sua volta, partorisce la volontà di agire, cioè di avere il bene conosciuto, conosciuto grazie alla volontà d’apprendere. Vedi ora con chiarezza che è la volontà a possedere l’intelletto e non viceversa?»

Dante.  (tra sé) «Ci sono! Ora so questo viso chi mi ricorda! (al frate) Sapete, padre, molti anni fa, allo Studium francescano di Santa Croce a Firenze, udii un’opinione piuttosto simile alla vostra: se ricordo bene fu dall’Olivi. Frequentavo le sue lezioni. E anzi, debbo riconoscere che il vostro sembiante me lo rammenta oltremodo.»

Frate. «Hai fatto bene, figliolo, ad abbeverarti a quella fonte di Sapienza che ora, dinanzi all’Altissimo, zampilla la luce più bella, da fondersi con la sapienza di Šlomo.»

Dante. «Intendete re Salomone?»

Frate. «Esatto. Si chiamava Šlomo, in realtà: cinque suoni: Š-l-o-m-o. Cinque, come il numero della vita. Se lo moltiplichi per sette, il numero dei sacramenti, dà 35, la metà degli anni della vita.»

Dante. (tra sé) «Se è per questo, anche il mio nome ha cinque suoni, e anche quello di Guido. Il numero della vita non ci ha portato molta fortuna, direi.»

Frate. «Olivi condivide con Šlomo anche un destino eterno su cui oggi si litiga.»

Dante. «Vero. Ma l’incertezza intorno al destino dell’Olivi mi pare sia alimentata solo dai suoi avversari.»

Frate. «Ahimè sì. Di re Salomone ci si chiede invece se sia salvo o meno, ma con ragione, avendo egli terminato la vita nell’idolatria e nella lussuria. Come vedi, malgrado egli avesse chiesto e ottenuto il celestiale dono della sapienza, in nessun caso la grazia limita il pieno libero arbitrio umano. Confido, tuttavia, che un rigurgito della sua antica saggezza lo abbia portato a pentirsi in articulo mortis.»

Dante. «Anche la vostra sapienza ha il sapore di un dono celeste. Da dove venite?»

Frate. «Dici bene: la mia sapienza non è mia… e donde vengo nessuno sa; dove vado tutto va! Quanto poi alla mia somiglianza con l’Olivi, ebbene, ah, ah!, l’accolgo per complimento tuo e tua virtù… “profetica”, diciamo così: infatti quanto io ti sto dicendo ha le sue radici appunto in Petrus Olivi di venerata memoria. La volontà, anche l’Olivi ne era convinto, ha il primato su tutto. Il tuo nobile amico Guido, scommetto, si sarà interamente dedicato alla filosofia e avrà poco o nulla studiato in direzione della fede. Dico bene?»

Dante. «Avete colto nel segno. Egli veniva qui a Bologna ad ascoltare i maestri averroisti, ma fece spallucce quando seppe che la vocazione di mio nipote al chiostro era sorta dalle pagine sulla Vergine del beato Bernardo Clarevallense che io stesso gli leggevo, e mi dileggiava le volte che provavo ad accennargli qualcosa da opere quali i Quattro gradi della forza d’amore del canonico Riccardo o lo Specchio dell’Amore di sant’Aelredo. S’innervosiva. Forse non avrei dovuto insistere tanto su un argomento a lui sgradito.»

Frate. «Tutt’altro! Sai cosa diceva sant’Aelredo? “L’adulazione genera amici, la verità genera l’odio; l’adulazione tuttavia è molto più dannosa perché, essendo indulgente con gli errori, permette che l’amico precipiti nella rovina”. A proposito, lo sai che fu il Clarevallense a ordinare ad Aelredo di scrivere? E questi, citando anch’egli il De amicitia, dice: “L’amico è uno cui parlare come a te stesso”. Perciò ti chiedo: ma questo tuo amico, che razza di amico era?»

Dante. «In effetti, mi avesse detto almeno una volta: “Da’ qua, fammi leggere un poco”.»

Frate. «Come vedi, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti”, ci esorta Cristo.»

Dante. «Però Cristo stesso ha detto: “A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, agli altri invece solo parabole, affinché guardando non vedano e ascoltando non intendano”, adempiendo così la profezia di Isaia. Perché ad alcuni sì e ad altri no? Non è questo un indizio di predestinazione o meno alla salvezza?»

Frate. «Ma come, malgrado le tue letture hai ancora la mente così pigra? Andiamo bene! O sei uno di quelli dal naso più grosso del cuore, che sanno solo annusare dove tira vento di fama e successo?  Gesù dice “voi”: si rivolge ai discepoli, a coloro che lo seguono perché vogliono ascoltarlo. Gli “altri” sono coloro che non vogliono, come Erode Antipa lo cercava non per fede ma per vana curiositas. La differenza pertanto è proprio questa. A chi ha buona volontà e retta intenzione di trovare il Bene, Dio si rivela; chi invece Gli porge un orecchio mosso solo da fredda o perfino beffarda curiosità, avrà solo le parabole, così che non capirà nulla senza una conversione del cuore. È quanto accade a Erode: incontrerà Gesù, ne resterà deluso e lo insulterà, facendosi beffe di lui. San Bernardo esorta ad accostarsi ai misteri di Dio “quasi admirans et non quasi scrutans”, cioè “come ammirando e non come esaminando”. Se ti accosti a Dio sbarrando però le porte del cuore, non Lo troverai. Il Sole splende dappertutto, ma chi si tappa in casa e chiude gli scuri, resta al buio, e a nulla gli serve spalancare le pupille e proclamare che la Luce non esiste. Quindi il tuo amico, nel non volerti ascoltare, ha peccato di mala volontà, come Adamo ed Eva nostri progenitori.»

Dante. «Disobbedirono perché ingannati dal serpente.»

Frate. «Oh, non vi fu innocenza! Essi vollero farsi ingannare. Quanti sguardi di desiderio avevano lanciato al misterioso albero del Bene e del Male! Il serpente se n’era accorto e agì. Lui studia le nostre debolezze e in quel punto prova a insinuarsi. La prima pietra del peccato la poniamo noi. Se la misura è colma di Dio, niente entra.»

Dante. «La carne è debole.»

Frate. «Un bel pretesto, questo, largamente usurato oggidì. Debole è solo la carne lontana da Dio. I nostri corpi infatti sarebbero sempre forti, come Dio li ha creati, se in essi albergasse ancora la volontà donataci dal Creatore e non la volontà umana da Lui separatasi.»

Dante. (tra sé) «Va bene che i templari venerano l’Immacolata Concezione di Maria, ma ora questo frate mi pare estenda la cosa ai comuni mortali. (al frate) Perdonate, padre, però la Beatissima Vergine avrà pur ricevuto in dono dall’Altissimo, alla sua nascita, una carne ben superiore alla nostra, o erro?»

Frate. «Erri. L’immacolatezza della Vergine non viene dalla sua natura materiale, ma dalla sua volontà. In Adamo ed Eva infatti non fu il corpo a voler peccare, ma la volontà, e questa macchiò con sé anche il corpo, rendendolo imperfetto: soggetto a bassi istinti, sofferenze e morte. Tutte malattie ereditarie, per nostra sventura. Quindi è la volontà di Maria a essere stata preservata dalla trasmissione della macchia originaria. Il corpo lo fu solo di conseguenza: Maria infatti non si ammalava né invecchiava e tantomeno morì, ma si addormentò.»

Dante. «San Dionigi riferisce di aver veduto, insieme ad altri discepoli, la Dormizione del suo corpo incorrotto nei tre giorni prima che venisse assunta in cielo.»

Frate. «Com’è naturale che sia del corpo d’un’anima preservata dalla velenosa eredità di Adamo. Ma sai tu la grande prova che Maria dovette superare nell’attimo del suo immacolato concepimento nel grembo della madre? Dio le fece conoscere il disamore perpetrato da Adamo, che aveva rifiutato l’unione di volontà col Creatore, e l’immenso dolore della Trinità rifiutata dal suo amato; allora lei che fa? Dona la sua volontà umana a Dio senza volerla neppure conoscere e vive della sola volontà divina. Unica creatura al mondo! Un sacrificio più grande non esiste. Grazie a ciò, il divin volere è vissuto dentro di lei fin dal primo istante. Al momento della sua nascita, in lei, nella neonata celeste bambina, tutte le anime si sentirono rinascere, ella nel suo piccolo cuore cullava tutti i germi delle umane generazioni. Manteniamo dunque costante intenzione di fare del volere divino la nostra volontà, senza riserve: questo amoroso intento della creatura produce, nel mare di Dio, piccole onde che si  riversano di nuovo sull’intelletto della creatura e si mutano in luce di conoscenze. È la volontà ad allargare l’intelligenza! Accogli la luce di Dio e questa si farà largo dentro di te affinché tu possa accogliere più luce.»

Dante. «Luce? Oh padre, io per ora non vivo che in una notte oscura. Un lacerante silenzio di Dio!»

Frate. «L’avevo intuito… ma sappi che il silenzio di Dio, se non è provocato dalla nostra ostinazione a non voler udire, è indice del Suo più intenso lavoro in noi: riordina, armonizza e conferma ciò che ha fatto; e, a lavoro pronto, tornerai a udirLo meglio di prima. Quindi il Suo presunto silenzio non dev’essere occasione d’amarezza, ma di più alacre lavoro. A capofitto, dunque!»

Dante. «A volte temo che Dio mi abbia destinato a meno di quanto io sperassi nella mia giovinezza.»

Frate. «“Mi abbia destinato”? Ah, ma allora ti sei foderato le orecchie. Mi hai fatto parlare al vento. Ho la gola disseccata, e tu non hai capito nulla? Sentiamo un po’: tu cosa speravi di diventare?»

Dante. «Da giovane, io… pensavo che… insomma…»

Frate. «Ti vergogni e posso capirlo. Tutti nella primavera della vita rimaniamo vittima di orgoglio e ambizioni, e quando la nostra estate declina verso il languido autunno ci sentiamo come se il destino ci avesse defraudati dei riconoscimenti che avremmo meritato.»

Dante. «È che a un certo punto della mia vita m’era parso che…»

Frate. «Non tentennare. Se non vuoi confessarti, neppure sei tenuto a dirmi altro. Ascolta invece cosa ho da dirti: nel creare tutto l’universo, la varietà di tante molteplici cose, la Santissima Trinità mise una vita delimitata, un “Basta” a ciascuna cosa, in modo che nessuna cosa creata oltrepassasse quel limite.»

Dante. «Sì, è anche scritto nel libro della Sapienza: “Dio ha fatto tutte le cose con numero, peso e misura”.»

Frate. «Esatto, sei sulla buona strada.»

Dante. «Per che cosa, padre?»

Frate. «Per tornare ad avere fiducia. Ora, figlio mio, non fu così nel creare l’uomo; in lui non fu messa una vita delimitata, ma una vita sempre crescente. Dio non volle dire un “Basta” agli uomini, sarebbe stato come inceppare Se Stesso, arrestare la Sua foga d’amore per il Suo prediletto. No, il “Basta” di Dio non si pronunziò nella creazione dell’uomo: la sua vita sempre crescente fu legata al solo libero arbitrio umano, lasciando a piacere dell’uomo decidere fin dove volesse giungere. Se così non fosse, Dio si comporterebbe con noi da padrone e non da padre.»

Dante. «Ma è sotto gli occhi di tutti che vi sono anime di diverse capienze.»

Frate. «Bicchieretti, boccali, alambicchi, bottiglie, fiaschi, bottiglioni e damigiane. Dio ci desidera tutti capienti come damigiane: Egli ci chiede di riversarsi in noi a fiotti, ondate e alte maree. Se non Glielo consentiamo, se distogliamo lo sguardo dal Cielo, se smettiamo di mangiare al banchetto divino e ci fermiamo su false immagini di bene, su desideri terreni, smetteremo di crescere e non diventeremo damigiane ma resteremo contenitori più angusti. Hai compreso?»

Dante. «Credo di sì.»

Frate. «Ma non col cuore. Non ancora. Pregherò per te, uomo dalla dura cervice. Ora devo andare: china la testa per la benedizione.»

Dante. «Non potreste raccontarmi quanto hanno detto lo Scoto e i suoi compagni oggi nella lezione che mi sono perso?»

Frate. «Finora non ho fatto altro, figliolo.»

Avvertenza di Monaldi & Sorti

In questo punto il manoscritto del dramma presenta una lacuna, e altre due arriveranno nel seguito. Qui l’interruzione pare di ridotte dimensioni; mancano però la parte conclusiva della scena precedente e l’inizio della successiva. La prossima scena rivela un filo che lega Dante, la cerchia del filosofo francescano Giovanni Duns Scoto (le cui lezioni Dante a tutti i costi vorrebbe ascoltare) e un celebre dialogo di Platone che parrebbe emergere, contro ogni attesa, nella Commedia. Nel 1304 non solo Dante ma anche Duns Scoto passò quasi certamente da Bologna, come testimoniano documenti storici citati nelle Appendici finali. Il dramma shakespeariano, che ora riprende, introdurrà l’argomento più efficacemente di qualunque chiosa.


[1] High fantastical, è assonanza dantesca (Par. XXXIII, 142: «alta fantasia») che Shakespeare usa anche in Twelfth Night (I, 1).

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