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20.04.2026 11:47

Perché Dante non incontra Sant’Agostino in Paradiso – Bernardo, Riccardo e Papa Leone XIV

20 MAGGIO 2025 – Perché Dante, così impregnato di agostinismo tanto da modellare l’introspezione personale nella Vita Nova sulle Confessioni di Agostino, non incontra sant’Agostino nel suo Paradiso? Non si sa, si fanno ipotesi. Noi abbiamo la nostra.  Dante ama e segue il primo e secondo pensiero di Agostino (quello del primato del libero arbitrio umano concesso da Dio sulla Grazia elargita), e ne rigetta il terzo, quello della predestinazione (derivante dall’attribuzione alla Grazia di un primato assoluto anche sul volere umano). Quale Agostino, dei tre, incontrare dunque nel suo Paradiso? Come farlo parlare? 

Dante sceglie sceglie quelli che ritiene i massimi eredi di Agostino: i cosiddetti “Teologi dell’Amore”, ossia, in primis, Bernardo di Chiaravalle e Riccardo di San Vittore, e ne infarcisce la sua Commedia, sia direttamente con la veneranda presenza di Bernardo (dinanzi al quale il Poeta si commuove perfino, come un pellegrino di terre lontane quando finalmente giunge davanti al sospirato Volto Santo di Cristo;  cfr. Par. XXXI 103-111), sia indirettamente con l’adozione incondizionata del suo pensiero e di quello di Riccardo (una per tutte: il celeberrimo “intelletto d’amore”, cavallo di battaglia di Dante noto a tutti gli scolari, viene proprio da lì). Cosa di cui si accorgono in pochi, in quanto Bernardo, Riccardo e compagnia non si studiano più fin dai tempi di Dante, spazzati via dalla scolastica, tanto che ancora oggi gran parte della loro opera omnia manca di edizioni critiche e/o di traduzioni in italiano. Bernardo è, ricordiamolo, l’ultimo Padre della Chiesa in ordine di tempo.

C’è da dire che entrambi, Bernardo e Riccardo, fondono l’agostinismo con gli influssi del cristianesimo orientale, dei Padri Greci: da Massimo il Confessore a Origene. Anche questo ci porta di nuovo al presente: vedi il bellissimo discorso di papa Leone XIV nel Giubileo delle Chiese Cattoliche Orientali.

In cosa si distinguevano dall’agostinismo come declinato in occidente? Si distinguevano soprattutto per il fatto che ritenevano unica la radice dell’amore spirituale e delle basse passioni: radice sana e diritta, puntata verso il Cielo nel primo caso; contorta e ripiegata verso il ventre nel secondo, come un albero cresciuto male. Dante riprende, e sposa in pieno, questa visione. Lo vedremo man mano (qui sotto e nelle prossime puntate), partendo dai germi iniziali della giovinezza del Poeta (vedi la puntata scorsa, la prima, del 13 maggio scorso) fino al pieno sviluppo negli anni di scrittura della Commedia.

In questa seconda puntata vi proponiamo due scene sull’intelletto d’amore, tratte anch’esse dal primo volume. La prima è un altro dialogo bolognese tra Dante e i suoi amici studenti. L’altra è invece tra Dante e Piccarda Donati, nel monastero delle clarisse di Monticelli a Firenze. A conclusione, troverete giusto un breve passo dalla visione che Dante ha di Cunizza in Paradiso (dopo il celebre “gabbo di Beatrice”, che nel primo volume della trilogia avviene a fine libro, durante le sue stesse nozze con Gemma).

Buona lettura.

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Bologna, davanti all’ingresso dell’università.

Arrivano da una parte Dante e Vanni Virgilio, e dall’altra Pietro il templare e Bertrandus.

Pietro il templare. «Salve, amici. Avete saputo la notizia? Hanno assassinato Sigieri di Brabante!»

Dante. «No! E dove?»

Pietro il templare. «A Orvieto, dov’era in attesa della sentenza papale. Dopo la condanna delle sue tesi averroiste, se n’era andato da Parigi e si era appellato al Papa.»

Bertrandus. «Mehercule! Quis fuit?»

Pietro il templare. «Il suo segretario, in un accesso di pazzia, dicono.»

Vanni Virgilio. «Pazzia? Sarà vero? Si vociferava che Sigieri si stesse pentendo….»

Dante. «Di certo, il suo pentimento sarebbe stato un duro colpo per gli averroisti.»

Vanni Virgilio. «Quando sei stato la bandiera di un partito, ripensarci può costarti la vita!»

Pietro il templare. «È sempre stato uno spirito inquieto. Tra noi Templari, Sigieri veniva tenuto d’occhio: già da studente fomentava tumulti all’università. E da docente, quel suo averroismo radicale, quel suo voler separare la filosofia dalla teologia, lo ha portato a prestar fede più ad Aristotele che alla Scrittura. Ma non possono servirsi due padroni, checché ne blaterino Alberto da Colonia e tutta la truppa dei domenicani. Scrivere di teologia in modo analitico e sillogistico: è follia già solo concepire un simile controsenso. Hanno gettato alle ortiche secoli di dialogo amoroso con Dio, unico luogo della conoscenza. È come cercar di mangiare la dolce crema dell’amore divino con lo spiedo del ragionamento.»

Vanni Virgilio. «Buona questa, me la gioco al corso di retorica. Comunque è vero: guai oggidì a contraddire Aristotele: ipse dixit

Simon. «Tacete: Aristoteles, excelsus magister est! Recte, Dantes?»

Dante. «Senz’altro. È il Filosofo per eccellenza. Pur se anch’io, prima di venire a studiare a Bologna, ho avuto qualche diffidenza. Ma ero un ragazzino, e non ne sapevo nulla. Poi, studiando, ho cambiato idea… almeno finché non ho udito le idee del nostro templare! Comunque sia, riconosco anch’io che Sigieri aveva esagerato: negare l’esistenza dell’intelletto individuale… come si fa? Significherebbe non credere all’immortalità dell’anima! Intendiamoci, la sua idea di partenza non mi pareva affatto deprecabile: la filosofia come disciplina che indaga con gli strumenti della natura e non della fede. Come dire, libera fede in libero pensiero.»

Pietro il templare. «E chi indaga quali e come siano davvero gli strumenti della natura? La povera ragione umana, forse?»

Vanni Virgilio. «Attenzione, Pietro ha posto la quaestio.  Dante, vuoi tentare la disputatio?»

Dante. «No, amici. Ormai tutti fanno teologia con i metodi raziocinanti della filosofia, e non si capisce più nulla. Non è più come una volta, quando ci si limitava a interpretare la Bibbia.»

Pietro il templare. «La Bibbia non si interpreta, si ama. Si ama la sapienza che è in essa.»

Dante. «Una cosa è la sapienza, una cosa la scienza, non pensi?»

Pietro il templare. «La scienza può essere ancella della sapienza, niente di più. Altrimenti genera idiozie. Aristotele maestro eccelso? No, diciamo piuttosto: maestro dei sapientoni[1], di quelli che pretendono di aver capito tutto e finiscono per non capire neppure che si sa solo di non sapere. La scienza, la ragione, può vedere Dio solamente in ciò che Egli non è. Quando mai infatti la ragione potrebbe arrivare ad afferrare o scoprire qualcosa di cui osi dire: ecco, questo è il mio Dio? L’amore invece progredisce di più grazie a ciò che gli manca, afferra di più grazie alla sua indigenza. E così può riposare nel cuore stesso di Dio.»

Bertrandus. «De docta ignorantia Sancti Augustini.»

Pietro il templare. «Esatto. Penetrato in tal modo dall’amore, l’intelletto capisce che Dio è conosciuto solo mediante l’amore. L’Amore!»

Dante. «Pietro, tu ardi! È osar troppo dirti che dovresti cimentarti anche tu nella poesia d’amore?…»

Pietro il templare. «Chiedi di poetare a un cavaliere del Tempio? L’unico mio cimento è la difesa del Tempio eterno che è Cristo. Noi templari siamo nati per questo.»

Vanni Virgilio. «Non per proteggere i pellegrini in Terra Santa?»

Pietro il templare. «E quale terra più santa di Cristo, eterna arca d’Israele? Quando nel libro dell’Esodo l’Altissimo prescrisse l’arca a Mosè, non la volle forata da anelli per essere innalzata e portata dove voleva il Signore? Cristo pure forato, per essere innalzato e portato a tutto il mondo, e da quei fori sgorga un Sangue a intridere un corpo che entra in me col Pane Vivo per farmi entrare in Lui. Ecco l’unico vero Tempio, al quale offro il mio sangue e la mia spada!»

Dante. «”Io sono in te e tu sei in me”… sono versi di Matelda! Oh, cavaliere del Tempio Vivo, tu mi apri nuove porte su cose finora ignote!»

Simon. «Secreti sunt templares!»

Bertrandus. «Mala tempora currunt: periculosum est dire de Eucharistia…»

Dante. «La pensa così anche il mio amico Cavalcanti. Chi parla dell’Eucarestia, passa i guai.»

Pietro il templare. «Senti, Bertrandus? Per una volta c’è qualcuno che condivide la tua pusillanimità.»

Bertrandus. «Non pusillanimitas, sed prudentia est!»

Pietro il templare. «Sconsiderata prudenza. Non potresti esercitarla più a sproposito: tutta la nostra fede è in Cristo realmente presente nel Santissimo Sacramento, il Pane di Dio! È questo l’unico Pane che nutre noi templari…»

Vanni Virgilio. «Certo, se  non si tiene conto di tutti terreni e i castelli che possedete…»

Pietro il templare. «… ed è questo il vero e solo Tempio, e questo noi difendiamo! Senza il Pane Vivo che è Cristo, le nostre chiese non sarebbero più la Casa di Dio. Diventerebbero un oratorio, come lo è una moschea o una sinagoga: luoghi di preghiera, nei quali Dio, personalmente e concretamente – cioè tutto intero in Corpo, Sangue, Anima e Divinità – non c’è.»

Bertrandus. «Prudentia! Verba tua periculosa sunt!»

Pietro il templare. «Non è questa la prudenza che Dio vuole. “Dissiperò la sapienza dei sapienti, riproverò la prudenza dei prudenti”… Dio si rivela senza velami solo a chi va oltre il ragionamento umano.»

Vanni Virgilio. «Ma come si fa a dichiarare la nullità di ogni ragione dinanzi al divino? Perdona, ma temo non mi sia dato comprendere tali assurdità.»

Pietro il templare. «Perché a furia di idolatrare i pagani dell’antica Roma, sei diventato loro simile!»

Vanni Virgilio. «Non può essere altrimenti. Lo era Virgilio…»

Pietro il templare. «Invece di farti scudo dell’antico poeta che non sei, per giustificare i tuoi falli, ammettili e affrontali a viso aperto. Ascolta: Solo quando finalmente trovi Dio nell’amore, capisci i limiti della ragione, il suo drammatico accecamento quando si approssima alla luce abbagliante di Dio.»

Dante. «In effetti l’evangelista Giovanni, che si è trovato in questa tenebra luminosa, dice: ‘Nessuno ha mai conosciuto Dio’.»

Pietro il templare. «E certo! Dove non giunge la ratio, la ragione, giunge la voluntas quando sia vehemens e bona. Solo la volontà  forte e sincera riconquista lo stato originario in cui è uscita dalle mani di Dio. Grazie al ricordo di questo stato originario, la volontà ardente può diventare conoscenza effettiva, anche se non razionale, anzi proprio perché non è razionale e travalica quindi le capacità della ragione: intellectus amoris, che eleva la natura umana al di sopra delle capacità dell’uomo.»

Vanni Virgilio. «Ti pare una colpa il ragionar troppo? Sbaglio forse dicendo che la ragione ce l’ha fatta Dio a Sua immagine e somiglianza? Mi sembra un’ottima objectio.»

Pietro il templare. «Non lo è. Col peccato originale abbiamo perso la somiglianza con Dio. I nostri ragionamenti sono deformi e non più in grado di vedere Dio.»

Dante. «Intellectus amoris… Pietro, in questo intelletto d’amore di cui parli avverto anch’io un non so che di grande e ardente, ma non riesco a vedere chiaramente…»

Pietro il templare. «Visto che sei poeta, ragiona su questo: amor ipse intellectus est.»

Dante. «“L’amore stesso è intelletto”… Come poeta parto dalle immagini, e l’immagine che m’ispira questo detto è come luce bellissima, ma lontana, tanto lontana che mi separa da lei qualcosa come il fitto d’una selva oscura…»

Pietro il templare. «Una selva: dici bene, Dante. Preghiamo di trovare presto il sentiero che ci conduca fuori dalla selva d’errore in cui ci siamo fatti gettare dalle scienze pagane. Renditi conto che viviamo in un mondo alla rovescia: anziché credere alla Bibbia e fare le pulci alla scienza di Aristotele, si sposa con fede assoluta la scienza e la si usa per fare le pulci alla Bibbia. Abbiamo sostituito la fede in Cristo con quella in un sofista pagano.»

Vanni Virgilio. «Però ci ha dato la scienza.»

Pietro il templare. «L’inversione tra scienza e fede è una truffa buona per i fringuelli da osteria come te, ombra di Virgilio. Ma adesso vi saluto, ho una lezione.»

Vanni Virgilio. «A proposito di ombre e osterie: non dimenticare l’appuntamento di stasera!»

Tratto da: Dante di Shakespeare I, Amor ch’a nullo amato, III atto, pagg. 183-188

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Convento delle clarisse di Monticelli.

Dante e Piccarda alla grata del parlatorio.

Piccarda. «Gemma è corsa qui a raccontarmi tutto, caro il mio… novello Geremia!»

Dante. «Voi scherzate, Piccarda…»

Piccarda. «Affatto. Gemma anzi sta già triplicando gli sforzi per migliorarsi nel latino – ovviamente la sto aiutando io – ed essere una sposa alla vostra altezza. Tanto vi ama!»

Dante. «Ne sono compiaciuto. Tuttavia non sono venuto per questo. È che… ho letto il libro che mi avete donato, sull’amore: l’autore è un religioso. Il nome non c’è, ma parla dell’amore per Dio, non possono esserci dubbi…»

Piccarda. «Avete indovinato, lo ha scritto il canonico Riccardo, dell’abbazia di San Vittore a Parigi, il secolo scorso. È triste che non lo abbiate riconosciuto. Come stupirsene? Da quando si studiano i filosofi pagani, un autore come questo, o come Bernardo di Chiaravalle, non se li ricorda più nessuno… Tutti credono oggi che Dio vada pensato. No, Dio va sentito. Dio è Amore, non un meccanismo della ragione!»

Dante. «La vedete come un mio compagno di studi a Bologna.»

Piccarda. «Un templare, scommetto.»

Dante. «Come avete indovinato?»

Piccarda. «Solo noi francescani e i templari la pensiamo a questo modo, ormai.»

Dante. «Curiosa coincidenza.»

Piccarda. «Nessuna coincidenza. Non sapete dunque che già i primissimi seguaci di Francesco ad Assisi erano templari?»

Dante. «Non ne avevo mai udito parlare.»

Piccarda. «Non stento a crederlo. A chi interessa ormai questa storia?»

Dante. «Piccarda, non capisco cosa tutto ciò c’entri con me e Gemma, e con le nozze a cui siamo stati destinati… da altri.»

Piccarda. «Per questo vi ho regalato quel libro: affinché capiate.»

Dante. «Veramente non vi ho trovato nulla di quanto dicevate la volta scorsa sulla supremazia del matrimonio. E mi pare anzi bizzarro che qui, voi…»

Piccarda. «Che vi siano libri del genere in un convento di clarisse? Su, non abbiate paura di dire apertamente quel che pensate.»

Dante. «Lo ammetto. E comunque, in questo libro, che pur descrive la vampa dell’amore che fa ardere i sensi, l’amore spirituale è considerato più eccelso, mentre voi…»

Piccarda. «Bene, siete arrivato diritto al punto dove vi attendevo.»

Dante. «Ovverosia?»

Piccarda. «Voi identificate l’amore tra coniugi con quello carnale. Avete letto il libro, ma non lo avete capito. “Non ti par forse d’esser colpito al cuore quando l’infuocato aculeo dell’amore penetra fino in fondo nella mente dell’uomo, e trapassa il sentimento al punto che esso non riesce più in alcun modo a contenere, o a dissimulare la vampa del suo desiderio? Arde di desiderio, ribolle nel sentimento, avvampa, ansima, gemendo profondamente e traendo lunghi sospiri.” Queste parole non le avete comprese. E…»

Dante. «Non le ho comprese? Io le provo! Voglio dire: mi compenetro tanto in esse da avvertire già in me quella ferita…»

Piccarda. «Non fingete, Dante, non mentite inutilmente. La bugia è macchia dell’anima, anche quando è inutile o ha per suo fine un presunto bene. So tutto della vostra passione per la moglie di Simone Bardi: Forese mi aveva informata già prima del nostro incontro. Per questo vi donai quel libro.»

Dante. «Voi sapete!… E Gemma?»

Piccarda. «Tranquillizzatevi: non sa. Quelle parole, vi stavo dicendo, parlano del santo e giusto amore sponsale, primo gradino verso la chiamata di Dio.»

Dante. «Non vedo cosa abbia a vedere l’amore con un contratto di nozze stipulato da altri, in cui i promessi sposi non hanno voce in capitolo?»

Piccarda. «A dire il vero neppure Gemma vi ha scelto. Guardate però come si è abbandonata mitemente al suo destino. Ha tratto dal male il bene, e ne è stata ricompensata: nel suo cuore è fiorito l’amore per voi, per questo sposo che altri hanno deciso per lei. Non è già una grazia celeste ch’ella vi ami? Non è già un invito del Cielo, una promessa? Scorgete la mano di Dio nel fidanzamento con Gemma, e sarete felice!»

Dante. «Al cuore non si comanda. Lo dice anche Guido Cavalcanti, che ho l’onore di avere come mio primo amico.»

Piccarda. «Povero Cavalcanti, e ancor più povero voi, che si siete fatto traviare da lui; e poveri infine i nostri tempi, persi nei vaneggiamenti della passione per qualunque dama che non sia la propria sposa. Inutilmente coprite il puzzo della libidine con l’eleganza delle rime. Non illudetevi: il cuore viene sempre comandato. Sta a noi decidere da cosa, se dal vizio o dalla virtù!»

Si apre la porta del parlatorio. Si affaccia una novizia. 

Novizia. «Perdonate l’interruzione. Sorella, vi vuole parlare un istante la madre superiora. È cosa breve.»

Piccarda e la consorella escono dal parlatorio, richiudendo la porta. Dante resta solo.

Dante (tra sé). «Oh, ma perché insisto a contraddirla? Non ho forse sperimentato io stesso che, soddisfatte le voglie, restano in bocca sterco e cenere? Maledetto Guido! Ma sono sicuro che anche lui ha gustato di questo sapore che prima t’avvinghia e poi… oh, poi si muta in ispido cinghiale, nera tigre, drago squamoso; così direbbe Virgilio. Ma Bice è un’altra cosa! Bice è un angelo! Che ne può sapere Guido? E che ne può sapere questa monachella, reclusa tra quattro mura?»

Rientra Piccarda.

Piccarda (sedendosi). «Ecco fatto. Ricordate, Dante: Bice Portinari non è un angelo, bensì la moglie di un altro! Attento, commettete adulterio nella mente prima ancora che nelle rime.»

Dante (sussulta). «Non… non comprendo le vostre parole! (tra sé) Ho udito male, o Piccarda mi legge nel pensiero? Comunque sia, sento le sue parole penetrarmi il petto, non so dire se come corrosivo o come balsamo!»

Piccarda (sorridendo). «Ah, di nuovo non capite? Sapete bene anche voi che l’amore desidera all’infinito e non è mai sazio. Ma l’amore carnale gode del finito e conosce quindi un dopo. Chi ama Dio invece gode dell’infinito, e la sua voglia è sempre piena[2]: brama sempre e sempre viene deliziato; il suo desiderio di avere di più viene esaudito sul nascere, e ciò all’infinito, perché Dio è l’Incontenibile. Egli tracima in eterno dal cuore delle creature che Lo bramano. Il dopo non esiste più, ma solo un eterno presente.»

Dante. «Vi invidio, Piccarda. Vi invidio l’amore senza ombre di cui parlate. Non è l’amore che si trova nel mondo.»

Piccarda. «Ma quell’amore è anzitutto per chi è nel mondo! È questo che non riuscite a capire, amico mio.»

Dante. «Non vi seguo. Quindi tutte le nozze sarebbero benedette, anche quelle obbligate? E se Gemma avesse avuto vocazione al chiostro, come voi? E ancora: se vostro padre vi avesse imposto un marito?»

Piccarda. «È somma perfezione esercitare la virtù dell’obbedienza dinanzi a tutto quanto di lecito ci è imposto da chi ha autorità su di noi. Solo al peccato bisogna opporsi, fino al martirio. Amate Dio, più di tutto!, e quegli artigli potranno al massimo stracciarvi i vestiti, non la carne. Fate del vostro cuore un inviolabile monastero, e l’unione con Gemma, che per dare la vita passerà dalla carne, imboccherà una via che attraverserà la medesima unione divina a cui fui chiamata io dietro questa santa grata, ma ascenderà oltre. Oltre, capite?»

Dante. «No, Piccarda, non vi capisco. Cosa c’è di più grande dell’unione con Dio?»

Piccarda. «C’è l’amore che, raggiunta la perfetta unione col Padre, travalica quella vetta e per amor Suo torna sulla terra ad amare fecondamente: l’amore creatore! E come Gesù e Maria furono al totale servizio dei disegni del Padre, così noi, recluse al mondo, offriamo a Dio il sacrificio della nostra vita a imitazione di Cristo e a sostegno del mondo stesso, e quindi anzitutto di voi sposi, vicari di Dio Padre, di voi famiglie, specchio della Trinità sulla terra. Il Padre è da più del Figlio! Mi comprendete adesso?»

Dante. «Ho compreso, ma… no, non così come asserite voi. State a sentire: conoscete la Vita Cristinae? L’ho letta a Bologna: Cristina aveva visitato inferno, purgatorio e paradiso. Giunta al cospetto di Dio, fu posta di fronte a una scelta: restare lì o tornare sulla terra per la conversione degli uomini. Scelse per amore la seconda. Come Cristo con l’umanità peccatrice, e come voi con me, dolce Piccarda che vi date pena per me. Ecco quindi che anche voi, dall’unione celeste, tornate sulla terra ad amare! Ad amare me di un amore creatore, perché volete farmi rinascere alla vita. Tuttavia… confesso che sono confuso. Non so dirvi, e parlo francamente, se stiate sprecando il vostro tempo. Oh, non fissatemi con quello sguardo deluso! Mi sento a volte smarrito, forse ho bisogno di riflettere. La strada su cui sono…»

Piccarda. «La strada su cui siete? Nessuno è privo d’occhi per vedere dov’essa porta, tranne chi degli occhi non vuol servirsi e vuol tenerli chiusi. Una sola è la via, da non smarrire mai: quella diritta. Una sola la guida: l’Amore che chiama amore, l’intelletto dell’amore!»

Dante. «La via diritta… amore chiama amore… come fate a sapere?»

Piccarda. «Sapere cosa?»

Dante. «La via diritta… mi rammenta mio zio Buonaccorso, che sceglie sempre la via più diritta pur se la più faticosa. Che amore chiama amore mi fu detto da un suo amico, Paolo, in un lontano giorno per me pieno di tristezza…»

Piccarda. «La fonte eterna dell’Amore è una: Dio. Non stupitevi dunque di queste coincidenze, perché non lo sono.»

Dante. «Quel Paolo mi disse “il tuo cuore può esser reso beato solo da chi ti ama!” e aggiunse che, altrimenti, il mio amore sarebbe stato una folgore fatta di nulla, scagliata contro il nulla, e presto si sarebbe trasformato in qualcosa di nauseante. Confesso che non compresi del tutto…»

Piccarda. «L’amore bussa alla nostra porta: se gli apriamo, egli ci attacca il suo stesso amore. Allora noi lo amiamo col suo amore: lui attivamente, e noi perché sedotti da lui. Bernardo dice che l’amore che ama per primo, come quello divino, è effectus, cioè fa il primo passo, come lo sposo del Cantico; l’amore umano invece è affectus, risposta, reazione, come la sposa che si lascia amare. L’affectus è l’effectus dell’Amore. Non resistetegli! Pregate piuttosto Dio di mettere in voi il Suo stesso amore al posto del vostro!»

Dante. «È questo l’intelletto dell’amore? Prima di voi, ne udii solo una volta…»

Piccarda. «… dal vostro amico templare.»

Dante (annuendo). «È un’idea così stridente… intelletto d’amore. Da allora qualcosa si agita dentro di me e, quando voi mi parlate, aumenta la sua forza… Cos’è dunque questo intelletto amoroso, che conosce più della ragione stessa?»

Piccarda. «E proprio voi me lo chiedete? Non mi diceste che foste svezzato al suono dei versi del Cantico dei Cantici?»

Dante. «Sì, è vero, ma cosa c’entra…»

Piccarda. «Nella tenebra lo Sposo del Cantico visita la Sposa, che non lo vede, ma lo sente; e in quella tenebra si uniscono. Lei lo conosce e Lui la pervade.»

 

Dante abbassa lo sguardo imbarazzato dalle parole di Piccarda.

Piccarda. «Vi vergognate? Lo so: le parole che adopero vi paiono rubate al gergo delle passioni carnali. Ma ciò accade solo perché al mondo vi sono più lussuriosi che amanti di Dio. Il derubato passa per essere il ladro e viceversa.»

Dante. «Il derubato? Il ladro? Non capisco.»

Piccarda. «Satana Tentatore è ladro delle cose divine e scimmiottatore perenne di Dio: dell’amore ha fatto lussuria! E cos’è la lussuria, se non la parodia dell’amore vero? Una grottesca parodia, come ogni cosa che viene dall’eterno Odiatore dell’Amore.»

Dante si alza e si allontana dalla grata.

Dante (tra sé). «Ah, queste parole! In esse stanno insieme un umore velenoso ed una proprietà medicinale: a odorarle, t’inebriano; ad ingerirle t’uccidono. Sono come due sovrani, nemici tra loro: una è la Grazia, l’altra è la brutale Volontà. Se la seconda mi vince, verrò presto divorato dal cancro della morte.»

Piccarda (richiamando Dante). «Capite cosa significa? (Dante torna al suo posto) Dio ci ha amati per primo, e amore chiama amore! La notte delle nozze è il luogo in cui opera la volontà della nostra anima, e la sua azione di conoscenza in questo mistico imeneo è superiore alla ragione: è l’intellectus amoris, appunto, che con la pura volontà abbraccia Dio, anzi si abbandona al Suo abbraccio.»

Dante. «San Giovanni dice che “Dio è amore”…»

Piccarda. «E se Dio è amore, in Lui si trova anche l’origine dell’amore umano. L’Amore è Dio e al contempo il Suo dono agli uomini: è lo Spirito Santo che, inabitando la nostra anima, la purifica di tutti gli amori che la rendono infelice: amori sbagliati? carnali? malati? insinceri? Tutto sparisce.»

Dante. «Magari fosse così facile!»

Piccarda. «Niente è così vile sulla terra da non poter essere lavato nel Sangue di Cristo e riunito al Creatore! E allora la sostanza di Dio diventa la nostra qualità, non siamo più prigionieri nella nostra miseria carnale. Il vero amore è l’amore dell’Amore: amare Dio non può che essere amare l’amore. Ma ciò non è capacità dell’uomo: è l’Amore divino che ama dentro di noi.»

Dante. «Non posso che ripetere che v’invidio! Queste mura proteggono dagli artigli del mondo.»

Piccarda. «Voi credete? Piacerebbe anche a me aver questa fiducia. Dio non voglia che quell’artiglio intenda mai penetrare qui dentro… Perché, allora vi dico: non c’è cosa tanto virtuosa che, strappata al suo naturale destino, non si corrompa. Ma torniamo a noi: mi raccomando, non dimenticate né di mantenere la diritta via, ancorché impervia, né di seguire fedelmente l’intelletto dell’amore, anche se doveste esser davvero chiamato a bere l’amaro calice di Geremia! Non dimenticate queste parole, fate che siano profezia per voi stesso. Addio.»

Dietro alla grata del parlatorio si chiudono due ante di legno, il volto di Piccarda scompare alla vista.

Dante (balzando in piedi). «No, aspettate! Piccarda!»

 

Tratto da: Dante di Shakespeare I, Amor ch’a nullo amato, IV atto, pagg. 275-283.

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«E fu vòlta al bene la lascivia della giovane, bionda e bellissima Maria di Magdala», continuava intanto Cunizza, «che cambiò in amore serafico per Cristo la sua forza di amare, fino ad allora mal applicata alla lussuria. La nostra potenza d’amore è rimasta la medesima, ma guarita dalla bava di Lucifero. Dio l’ha redenta alla forma originaria che Egli aveva progettato. Per questo, qui non ci si pente della tendenza all’amore, ma se ne sorride, pensando alla virtù divina da cui trasse ispirazione.»

«La virtù divina… l’intelletto d’amore!»

«Bene hai detto. Oh, gran gioia conquistare già in Terra l’intelletto d’amore. Non c’è conoscenza superiore al giacere con Dio sul lectulus floridus, il piccolo letto fiorito del Cantico che è la coscienza piena di delizia. Su esso si compie la mirabile conjunctio, dolcezza incomprensibile per la ragione umana. Nell’intimità di questo letto ci si scambia quell’abbraccio con Dio, quel bacio grazie al quale l’anima, Sposa del divino Sposo, incomincia a conoscere così come è conosciuta. La fede prodotta dalla mente non può ottenere tanto.»

Detto questo, la visione disparve e Dante restò di nuovo solo.

Tratto da: Dante di Shakespeare I, Amor ch’a nullo amato, V atto, pag. 339.

 

[1] Cfr. definizione dantesca di Aristotele come “maestro di color che sanno” (Inf. IV 132).

[2] Cfr. la “voglia sempre piena” di Paradiso, XXIV 3.

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