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20.04.2026 13:16

Dante, Agostino (di Canterbury) e Leone XIV: la poetica del cuore nella tradizione agostiniana

27 MAGGIO – Tanto per proseguire sul tema agostiniano di questa serie di chiacchierate (dopo la prima e seconda puntata) iniziate con il pontificato di papa Leone XIV, primo pontefice agostiniano della storia, oggi è la festa di sant’Agostino di Canterbury, l’Apostolo dell’Inghilterra, venerato come tale non solo dai cattolici ma anche dagli anglicani. Agostino, in realtà, era un romano de Roma, priore del monastero benedettino Sant’Andrea al Celio, il cui oratorio pare sia stato costruito da san Gregorio Magno a casa sua. Divenuto papa, Gregorio spedì Agostino nella perfida Albione, che all’epoca aveva la fama di essere tanto perfida da spaventare Agostino, al solo sentirne parlare durante la tappa provenzale del suo viaggio, al punto di fargli girare i tacchi e tornare a gambe levate in patria. Papa Gregorio, che aveva ricevuto la richiesta di inviare monaci nientemeno che dal re Etelberto (desideroso di dirozzare i suoi sudditi con l’infusione dello Spirito Santo), ce lo spedì di nuovo e stavolta Agostino rimase lassù. Con l’aiuto del re Etelberto, in poco tempo ne battezzò circa diecimila.

Questo Agostino italo-inglese è particolarmente amato a casa nostra, ed è in suo onore che oggi pubblichiamo la terza puntata della serie di chiacchieratine/reading dantesco-agostiniani (anche se è francamente per coincidenza: cerchiamo di pubblicare tutti i martedì).

Rimandando per approfondimenti e spiegazioni alle due puntate precedenti, vi proponiamo qui sotto due scene tratte dal secondo volume della nostra trilogia su Dante scritta con la penna di Shakespeare. Il primo brano è la scena di apertura del primo atto: siamo verso il 1286 e Dante, sposato da poco con Gemma Donati, coltiva l’amicizia poetica con Guido Cavalcanti e gli altri rimatori del nuovo stile, mentre già serpeggiano nel loro gruppetto le prime divergenze tra chi si muove nella Weltanschauung aristotelica (vedi puntate precedenti) e chi invece, come Dante e, appresso a lui, Cino da Pistoia, preferisce la “poetica del cuore” – cor ad cor loquitur – inaugurata da sant’Agostino (il Padre della Chiesa, quello di Ippona, prima ancora che il nostro benedettino di Canterbury) e sviluppata dai santi monaci cistercensi e vittorini per essere infine “plagiata” dai trovatori provenzali (cosa che pochissimi sanno) per farne cosa profana e un tantino lussuriosa. Papa Leone XIV mostra di essere molto legato al tema del cuore non solo con le sue parole ma anche con il suo stemma, in cui compare il simbolo agostiniano del cuore trafitto da una freccia.

Il secondo passo scelto invece balza al quarto atto. È un dittico di scene a cui siamo particolarmente affezionati. In esse abbiamo agostinianamente tentato di trasmettere “da cuore a cuore” il nèttare di eterna giovinezza dell’anima che ci è “piovuto dentro” (figura cavalcantiana, che Dante adibì “a uso migliore”, secondo l’insegnamento di sant’Agostino di Ippona) dai dimenticati scritti di cistercensi e vittorini, e quindi in definitiva da Agostino e Benedetto e Gregorio.

Buona lettura.

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Cortile di palazzo Cavalcanti.

Entrano Dante, Guido, Lapo Gianni, Cino da Pistoia, Dino Frescobaldi e Gianni Alfani.

Dante. «Amici! Quella gloria che tutti inseguono sarà impressa in caratteri di bronzo sul marmo delle nostre sepolture!»

Guido. «Questa è bella! Speri che la gloria possa elargirci vita anche nell’immane disgrazia della morte?»

Dante. «Ne sono certo.»

Lapo Gianni. «E come?»

Dante. «Siamo o non siamo i nuovi poeti, gli aedi del dolce stile? L’Italia sarà grazie a noi la meraviglia del mondo, e questo cortile, teatro delle nostre riunioni, sarà una minuscola Accademia di sublime verseggiatura sopra l’arte del vivere.»

Dino Frescobaldi. «Che programma! Divento curioso.»

Cino. «Frequentando Dante all’università di Bologna, non mi stupisco affatto. I suoi versi ormai sono celebri.»

Guido. «Lo so bene. Però l’Italia è già stata, coi Romani, la meraviglia del mondo, e non so se tornerà a esserlo grazie al cinguettare di poeti. Il Tempo è un cormorano vorace e dispettoso. La nostra penisola oggi è serva degli interessi particolari, una fitta nebbia incombe su di essa, anche se non voglio deporre la speranza. Consoliamoci: l’unico vero primato di cui andare fieri è quello degli spiriti dal cuore nobile, come gli amici che onorano la mia casa.»

Dante. «Ma il Tempo, a sua volta, è schiavo dei poeti. Da chi sappiamo quanto fu grande Roma? Forse da Augusto o da Scipione l’Africano, oppure da Nerone e Caligola? No, lo sappiamo da Virgilio e dai poeti e letterati come lui. Dunque, Scipione, Augusto, Nerone, Caligola e tutti gli altri furono chiusi dentro il Tempo, una prigione inesorabile dalla quale neppure il più grande re della terra può uscire. Cosa sono adesso? Povere anime, la cui virtù, se fu scarsa o nulla, o peggio se fu perversa, li fa rimpiangere negli inferi d’esser nati. Terrore, strazio, rabbia, isolamento, buio più che nelle viscere della terra. E la loro potenza? Come pula che il vento disperde. Invece i poeti, da Omero a Virgilio, e gli storici, da Livio a Sallustio, sovrastarono il Tempo con tutta la sua tirannia, e ci lasciarono dei re l’immagine che più aggradò alla loro penna immortale. La poesia ha come scopo non solo la bellezza ma anche l’annuncio della verità.»

Gianni Alfani. «Magra consolazione, lasciare ai posteri il nostro giudizio sul tiranno!»

Dante. «Concordo; quindi, a sostegno del Tempo e per acuirne l’affilata falce, non c’è niente di più saggio che affidare le sorti della patria agli eredi universali dell’eternità!»

Alfani. «E sarebbero?»

Dante. «Noi poeti, è ovvio: scribi del divino eloquio.»

Guido. «Cos’hai in mente?»

Lapo Gianni. «Non l’avete capito? Dante vuole cimentarsi in qualche incarico pubblico!»

Frescobaldi. «Senti, senti!»

Alfani. «Ma davvero vorresti?»

Lapo Gianni. «Chi l’avrebbe mai detto!»

Cino. «Io, per me, approvo. Che male c’è se vuole contribuire al governo cittadino?»

Dante. «Qui vi sbagliate: non voglio. Il desiderio del potere è incompatibile con la sapienza e allontana dalla virtù. Il saggio è tale perché passa attraverso gli onori che sfugge e disprezza.»

Frescobaldi. «Contemptus mundi! Il disprezzo del mondo è la prima regola del buon governo.»

Alfani. «La politica come esercizio del potere, invece, è sicura rovina morale.»

Dante. «Dici bene. Una rovina causata non solo da mollezze e piaceri del lusinghiero vento d’Aquilone, ma anche dal freddo Austro che sferza con la Fortuna indecifrabile, e trascina l’uomo dall’alto degli onori alla miseria più fonda.»

Guido. «La vita su questa terra ha qualcosa di estraniante per gli stessi viventi, è un gioco teatrale, una commedia, o meglio una tragedia, incomprensibile talvolta agli stessi attori.»

Dante. «Su, allarga l’intelletto col desiderio del cuore, guarda nella prospettiva del grande destino che ci attende! Se ti fissi nel particolare, la mente si restringe. Sul teatro della vita rappresenterai non una tragedia ma una commedia a lieto fine, se conserverai una mente e un cuore padroni di sé e sgombri dalle vanità qualunque cosa ti accada.»

Lapo Gianni. «Vanità delle vanità, tutto è vanità, diceva re Salomone!»

Dante. «Certo, Salomone: è lui il modello ideale dell’uomo di governo: poeta, profeta e scriba Dei.»

Guido. «Sei proprio antico, sei rimasto al Policraticus![1] Oggi sono ben altre le virtù del politico: la prudenza nel parlare, l’astenersi dalla levitas nelle decisioni, l’impegno nel fare le cose, la solerzia. Piccole virtù, se vuoi, ben lontane dal tuo Salomone, ma più concrete.»

Dante. «Ma queste non sono virtù!»

Lapo Gianni. «Cosa sarebbero allora?»

Dante. «Sono qualità, o meglio, abilità, che calzano tanto in un santo abate quanto in un capobrigante, e guadagnerebbero all’uno il rispetto dell’abbazia e all’altro quello della sua masnada. Le aveva anche Salomone, ma la sua virtù era ben altra.»

Frescobaldi. «E quale, secondo te?»

Dante. «La saggezza di governare secondo i precetti di Dio.»

Guido. «Sarei proprio curioso di sapere da dove ti giunge questo improvviso interesse per la politica!»

Alfani. «Non ce la racconti giusta, Dante!»

Cino. «Dài, non c’è altro d’inconfessato che dovresti dirci?»

Dante. «Quante fantasie! Si faceva giusto così, per parlare. Cambiamo argomento, piuttosto: come accennavo all’inizio, vi invito tutti a un nuovo cimento che ci porterà fama e ci renderà eredi dell’eternità.»

Lapo Gianni. «Sei misterioso, oggi!»

Guido. «Dante, non tenerci sulle spine! Dimmi che si tratta di nuovi versi d’amore, e ti perdonerò. Da un po’ di tempo ti vedo piuttosto restìo, sul fronte femminile.»

Alfani. «Eh, dopo le nozze con la bella Guemma, non ha occhi che per lei.»

Guido. «Infatti da quel giorno li ha sempre rossi, gli occhi, ed è diventato devoto di santa Lucia!»

Cino. «Non è mica proibito amare la propria moglie!»

Guido. «Purché però non invada il mondo della poesia.»

Frescobaldi. «Lì mi pare che regni incontrastata Beatrice, vero Dante?»

Dante. «Vi parlerò di un nuovo amore.»

Lapo Gianni. «Nuovo?»

Dante. «Non è altro che l’antico, ma in un cuore mutato.»

Frescobaldi. «Intendi che stai provando un nuovo stile?»

Dante. «Provare? Sì, in un certo senso. Sto provando qualcosa di nuovo dentro di me.»

Guido. «Non mi deluderai, vero?»

Dante. «Vi canterò una canzone.»

Guido. «Una canzone? Ma dev’essere d’amore vero, sangue e carne che ti sovrastano e ti rapiscono inane nel buio dei sensi.»

Dante. «L’amore, Guido, è dentro di noi o non è da nessuna parte: esso detta al cuore e di lì promana.»

Cino. «Ma ascoltiamola dunque, questa canzone! Giudicheremo poi.»

Dante. «Inizia così: “Donne ch’avete intelletto d’amore…”»

Guido. «Ah, no! Questo già mi basta! Ci risiamo col tuo intellectus amoris succhiato dai libri dei frati? Non ti sono bastati i discorsi che ti ho fatto camminando ore con te per le strade di Firenze? L’amore non ragiona, confonde! Non porta luce, ma nebbia! Non conoscenza, ma distruzione! Se proprio non vuoi credermi, va’ qualche volta a Bologna a sentire le lezioni di Giacomo Pistorio!»

Dante. «Tu, Guido, che ne sai dell’Amore e delle orme che sotto i suoi velami dissemina nel Creato per farsi trovare, per farsi capire, per farsi amare? Che ne sanno coloro che, come il tuo amico averroista dall’intelletto insano, conoscono e insegnano unicamente quel sapere che pietrifica il cuore? Aristotele è buono solo nel campo della scienza naturale e comunque anche lì fino a un certo punto, dato che una percezione della natura come signum divino è sempre superiore alla sua comprensione scientifica. Le scoperte della ragione non vanno oltre gli specula, verità di second’ordine. Credi tu che l’aria naturale, solo perché è aria, ha virtù di dare la respirazione all’uomo, la forza, l’alimento, la freschezza, la vegetazione a tutta la natura? L’aria, malgrado non si veda, tiene tutto in pugno. Ma sai perché contiene tanta virtù? Perché nell’aria fu messa da Dio tutta questa forza. La Terra al centro dell’universo? Forse sì, forse no: quello che importa è che la vediamo così perché Dio vuole dirci che Lui è al centro dell’universo del nostro cuore e noi siamo al centro del Suo. Dov’è il posto della conoscenza? Nelle strutture logiche, forse? O è forse esso nei calcoli che pure un castoro saprebbe fare – e anzi fa meglio di noi, senza bisogno di carta e cifre d’inchiostro – quando si tratta di costruire una diga? No, nessun animale sa fare letteratura. La vera conoscenza è dunque nella poesia che viene da un cuore di carne.»

Cino. (prende il liuto e canta)

«“Ti darò un cuore nuovo, popolo mio,

il Mio Spirito effonderò in te,

 toglierò da te il cuore di pietra,

un cuore di carne ti darò, popolo mio”.»

Lapo Gianni. «Profeta Ezechiele. Cor càrneum contro cor lapìdeum.»

Dante. «E il cuore di pietra è quello che non ha più sangue né calore: è dura roccia, chiusa nella sua insania. Dell’amore parla con verità solo colui che intinge la penna della sua lingua nel sangue del suo cuore e compone le parole come il cuore gli detta dentro.»[2]

Guido. «Chiacchiere. Stai spargendo del vuoto e offrendo ciò che non hai.»

Cino. «“Intinge la penna della sua lingua nel sangue del suo cuore… come il cuore gli detta dentro”… Quintessenziale, sopraffino, meraviglioso!»

Dante. «È un detto che ho fatto mio, in verità è tratto dalla Lettera a Severino sull’amore

Frescobaldi. «Quando la smetterai di usare i monaci per parlare d’amore?»

Lapo Gianni. «Non sperare in quel giorno. Finché continuerà ad andare in convento a confabulare con Picchiarda Duonati…»

Alfani. «Con Dante c’è sempre il trucco.»

Cino. «State un po’ quieti. Dante ha ragione. Anche i trovatori hanno copiato i monaci. Non sono stati forse cistercensi e vittorini a insegnarci per primi come si canta l’amore? Folchetto di Marsiglia tornò alla fonte e si fece cistercense. Ascoltiamo dunque questa canzone.»

Dante.

«Donne ch’avete intelletto d’amore,

i’ vo’ con voi de la mia donna dire,

non perch’io creda sua laude finire,

ma ragionar per isfogar la mente.»

Guido. «“Ragionar per isfogar la mente”, lo immaginavo: parla di ragione in una poesia d’amore. Che vi avevo detto?»

Dante. «Se mi permetterai di proseguire, mostrerò che con ciò noi poeti del dolce stile faremo un guizzo verso l’eternità, quali valorosi vincitori per aver lottato e trionfato sopra i sensi e sulla variegata moltitudine dei mondani appetiti.»

Alfani. «Non voglio trionfare sopra i miei sensi!»

Guido. «E io men che meno sui miei appetiti!»

Lapo Gianni. «Calmi! Dante si riferisce certo agli istinti non degni del cuore nobile! Vero, Dante?»

Dante. «Non solo agli istinti indegni: anche il soggiacere a un intelletto insano, perché freddo come pietra, non è degno del gentil cuore.»

Frescobaldi. «Temo che stiamo parlando linguaggi diversi dal nostro amico.»

Cino. «Non nel mio caso. Sull’intelletto d’amore e l’intelletto petroso sono d’accordissimo con Dante: sano l’uno, che cerca ogni sembianza d’Amore nel Creato, insano l’altro, chiuso nella metafisica del Filosofo. Ma ora vorrei udire anche il resto della canzone, se glielo permetterete.»

Guido. «E sia! (prendendo Dante da parte) Adesso ascolta questa mia profezia: se ti pare che il mio intelletto sia insano, freddo e duro, è perché insana, fredda e dura è la realtà, e quando un giorno vi avrai sbattuto a sufficienza il muso, mi darai ragione.»

Dante. «La tua realtà, Guido, è fredda e dura perché rifiuti di vedere in te e attorno a te le imagines dell’Amore che ti cerca. È questo che fa insanire l’intelletto. Tutto dipende da noi.»

Guido va a sedersi, seguito dagli altri. Dante prosegue con la canzone.

Tratto da: Ahi, serva Italia! Dante di Shakespeare II, atto I, scena 1, pp. 15-22

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Firenze, stanzetta nel palazzo dell’Inquisizione.

Entra Dante.

Dante. «Da quando fra’ Remigio è tanto spesso in missione fuori città, i domenicani mi hanno fatto capire che allo Studium di Santa Maria Novella non sono gradito. Sono gelosi del loro sapere, e non hanno mai visto di buon occhio l’eccezione che Remigio faceva per me. Mi consolo dunque con mio nipote Lapuccio, ora fra’ Bernardo. Il figlio di mia sorella Tania l’ha infine spuntata sul padre Lapo e sul banco di famiglia: tutto l’oro dei Riccomanni non è riuscito a trattenere l’unico maschio di famiglia dal vestire quel saio francescano, al quale io stesso da bambino fui per breve tempo affidato.

Mi accusano di averlo rammollito con le mie poesie d’amore. Ma il frutto è figlio non solo del seme, bensì anche del terreno in cui cadde, e quello di Lapuccio era fatto di cielo. In verità, mio nipote ha preso da me soprattutto la predilezione per lo studio: passa intere notti nella biblioteca del convento, chino sui codici. Grazie a lui posso seguire anche lezioni e dispute riservate ai frati e compulsare i preziosi testi.

Di giorno purtroppo Bernardo ha altro da fare: suo padre ha ottenuto che venisse adibito a incarichi poco spirituali… e così il mio povero nipote è stato da poco nominato collaboratore di Opizzo da Pontremoli, il notaio dell’Inquisizione che cura i contratti delle confische ai morti… e mi tocca venire a trovarlo proprio in queste stanze dell’Inquisizione, sede per me di brutti ricordi… Povero nipote mio: si tortura nell’assistere alle malefatte dei frati di san Francesco, che trangugiano i patrimoni di intere famiglie inventando accuse di eresia contro avi bell’e morti e quindi incapaci di difendersi. Pensate che la notte – dopo essersi rinforzato cuore e spirito leggendo quel Bernardo, doctor marianus, che ha imparato ad amare da me e di cui ha scelto il nome – si sveste e, in sacrificio di riparazione dei peccati dei confratelli, si frusta a sangue con la disciplina di corda e uncini. Una piccola soddisfazione, tuttavia, se l’è cavata. Ricordate fra’ Alcampo Abbadinghi, che scomunicò ed esiliò il buon zio Buonaccorso? Ebbene, è morto da poco, e Bernardo, che raccoglieva in segreto le prove della sua grandissima corruzione, è riuscito a far aprire contro di lui un processo post mortem di eresia! Buonaccorso ha avuto giustizia.

Ora che mi trovo qui, chiederò a mio nipote lumi sulla mia visione. Difatti, il fantasma che ho visto potrebb’essere un diavolo: a quanto ne so il giovane Carlo Martello vive! Il diavolo ha il potere di comparire agli uomini in forme seducenti e ingannatorie; e chissà che non voglia profittare della mia debolezza e del mio stato di malinconia – due umori su cui ha gran potere – per ingannarmi e indurmi a dannazione. Dov’è la notizia che Carlo Martello sarebbe morto?»

Rumore di un tamburo battente.

Banditore. (fuori scena) «Udite, udite! Udite, udite! Carlo Martello d’Angiò è morto! Udite, udite! Morto improvvisamente a Napoli Carlo Martello!»

Dante. «Con sorpresa e dolore accolgo la puntuale risposta del Cielo al mio quesito! Un motivo in più di conferire col mio prediletto nipote, che il Cielo fece precocemente maturare per lenire alla mia anima il venir meno del sostegno della buona Picchiarda.»

Entra fra’ Bernardo.

Fra’ Bernardo. «Dante!»

Dante. «Nipote mio!»

Si abbracciano.

Fra’ Bernardo. «Cos’è questa faccia angosciata?»

Dante. «Ho appena udito di Carlo Martello…»

Fra’ Bernardo. «Sì, qui al convento la notizia da Napoli è giunta già qualche giorno fa. Che cosa terribile… Così, all’improvviso, e due giorni dopo di lui sua moglie!»

Dante. «Ah, non ho più bisogno di chieder nulla!»

Fra’ Bernardo. «Ma dimmi!»

Dante. «L’ho visto… nel cielo di Venere… mi ha parlato… e poi l’ho scorto andarsene mano nella mano con la sua sposa! Pensavo fosse il demonio sotto mentite spoglie, e invece anche queste mie speranze sono svanite! Avevo amico un re! Ed è morto. A ventiquattro anni!»

Fra’ Bernardo. «Non è destino di mistici e profeti essere protetti dai re, come non è destino dei re virtuosi durare a lungo su questa terra…»

Dante. «Ahinoi, ma perché?»

Fra’ Bernardo. «E me lo chiedi? “Credo ut intellegam”, dicevano i Santi Padri: credi e comprenderai!»

Dante. «Oggi invero prevale “intellego ut credam”, come dicono Alberto di Colonia e Tommaso Aquinate.»

Fra’ Bernardo. «E, con loro, anche l’infedele Avicenna… e Averroè, e tutti gli altri che ci hanno rifilato questo Aristotele arabo. Che tempi di rovina nella Chiesa di Cristo!»

Dante. «Tommaso ha solamente cercato di controbattere alle eresie di Sigieri di Brabante sul suo stesso piano aristotelico. Cosa doveva fare? Attendere che l’averroismo devastasse gli spiriti? L’Aquinate ha preferito imbrigliare il Filosofo nelle maglie della Rivelazione.»

Fra’ Bernardo. «E invece è stata la Rivelazione a restar imbrigliata nelle maglie del Filosofo.»

Dante. «Rainaldo da Concorezzo, che ho avuto l’onore di avere per magister a Bologna, ci diceva che l’Europa, ovverossia la Cristianità, ha desiderato con tutte le sue forze allontanarsi dalla Fede e che, se non si fosse chiamato Aristotele, avrebbe avuto un altro nome; e il risultato sarebbe stato analogo.»

Fra’ Bernardo. «Di generazione in generazione, il nostro cuore si è allontanato sempre più; questo è fuor di dubbio. Ma la Chiesa avrebbe dovuto opporre un rifiuto a oltranza, senza compromessi, come han fatto, da un certo punto in poi, ebrei e musulmani, malgrado proprio da loro ci fosse arrivata questa velenosa filosofia.»

Dante. «Ormai ci siamo dentro. Non ci resta che trarne il buono. In ogni caso, penso che Sigieri fosse in buona fede. Se non lo avessero ucciso si sarebbe forse ravveduto, chissà.»

Fra’ Bernardo. «Possibile, pur se poco probabile. Dalla sua aveva ch’era un puro: raccomandava ai filosofi la castità, o addirittura la verginità. E la purezza ha un valore tale che un Seno di Donna poté contenere l’Incontenibile, perché possedeva la massima purezza che potesse avere una creatura di Dio.

Ma Alberto o Tommaso o Sigieri, che importa? Dimenticata è la Sapienza cantata da re Salomone. Per credere devi amare; per amare devi voler amare. E per volere, cosa bisogna fare? Nulla: la volontà è l’unica cosa che è del tutto nostra e non dipende da niente. Per volere devi voler volere, voler volere volere, voler volere volere volere…»

Dante. «Ma l’uomo non vuole più, e quindi non resta che guidarlo sulla strada inversa: quella del ragionamento, e tramite esso condurlo il più vicino possibile alla volontà di amare e quindi all’amore e quindi alla fede. La ragione non arriverà mai alle vette dell’amore, questo è certo; ma l’uomo che non vuole e non ama, non ha altre vie oltre quella della ragione.»

Fra’ Bernardo. «No, anche questo è un ragionamento impiastricciato di Aristotele, di sterile raziocinio e di vile materia. Di fronte alla nemesi di un’umanità che non vuole più amare, non valgono le parole, anzi, esse porteranno sempre più in basso. Colui che si è interamente dato alla Parola di Dio, deve cercare tutto il suo grano nella Sacra Scrittura, come nel campo di Booz; non deve desiderare di mietere in un campo estraneo come gli studi secolari. I grandi mietitori della Bibbia sono sant’Agostino, san Girolamo, san Gregorio. “Dietro questi mietitori noi siamo solo poveri spigolatori” diceva il doctor marianus. Bisogna pregare e fare sacrifici di riparazione: certi diavoli si vincono solo così, ce lo ha detto Nostro Signore Gesù Cristo. E invece Alberto, Tommaso e i domenicani predicano intrecciando sacro e profano.»

Dante. «Remigio predica molto… »

Fra’ Bernardo. «Non è tempo di predica: è tempo di preghiera; dovremmo chiuderci tutti in clausura come le clarisse. Purtroppo però nessuno la pensa come me.»

Dante. «Non avresti dovuto farti francescano, ma cistercense o templare.»

Fra’ Bernardo. «Io sono entrambi. Nel cuore con cui nacqui e nel nome che ho scelto. Come lo era san Francesco, che amava i templari, come lo era santa Chiara; ma sono volto verso il mondo, non verso la solitudine del deserto come lo era Bernardo Clarevallense. I tempi richiedono che torniamo ai Padri: Agostino, Ambrogio, Origene. Essi parlavano alle folle dei fedeli, non ai monaci. La comunità ecclesiale siete voi: padri e madri, vicari del Creatore; famiglie, emanazione in terra della Santissima Trinità. Il matrimonio è l’unico sacramento che Dio aveva pensato e voluto nella creazione dell’uomo! Tutti gli altri sacramenti esistono come rimedio al Peccato Originale. Noi monaci siamo solo i vostri servi, comandati a questo da Dio del quale siamo ministri. Gesù Cristo si fece servo; e anche noi siamo servi.»

Dante. «Quindi anche tu vuoi predicare…»

Fra’ Bernardo. «Non alle menti ma ai cuori. Io voglio evangelizzare dal chiuso della mia cella con la carità più grande di tutte, che non è riempire le orecchie delle folle né la pancia vuota dei poveri, due organi destinati a putrefarsi nella fossa. Io voglio parlare all’anima immortale, riparando, e unendo le mie piaghe a quelle di Cristo. Quando sono sulla Croce lassù con Lui, sono dappertutto: in ogni cuore, in ogni pupilla, in ogni orecchio, in tutte le mani, in tutti i passi, nelle vene di ogni uomo di ogni tempo, e da lì do a Dio quell’amore che l’umanità non gli concede. Dalle sofferenze della Croce vedo tutto, conosco tutto, ogni tempo e ogni luogo. E rifaccio le cose in Cristo, completando in me quanto manca alla Sua Passione, che non è la mera salvezza dal peccato, da Egli perfettamente compiuta e offerta alla nostra accettazione o al nostro rifiuto. Io completo in me l’officio che dalla Salvezza consegue, e cioè la Reintegrazione perfetta dell’uomo nell’ordine per cui egli fu creato: sicut in caelo et in terra.»

Dante. «Il mio cuore palpita nell’udirti! Chi più comprende queste cose? Tommaso Aquinate non ammette la possibilità di conoscere cose divine né attraverso le esperienze mistiche né attraverso la poesia…»

Fra’ Bernardo. «Perfino campioni del pensiero come lui sono stati abbindolati dall’Aristotele arabeggiante. Re Salomone non era forse poeta? Cos’è il suo Cantico se non poesia? E l’inno alla Sapienza nel libro dei Proverbi? Forse che Salomone “spiega” la Sapienza? No. Egli la “racconta”, perché l’Amore non può essere spiegato ma solo narrato, non è per i curiosi ma per i desiderosi. È il desiderio in armonia con la volontà, insegna il doctor marianus, che ci conduce alla Verità e ci salva, non certo la curiosità dell’intelletto o le sue capacità, destinate alla cenere e polvere del sepolcro! Ci mancherebbe che nell’altro mondo ci fossero i più e i meno intelligenti! Lì ci sono solo i più o meno volenterosi di accogliere l’amore di Dio: è la volontà a distribuirli nei tre regni della perdizione, della purgazione e della beatitudine! Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Dio ama tutti, ma solo gli uomini di buona volontà vorranno accogliere il Suo amore. Per tutti gli altri, esso sarà stato vano, e si perderanno in eterno.»

Dante. «Ti ascolto e mi compiaccio, nipote mio: dal tremulo fanciullino innamorato della nostra Beata Vergine, Ella stessa ha scolpito un giovane della miglior fattura!»

Fra’ Bernardo. «È Lei la Sapienza profetizzata da re Salomone, la Senza Macchia, la Tutta Santa… io non faccio che seguirLa sulla scia dei Suoi profumi, di cui gli scritti di Bernardo Clarevallense sono ricolmi. Il povero Tommaso diceva invece che per credere in Dio bisogna prima dimostrarne l’esistenza, che non esiste una Fede innata! Il bello è che crede all’esistenza di certezze praticamente innate, ma solo sulla natura, non su Dio! Che bel contributo all’epicureismo ha dato con questi errori. Paglia! “Pàlea, tota pàlea”, come Nostro Signore gli fece ben capire.»

Dante. «Non fu lui a pensare di aver scritto solo paglia? Cristo anzi gli disse “Bene de me scripsisti Thoma”.»

Fra’ Bernardo. «Traspare nelle tue parole l’istruzione di Remigio… In realtà, solo sul trattato sull’Eucaristia Nostro Signore disse che Tommaso aveva scritto correttamente, e comunque aveva specificato: “Per quanto sia possibile a uomo intendere e definire queste cose”. Intendere e definire: due attività della ragione, non del cuore… E una visione simile la ebbe, mentre Tommaso moriva, un suo confratello che vide san Paolo dirgli: “Tommaso, hai spiegato bene le mie Epistole per quanto in questa vita un uomo possa sapere: ma adesso ti porterò in un luogo dove avrai un’intelligenza più chiara…”. Anche qui un riferimento esplicito ai limiti della teologia di Tommaso: “sapere”… nulla che abbia a che fare con l’intellectus amoris.»

Dante. «L’intelletto d’amore supera il sapere razionale ed eleva fino a Dio la capacità di comprensione umana. Amor ipse intellectus est, dicevano i cistercensi: una somma di sentimento e conoscenza, una reale capacità cognitiva dell’amore. L’amore è superiore alla ratio fìdei. Nessun intelletto è capace di comprendere questo, eccetto gli intelletti sani, cioè sanati dall’amore divino. Indiscutibile è perciò il primato dell’amore.»

Fra’ Bernardo. «L’ultimo passo della ragione è riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano: poco prima di lasciare questo mondo il buon Tommaso, alla celebrazione della Messa, ebbe una rivelazione mistica che lo annientò… Lo riferì ai confratelli e smise di scrivere e di insegnare, ordinando che tutti i suoi scritti fossero bruciati. Si mise a letto chiedendo a Dio di morire, malgrado i suoi quarantotto anni. Non parlava quasi più; ripeteva: “Paglia, quello che ho scritto è tutta paglia”. Per questo le sue ultime opere sono rimaste incompiute. Deo gratias, ché i danni fatti sono incalcolabili.»

Dante. «Non esageriamo. Ci ha detto in sostanza che, con qualche correzione qua e là, possiamo fidarci di Aristotele…»

Fra’ Bernardo. «Fidarsi di cosa, poi? Aristotele è il campione degli insegnamenti vaghi e sfuggenti. E infatti attorno a lui si litiga da generazioni. Come quando, ad esempio, dice che i pianeti si devono muovere per forza con moti uniformi in cerchi concentrici attorno al centro dell’universo: non gliene importa se, alzando il naso al cielo, si constata che non è affatto così! Non ha spiegato come si dovrebbe conciliare l’evidenza con le sue idee: al contrario, dice che questo non è incombenza sua, bensì dell’astronomo. Ti pare una risposta onesta? Limitarsi ad assegnare questo compito all’astronomo senza fornirgli i mezzi per farlo! Biella scienza. Oggidì noi ci facciamo scherno delle credenze dei nostri padri, rifugiandoci in un sapere che tuttavia è solo fumo.»

Dante. «Quante discussioni su questo con i miei compagni allo Studium di Bologna! Furono giorni irripetibili. Ero al primo anno di studi e l’incontro con Pietro mi cambiò la vita… Pietro de Rotis, il templare, ricordi? Te lo presentai, qualche anno fa, quando venne a trovarmi qui a Firenze.»

Fra’ Bernardo. «Ricordo! Non devo essergli parso troppo interessante: ero un ragazzetto e lui era reduce dall’incontro con Picchiarda Duonati… Parlava solo di lei. Credo non si sia neppure accorto di me!»

Dante. «Vero. Pietro, sai?, la pensava come te. E anche il nostro valente maestro Rainaldo. Compresi grazie a loro che, finché Tommaso non ha spazzato via il cristianesimo di cistercensi e vittorini, non s’era mai sentito il bisogno di elaborare delle “prove” razionalmente convincenti sull’esistenza di Dio: bastava l’intuizione della grazia o la coscienza del peccato. E dovrebbero bastare anche oggi. Se posso dire, a mio modo di vedere, nelle sue “cinque vie” Tommaso non dimostra affatto l’esistenza del Dio cristiano, ma si limita a chiamare col termine “Dio” il risultato dei suoi ragionamenti sillogistici. Un musulmano avrebbe potuto utilizzare le stesse prove per dimostrare l’esistenza di Allah. Considerava la natura perfetta, e l’uomo – quanto a inclinazione naturale – orientato meramente al bene. E il Peccato Originale dove lo mettiamo?»

Fra’ Bernardo. «Appunto. Noi vaghiamo nel regno della dissomiglianza, come dice san Bernardo; altro che perfezione e inclinazione al bene!»

Dante. «Ti confido un’impressione: a Tommaso, in definitiva, è stata concessa molta libertà in filosofia, semplicemente perché egli è stato disposto a riconoscere ampi poteri politici alla struttura della Chiesa… Arrivava a giustificare ogni astuzia della ragione, inclusa quella di Stato…»

Fra’ Bernardo. «Ecco i danni della Metafisica aristotelica, appunto. Il Dio aristotelico del raziocinio ha spazzato via quello agostiniano dell’amore. Ma ti dico questo: si sentirà presto il desiderio di liberarsi da un cosmo dell’intelletto, in cui lassù non ti ama nessuno. E sarà il danno maggiore, perché piuttosto che riconoscere di aver sbagliato, l’uomo sbaglia di più e si eleggerà a Dio di se stesso: homo faber fortunae suae…»[3]

Dante. «Ma non infieriamo troppo sul buon Aquinate, visto che egli stesso – a quanto mi dici – è spirato ben comprendendo i limiti delle sue idee…»

Fra’ Bernardo. «E non sai tutto. A fra’ Reginaldo da Priverno egli confidò che Dio gli aveva imposto il silenzio nella scienza e nell’insegnamento, poiché gli aveva rivelato “il segreto di una scienza superiore”.»

Dante. «Una scienza superiore? Quale tasto stai toccando! Ti confesso: il cuore mi trema a queste parole, e mi dice che si tratta proprio dell’intellectus amoris… che l’aristotelismo ha spazzato via come vecchiume…»

Fra’ Bernardo. «Hai ben intuito. Quando Tommaso si sentì davvero in fin di vita, sai dove volle morire? Tra i cistercensi, ossia nel seno di quella teologia dell’amore mistico che aveva considerato superata per tutta la sua carriera di teologo. Si fece trasportare, malgrado il pieno inverno, al monastero di Fossanova. Vi giacque infermo per un mese. L’abate gli cedette la sua cella. Ogni volta che Tommaso vedeva i cistercensi portargli la legna per ravvivare il fuoco nella camera si sollevava dal giaciglio con grande deferenza e chiedeva emozionato: “Perché questi santi di Dio servono un uomo come me?”. La sua ultima confessione fu, a detta del confessore imbarazzato, “simile a quella d’un bambino di cinque anni”. E quando quei monaci gli chiesero di lasciar loro un testamento spirituale e dottrinale della sua scienza, Tommaso accondiscese e, debole e vicino alla fine, commentò per loro – con grande sorpresa di tutti – il Cantico dei Cantici.»

Dante. «Nel più puro stile mistico bernardiano… Proprio Tommaso! Quante volte aveva attaccato le “menzogne” della letteratura, rea ai suoi occhi di pochezza scientifica!»

Fra’ Bernardo. «La scienza, la scienza… oggigiorno ha sostituito il culto dovuto a Dio. L’Aquinate, ah! Al rimprovero di Bonaventura di mescolare il pregiato vino delle Scritture alla vile acqua di Aristotele, aveva ribattuto orgoglioso che usare Aristotele per spiegare la Scrittura era mutare l’acqua in vino… Ma alla fine della vita aveva avuto da Nostro Signore la rivelazione che Aristotele è tanto tossico da esser capace di far degenerare in acqua perfino il sacro vino delle Scritture!»

Dante. «Fece appena in tempo prima di spirare…»

Fra’ Bernardo. «Non ti sorprendere: mi ritrovo talvolta a pregare per lui e per gli altri domenicani traviati dal Filosofo, e sento in me che lui prega per noi francescani. Anche se in vita Tommaso, come molti altri, ha sempre escluso la possibilità di preghiere dei morti per i vivi.»

Dante. «Basandosi sulla filosofia, immagino.»

Fra’ Bernardo. «Immagini bene. Questa agnizione ti serva come poeta e come politico: appòggiati al Filosofo solo quando necessario, e sempre in modo secondario; usa dottrina e metodo aristotelici per chiarire e illustrare singoli punti, senza mai elevarli a sistema totalizzante; rendi onore ai Padri, specie sant’Agostino e san Bernardo, il doctor marianus, e con essi abbraccia teologia e filosofia facendone ancelle. Che te ne fai delle chiacchiere tutte umane di queste due servette? Vieni, ora andiamo in biblioteca.»

Escono.

***

Nella biblioteca dello Studium francescano in Santa Croce, Dante e il nipote stettero tutta la mattinata. Poi fra’ Bernardo dové tornare alle incombenze dell’Inquisizione, e Dante rimase da solo, seduto al suo banco nella biblioteca quasi deserta.

«Oggi sono stanco, a dire il vero» mormorò passandosi una mano sulla fronte. «Studierò ancora un poco e poi me ne andrò anch’io… Toh, sta entrando un trio di religiosi. Come discutono! Disturberanno gli altri e presto arriverà il frate bibliotecario a redarguirli. Devono essere molto amici, tuttavia; altrimenti non potrebbero conversare così amichevolmente, ancorché animatamente, essendo solo uno francescano, mentre gli altri due sono… non vedo bene il saio, celato in entrambi dal mantellone, che in uno è tenebroso come il pensiero umano e nell’altro è candido come luminoso amore…»

Un paio di volte Dante si sporse per tentar di sbirciare, ma invano. Si rimise così alla lettura. Ben presto lacerti di conversazione giunsero ai suoi orecchi:

«… e Riccardo, e Ugo… e le sentenze di Pietro Lombardo, cari amici miei…»

«E anche il Decretum Gratiani… i camaldolesi, infatti…»

«Ma la quinta luce è la più bella: spira un tal amore che nessun altro re fu ammesso a veder tanto… accanto a lui solo la piccoletta luce della gerarchia celeste… Dionigi…»

«Ma Orosio contro i pagani… fu Agostino che…»

«Boezio salì dal martirio alla pace… e Isidoro, e Beda…»

«… e Sigieri!»

Chi mai accomunava lo scomunicato Sigieri di Brabante a quella rosa di angelici campioni della sapienza celeste? E cos’attendeva il frate bibliotecario a intervenire per invitare al silentium? Dante si voltò. Vide, e riconobbe: l’occhio profondo, intelligente e buono già lo guardava dall’alto della corpulenta statura che lo aveva reso famoso da Napoli a Parigi forse quanto le sue lezioni e i suoi scritti. Aveva davanti, avvolto nel saio bianco e nero dei domenicani, Tommaso d’Aquino. Gli altri due gli facevano ala, e se il francescano lo mirava come un amico, la lucente figura del monaco dalla candida cocolla cistercense si protendeva come un padre misericordioso che abbia appena riabbracciato un figlio lontano, e lo invitava a procedere. Allora Tommaso intonò:

«Il Signore mi ha creata prima di ogni Sua opera.

Il Signore mi ha creata come inizio della sua attività,

prima di ogni sua opera, all’origine.

Dall’eternità sono stata formata,

fin dal principio, dagli inizi della terra.

Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,

quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;

prima che fossero fissate le basi dei monti,

prima delle colline, io fui generata,

quando ancora non aveva fatto la terra e i campi

né le prime zolle del mondo.

Quando egli fissava i cieli, io ero là;

quando tracciava un cerchio sull’abisso,

quando condensava le nubi in alto,

quando fissava le sorgenti dell’abisso,

quando stabiliva al mare i suoi limiti,

così che le acque non ne oltrepassassero i confini,

quando disponeva le fondamenta della terra,

io ero con lui come artefice

ed ero la sua delizia ogni giorno:

giocavo davanti a lui in ogni istante,

giocavo sul globo terrestre,

ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.»

«L’inno di re Salomone alla Sapienza…» mormorò Dante.

«Dal raggio della Grazia divina s’accende verace amore» sussurrò l’Aquinate «che poi cresce amando. Guardo nella luce eterna e leggo i tuoi pensieri. Tu dubiti che io sia io, perché in vita non m’esprimevo così, e lontanissimo ero anzi dal poetare di quel re che fu scriba di Dio, a nessuno secondo nella sua sapienza di re discesa da Dio, e che ti è di modello, e più ancora lo sarà nei giorni a venire. Tu vorresti intendermi in quella lingua aperta e distesa che fu mia, sì da capire con la mente, più che col desiderio, che è l’unica chiave dei simboli della Parola divina. Ma non fare come quei filosofi pagani che prendevano la barca della sapienza senza saper dove andare! Torneresti a riva peggio di come sei partito! Io non sono più quel che fui. La Sapienza è luce nel buio, ha il suo trono nella visione del cuore, non la si trova col discorso della mente; l’emozione del desiderio di Dio si dissecca nello spirito sistematico. La filosofia è la morte della sapienza. Come vedi, qui parlo per simboli, come il mio fratello Bonaventura» e si girò verso il francescano che lo guardava con amorevole amicizia. «Entrambi deriviamo questa lingua divina, che ora ci accomuna, dal padre Bernardo» e insieme a Bonaventura s’inchinò con devozione filiale al cistercense.

«Ricorda, Dante» esordì allora questi – che, l’avrete capito, era Bernardo, il doctor marianus – con voce di potente organo «sub specie aeternitatis non v’è altra lingua, né altra conoscenza, che questa dell’amore mosso dall’armonia tra desiderio e volontà. Il disìo e il velle. Insieme, come una ruota. E quando, al cospetto di Dio, ti mancheranno le parole, prendi queste mie!»

E mentre Dante ripeteva «Il disìo e il velle…» i tre scomparvero alla sua vista, ed egli si ritrovò con le spalle aggranchite e il capo accasciato sul banco dove il suo morbo lo aveva colto.

Ecco la Sapienza di Dio,

che dissipa il sapere dei sapienti

e riprova la prudenza dei prudenti!

Guardatela com’ella incede,

abbigliata come la Primavera,

sue suddite le Grazie,

sovrani i suoi pensieri d’ogni cosa,

dona lustro alle creature umane!

Il suo volto è un messale delle laudi,

dove nient’altro leggere è possibile

che squisiti piaceri, quasiché

ne sia stato da sempre cancellato

il dolore, né docile compagna

le sia mai stata l’ira risentita.

O Dio, che fai di noi un vero uomo,

e reggi l’impero dell’amore,

che hai acceso in noi il desiderio

di gustar di quell’albero celeste

al prezzo della nostra stessa vita,

se del tuo volere siamo figli,

sìici tu d’aiuto ad abbracciare

questa felicità senza confini.

***

Tratto da: Ahi, serva Italia! Dante di Shakespeare II, atto IV, pp. 323-338


[1] Il Policraticus, del vescovo inglese Giovanni di Salisbury (1120-1180), fu il maggior trattato politico del XII secolo, prima dell’avvento in Europa della Politica di Aristotele. In esso si riteneva imperativo che il reggente ideale seguisse il modello e i consigli di re Salomone. Il motto all’ingresso del Globe Theatre, il teatro di Shakespeare, era tratto dal Policraticus.

[2] Vedi Purg. XXIV 52-54. Come già nel primo volume, segnaliamo qui, a titolo esemplificativo, solo una delle innumerevoli citazioni dantesche disseminate da Shakespeare a piene mani nel dramma. Al benigno lettore il passatempo di rintracciarle.

[3] Profetico anacronismo di Shakespeare.

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