13 MAGGIO 2025 – L’elezione del primo pontefice agostiniano della storia è stata vissuta a casa nostra come il grido inatteso di Cristo che richiama Lazzaro dal sepolcro: “Agostino, vieni fuori!”. Dopo anni trascorsi a studiare per scrivere la nostra trilogia Dante di Shakespeare (Solferino 2021-2024) non potevano sfuggirci le possibili implicazioni di questa scelta.
Un agostiniano! Un figlio di sant’Agostino, vescovo di Ippona, Padre della Chiesa (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona 28 agosto 430). Abbiamo immediatamente espresso in famiglia, tutti in piedi davanti allo schermo che mostrava il nuovo vicario di Cristo, la viva speranza che Leone XIV non sia un seguace del terzo e ultimo pensiero di Agostino, quando deviò verso la predestinazione. Un pensiero che, sviluppato ad opera di Tommaso d’Aquino, Dante combatté nella sua Divina Commedia a spada tratta e con parole di fuoco. La preoccupazione aleggiava in casa: proprio Leone XIII, di cui Prevost ha preso il nome, aveva rispolverato con forza il tomismo nella dottrina della Chiesa; ma aveva le sue scusanti dovendo lottare contro il modernismo. Certo, il contrario di una cosa sbagliata (modernismo, gnosi, deresponsabilizzazione della coscienza al grido “L’inferno c’è, ma è vuoto”) è, spesso, un’altra cosa sbagliata (aristotelismo, razionalismo, tomismo, deresponsabilizzazione della coscienza al diktat “L’inferno c’è, ma ci va solo chi Dio non sceglie di salvare”).
Fermo restando che Tommaso nella morale è tutt’oggi insuperato, papa Leone XIII avrebbe fatto meglio ad accantonare la sua metafisica e a combattere il modernismo con i Padri della Chiesa, ma già Dante lamentava appunto che essi erano stati dimenticati a causa dell’Aristotele impostoci da san Tommaso. Figuriamoci dopo secoli in cui i domenicani del Sant’Uffizio avevano intriso la dottrina di aristotelismo (fu in base a questo che Galileo fu condannato; vedi appendici al nostro romanzo Mysterium).
Ma il buon neopapa è giunto subito a dissipare i timori: “Cristo vi ama tutti incondizionatamente!”, ha esclamato dal balcone.
Sospiro di sollievo: con tale frase ha seppellito l’Agostino della predestinazione. Deo gratias. È rimasta dunque la letizia per questa inattesa irruzione di Agostino sul Soglio di Pietro, tanto più che l’agostiniana santa Rita da Cascia è di casa, festeggiata ogni 22 maggio con le rose benedette nella Augustinerkirche di Vienna (festa doppia, essendo festeggiato quel giorno anche sant’Atto da Pistoia, il vescovo vallombrosano da cui Atto Melani ereditò il nome). Non è solo una questione di onomastico: ad appena sei mesi di età, Rita sopravvisse miracolosamente a un terribile incidente stradale (sui Monti Sibillini! altro intreccio tra vita e scrittura): la ritrovarono, in piena notte, sopra un cespuglio a metri di distanza, inspiegabilmente ancora nel suo seggiolino e senza neppure un graffio. Sul seggiolino era appesa l’immagine di santa Rita. La notizia rimbalzò sul “Messaggero” locale. Per approfondimenti sulla santa di Cascia, ecco un consiglio pop: la miniserie tv su Santa Rita (2004) con Vittoria Belvedere, lodata a suo tempo da Aldo Grasso.
Tanto premesso, veniamo al dunque. Dire Agostino d’Ippona significa dire monachesimo e teologia monastica tout court (a parte la miniserie tv con Monica Guerritore, Alessandro Preziosi e Franco Nero; altro consiglio pop per orientarsi in pillole). Tanto per dare un’idea, san Benedetto da Norcia, il fondatore del monachesimo ocidentale, andando a studiare a Roma da ragazzo lesse Agostino (morto poco più di cento anni prima). La Regola di sant’Agostino è la sorgente per eccellenza del monachesimo; a lei è seconda la Regola benedettina; segue il gruppo. Da sant’Agostino deriva il pensiero spirituale che ha caratterizzato la Chiesa fino al cosiddetto “terzo ingresso di Aristotele in Europa” (avvenuto nel XII-XIII secolo), che impose il razionalismo aristotelico sul simbolismo mistico-esegetico (per approfondimenti vedi l’appendice al primo volume della nostra trilogia Dante di Shakespeare, pagg. 493ss. Il contributo è consultabile online su Academia.edu a questo link: Il Dante dimenticato.
La nostra speranza è che con questo pontefice il migliore pensiero del grande Agostino – che conobbe l’apice con i canonici regolari agostiniani di Riccardo di San Vittore e, prima ancora, con i cistercensi (miscela agostiniano-benedettina) di san Bernardo di Chiaravalle e Guglielmo di Saint Thierry – possa tornare a rivivere e rivivificare i cuori come ha fatto con noi quando li abbiamo scoperti grazie al padre Dante.
I dantisti moderni evitano per lo più di sottolinearlo, ma tutto l’universo dantesco germina dal cuore del migliore Agostino. Dante, non solo sceglie il canonico vittorino Riccardo per intridere del pensiero agostiniano tutta la terza cantica; non solo elegge san Bernardo a sua terza e suprema guida in cima al Paradiso, là dove neppure la sua Beatrice può arrivare, e dissemina il pensiero bernardiano per tutte e tre le cantiche fin dalla porta d’ingresso all’Inferno, passando poi per la valletta dei Principi negligenti in Purgatorio: il sommo Poeta, non solo lungo l’intera Commedia ma fino dalla Vita Nova, prende a modello Agostino. E non si ferma ai suoi scritti. Si fa ispirare – aspetto, questo, finora meno indagato – anche dalla sua biografia: l’amore e la gratitudine di Agostino per la madre, santa Monica, che, seguendolo per ogni dove, con invitta pazienza riuscirà infine a farlo convertire.
Ebbene, come chi ha letto i nostri libri già sa, studiosi statunitensi hanno potuto identificare nella figura di Beatrice la madre di Dante, Bella degli Abati, che il Poeta perse quando era appena un bambino. L’intera nostra trilogia viaggia su questo forte Leitmotiv: Bella, dall’aldilà, apparirà a Dante per tutta la sua vita a mostrargli la strada verso la salvezza con i modi e le parole della Beatrice dantesca.
Il ruolo di salvatrice, di beatificatrice appunto, che Beatrice assume nella Divina Commedia, dopo che nella Vita Nova ne era stata acerbamente pianta la prematura morte, ricorda molto da vicino quello biografico di santa Monica: incluse le ramanzine in pieno tono ‘da madre a figlio’ che Dante patisce dalla sua amata quando, nei canti finali del Purgatorio, la rivede nel Paradiso Terrestre. Per un approfondimento rimandiamo all’Appendice 1 del secondo volume, pagg. 547-556, consultabile online su academia.edu a questo link: Chi è Beatrice?
L’11 maggio, festa della mamma, al termine del suo primo Regina Coeli, dalla Loggia delle Benedizioni, l’agostiniano papa Leone XIV ha fatto tanti auguri alle mamme con un pensiero rivolto a santa Monica, della quale il 14 maggio di due anni fa, sempre nella festa della mamma, aveva esplicitamente parlato come modello di madre durante l’omelia a Bologna (ecco il LINK: Omelia di mons. Prevost 14 maggio 2023)
Leone XIV è nato un 14 settembre: è il giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, lo stesso in cui Dante è passato a miglior vita. Il futuro saprà dirci di più al riguardo.
Iniziamo dunque qui la pubblicazione di una serie di scene tratte dalla trilogia Dante di Shakespeare con l’auspicio di far riscoprire, e godere, quel mondo dimenticato, intriso di agostinismo, che ha nutrito i primi mille anni della Chiesa; un millennio di cammino in ascesa, mentre il secondo millennio, quello aristotelico-razionalista, ne è stata la progressiva decadenza.
In questa prima puntata, tratta dal primo volume della trilogia dantesca, siamo attorno al 1283, e Dante, appena 18enne, (all’incirca come il giovanissimo Robert Francis Prevost nella foto con Giovanni Paolo II), è studente a Bologna insieme a personaggi che avrebbero poi fatto la storia di quel tempo: il guasco Bertrand de Got (il pavido, futuro papa, Clemente V, che Dante sbatterà all’Inferno), il templare bolognese Pietro de Rotis (divenuto poi famoso come avvocato difensore nel processo contro i templari) e il magister Rainaldo da Concorezzo, futuro beato, arcivescovo di Ravenna e grande assolutore dei templari italiani, dei quali nel 1311 proverà l’innocenza.
Buona lettura.
Bologna. Portico dell’università. Imperversa un temporale con tuoni.
Un chierico arriva trafelato a ripararsi sotto le arcate. Ha il volto celato dal cappuccio e addosso un mantellone che ne cela completamente la veste. Si scrolla l’acqua di dosso. Tira fuori un libro. Si siede di spalle, sul piedistallo di una statua, tra questa e la parete, e si mette a leggere in attesa che il temporale si plachi.
Entra un gruppo di studenti dell’Alma Mater: il templare Pietro de Rotis, il francese Bertrandus de Got, Dante Alighieri, Giovanni del Virgilio (detto Vanni Virgilio) e l’inglese Simon. Il chierico è nascosto alla loro vista.
Pietro il templare. «Dante, ci hai salvati dal temporale! Per ascoltarti parlare col magister, siamo rimasti in corridoio. Sennò, a quest’ora saremmo bagnati fradici per strada!»
Dante. «Temo sia la fine che hanno fatto tutti gli altri maestri e studenti.»
Vanni Virgilio. «Infatti nessuno è venuto a rifugiarsi qui.»
Bertrandus. «Tutti fuggiti in tavernam.»
Vanni Virgilio. «Taverna, Bertrandus, senza emme! A Henricus non entrava in testa il latino, a te l’italico. Dico, sono già sei mesi che lo stai imparando!»
Simon. «In taverna? Beati!»
Pietro il templare. «Non sarebbe stato luogo un ottimale per la nostra disputatio. Qui invece è perfetto: soli, al riparo da orecchie indiscrete. Il che ha anche il vantaggio che non siamo costretti a disputare in latino per evitare multe. Giuro che oggi mi avrebbe dato il mal di stomaco.»
Vanni Virgilio. «A te il latino non va mai.»
Pietro il templare. «E a te va troppo, invece. Fosse per te parleresti solo latino. Consòlati: è già un sollievo per le tue orecchie che Henricus sia tornato a Magonza. (a Simon) Stàccati una buona volta da quella bottiglia! Se qualcuno ti becca, finisci denunciato al rettore degli ultramontani.»
Il chierico si accorge dei nuovi arrivati, ma prosegue nella lettura. Per non farsi scorgere, si rannicchia un po’.
Simon. «Non è mea culpa se il vino bononiense est optimo!»
Vanni Virgilio. «Vini italici, i migliori: lo diceva Virgilio stesso. Tuttavia, insegna Aristotele, il vino sottrae forza! E lo sai che fu proprio il vino a uccidere Averroè? Se ne andò con una colica da vedere le stelle. Morto tra mille patimenti!»
Simon ripone indispettito la bottiglietta nel petto.
Dante. «Veramente sapevo che morì a causa dei farmaci. Essendo medico, credette di potersi curare ingozzandosi di medicinali.»
Simon prende di nuovo la bottiglietta di liquore.
Vanni Virgilio. «Grazie della correzione, Dante… Eravamo quasi riusciti a farlo smettere! E poi non si infanga così la venerata memoria del grande commentatore del Filosofo.»
Il chierico smette di leggere e si pone meglio all’ascolto, sempre attento a non farsi scorgere.
Pietro il templare. «Se è per questo, Averroè non aveva solo la passione del vino, ma anche quella delle donne. Sono necessari questi continui incensamenti ai pagani?
Vanni Virgilio. «Volevo solo porgere un’occasione di entrare in argomento. La disputatio che volevamo fare oggi non è forse su Aristotele?»
Pietro il templare. «Il tema lo hai scelto tu, ma entrare in argomento in questo modo è come entrare in casa lanciandosi a testa in giù nella canna fumaria.»
Vanni Virgilio. «Infatti la quaestio che ho posto è: “Come sarebbe stato il corso della scienza e della sapienza se si fossero mandate subito al rogo tutte le opere arabe scoperte a Toledo dopo la riconquista?” Vedi che la canna fumaria c’entra…»
Ridono tutti.
Vanni Virgilio. «È una quaestio provocatoria, lo so. Ma così chiariamo due punti. Il primo è che un conto è Aristotele e un conto sono i suoi commentatori arabi, come Avicenna e Averroè. Bisogna distinguere, e non penso che ti sarà difficile da comprendere. Il secondo punto è che, se avessimo bruciato quei libri anziché tradurli in latino, saremmo rimasti indietro di mille anni, esattamente come lo eravamo quando abbiamo messo piede per la prima volta nella biblioteca di Toledo appena strappata agli infedeli.»
Dante tira fuori matita e quadernetto, e inizia a prendere appunti.
Pietro il templare. «Parto dal primo punto. Ascoltandoti, sembra facile: da una parte il testo di Aristotele, dall’altra il commento arabo di turno che, guarda caso, pare spesso il più chiaro, il più aderente al testo aristotelico, direi quasi l’unico legittimo. Qualcuno saprebbe dire perché?»
Dante (scrivendo). «Saranno stati i più bravi?»
Pietro il templare. «Sbagliato. Averroè non sapeva neppure il greco. Ha commentato Aristotele in traduzione araba. Il suo Aristotele bisognerebbe chiamarlo piuttosto Arabòstele.»
Bertrandus. «Excellente, questa facetia tua! Ma periculosa…»
Pietro il templare. «Traduzione, badate bene, fatta dal siriaco, non dall’originale greco. E a tradurre furono gli eretici nestoriani. Gente senza fede nella Madre di Dio, né nella divinità di Cristo e nella resurrezione finale! Non si capisce cosa si siano intrufolati a fare nel Cristianesimo, forse solo per spianare la strada a Maometto. Si comprende invece fin troppo perché questo Aristotele arabo puzzi tanto di epicureismo.»
Vanni Virgilio. «Argumentum contra: preferiresti che ci comportassimo come nell’Islam, mandando tutto al rogo? Algazalio l’ha già fatto: un bel falò con le dottrine dei filosofi pagani! E l’argomentazione è stata: nessuna verità può venire da menti prive della vera fede. E questo è tutto. Ti pare una giustificazione che brilli per ampiezza e profondità?»
Pietro il templare. «Argumentum pro: vi pare normale che il musulmano Averroè non credesse nell’immortalità dell’anima, né alla fine del mondo? E non ci credeva neppure quell’altro filosofo, un ebreo coetaneo di Averroè e anche lui di Cordova, Mosè Maimonide. Noi cristiani invece ormai da anni abbiamo introdotto Aristotele nei conventi e nelle università, e nessuno più studia i teologi dell’amore, e neppure Sant’Agostino.»
Vanni Virgilio. «Quindi sei per il rogo…»
Pietro il templare. «Te lo dico chiaro: il sapere non è mai da bruciare! Ma, a quanto pare, a chi come te difende il potere a scapito della verità, fa comodo mettere le parole in bocca all’avversario. Dio ha creato l’uomo libero. Non si può proibire, neppure per proteggere. Non accadde così anche ad Adamo ed Eva? Il Signore ha forse bruciato l’Albero del Bene e del Male? No, lo lasciò loro a disposizione, avvertendoli del pericolo. Ah, già, ma oggidì la Genesi è considerata un raccontino miracolistico e l’uomo non è davvero libero: tutto è governato dalle sfere celesti di Aristotele!»
Dante. (sempre prendendo appunti) «State andando benino, ma cercate di passare presto alla solutio.»
Pietro il templare. (indicando Vanni Virgilio) «È lui che annacqua tutto. Ci stiamo esercitando, non è una quaestio solemnis!»
Vanni Virgilio. «E tu modera il tono, non sei un magister tenens e neppure un commissarius.»
Dante. «Buoni, buoni! Non riesco a seguirvi con la reportatio.»
Vanni Virgilio. «Tornando alla traduzione di Aristotele, il problema lo ha risolto Tommaso Aquinate: non si è fidato delle traduzioni latine di seconda mano e si è fatto tradurre Aristotele direttamente dal greco.»
Pietro il templare. «Non cambia nulla: ti sfido a trovare un Aristotele greco che non sia passato per mani infedeli. Non esiste. Te lo dico io, che come Templare conosco bene l’Oriente.»
Vanni Virgilio. «E con ciò? Devi per forza presumere che ne abbiano inquinato il contenuto?»
Pietro il templare. «Sì. Ho detto infedeli, non pagani. C’è differenza. Il pagano ignora la Verità. L’infedele la odia.»
Il chierico, non visto, si alza in piedi e si nasconde rapido dietro un pilastro del portico. Si toglie il cappuccio e si getta il mantellone oltre le spalle: è Rainaldo da Concorezzo.
Vanni Virgilio. «Il risultato è sotto gli occhi di tutti e ti dico: il mondo di Aristotele è considerato un sistema logico d’implacabile coerenza. Puoi indicarmi qualcosa di simile in mille anni dalla Resurrezione di Nostro Signore?»
Pietro il templare. «Quella che tu chiami implacabile coerenza è una griglia chiusa in se stessa, inadattabile a qualunque altra cosa che non sia essa stessa. Un po’ come il mondo nella mente dei matti: coerente, sì, ma solo al suo interno, a modo suo, nel suo recinto! A causa del caro Aristotele, un giorno si sguaineranno le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.»
Rainaldo esce allo scoperto. Simon nasconde subito la bottiglietta.
Bertrandus (impaurito). «Magister Rainaldus de Concoregio!»
Rainaldo. «Salve, amici! Audivi vos disputantes…»
Bertrandus. «Nolite me punire! Ego non volebam venire!»
Rainaldo. «E per di più non disputate in latino… tra le sacre mura dello Studium! Sapete? È da un po’ che sono qui e…»
Bertrandus. «Et?…»
Rainaldo. «Questa disputatio non può proseguire.»
Tutti (timorosi). «Oh!»
Rainaldo. «O meglio, non può proseguire senza un magister!»
Tutti (rinfrancati). «Ah!»
Dante. «Non loquemur latine?»
Rainaldo. «No, col latino vi do licenza di smettere per un po’: ho udito che a qualcuno oggi causerebbe il mal di stomaco, vero Pietro?»
Pietro il templare. «No, magister! Cioè…»
Bertrandus. «Ita est! (a Pietro) Tu quoque sei un gran codardus, amico meo!»
Pietro il templare. «È umano avere un momento di confusione…»
Rainaldo (a Vanni Virgilio). «Anzitutto, confermo le tue parole: hai detto bene, l’Europa non aveva mai visto prima niente di simile ad Aristotele.»
Vanni Virgilio. «E certo, lo dicevo io!»
Rainaldo. «Tuttavia, lo aveva desiderato con tutte le sue forze. Se non si fosse chiamato Aristotele, avrebbe avuto un altro nome; e il risultato sarebbe stato analogo. Il Sangue di Cristo, con quello dei martiri, ci ha preservati a caro prezzo per i primi mille anni dalla Redenzione, ma ciononostante, di generazione in generazione, il nostro cuore si è allontanato sempre più. Spero che questa follia non duri altri mille anni, ma lo temo.»
Dante. «Perché?»
Rainaldo. «Perché di follia siamo avidi. Sotto sotto abbiamo bramato questo sapere che dipende dalla nostra ragione, eravamo stufi di ‘dover’ amare Dio per poterlo conoscere, stufi di doverci appoggiare a Lui. L’umanità caduta tende alla superbia, al disamore… E questa scienza infedele, dolce al palato e letale ai visceri, è il veleno che tanto agognavamo. Eva non andava forse già da sola a curiosare all’albero della conoscenza, prim’ancora che il serpente la tentasse? Nessun cuore colmo di Dio, di fronte alla tentazione, cade. Nella coppa piena non c’è posto per nient’altro.»
Bertrandus. «Così est la scienzia degli infideles, amici. Frigida, calculatrice, ambitiosa. Per intellecti heretici et perversi. Multo, multo periculosa!»
Simon. (visibilmente brillo) «Scienzia africana: desertica, sicca, senza né pure una goccia de aqua et de vino.»
Pietro il templare. «Scienza infedele, appunto, non meramente pagana.»
Vanni Virgilio. «Magister, dunque pensate anche voi, come Pietro, che gli infedeli abbiano inquinato il pensiero di Aristotele?»
Rainaldo. «Basta leggere cosa Aristotele dice di Dio, come lo riduce a un essere lontanissimo e indifferente. Ne deve ammettere l’esistenza solo perché è la necessaria conclusione del suo procedimento logico. Senza Dio cadrebbe l’impalcatura della sua filosofia. Ora io vi chiedo, e mi chiedo: pare davvero un pensiero greco?»
Pietro il templare. «Sembra piuttosto di udir filosofeggiare un nestoriano: Dio c’è, ma poco cambia della nostra vita, se l’anima è mortale!»
Rainaldo. «Dov’è finito il divino afflato vitale dei greci che gli furono maestri: la giustizia ultraterrena sperata da Socrate e il dolore come purificazione dal male per andare a contemplare il Bene nell’aldilà? E dove la Divina Provvidenza già intuita dagli stoici? I greci sempre hanno avuto al centro il destino eterno dell’uomo. Aristotele invece?»
Pietro il templare. «Il suo dio non si cura di noi, e non può neppure essere pregato!»
Vanni Virgilio. «Io penso che in ogni cosa l’umanità si divida in due: i sobri e i cùpidi. I filosofi non credo facciano eccezione. I primi, probi e morigerati, amano sentire dentro di sé il sentimento di Dio e questo concede loro lacerti di Verità, spirito di profezia, come fu appunto per Virgilio, che previde la nascita di Cristo dalla Vergine.»
Pietro il templare. «I secondi invece, mondani che vivono al laccio di ogni cupidigia, hanno orrore del Cielo, e con ragionamenti tentano di convincersi, e convincere, che Esso non si curi dell’uomo. Forse Aristotele era uno di questi ultimi.»
Dante. «Scusate, ma come si fa a dire che Aristotele fosse un vizioso? Anche lui sostiene, come qualunque uomo retto, che sia massima dignità dell’uomo dedicare il meglio del tempo e delle energie alla pratica della virtù, e che si trova la felicità solo nel raggiungimento della perfezione morale, fine ultimo dell’uomo. Non mi pare il pensiero di un vizioso.»
Rainaldo. «Attenzione, caro Dante, la morale del nostro Filosofo è molto ambigua. Per lui la virtù va perseguita non perché è giusto così, ma perché dà piacere, ossia: giustizia, conoscenza e verità non sono il fine ultimo, ma solo la via necessaria per il vero fine dell’uomo: il piacere. Anche sulla nostra vita dopo la morte, il Filosofo è vago: non dice nulla, né pro né contro. Lascia insoluto il problema del Male, né risponde al perché siamo qui. Si interessa solo alla vita terrena.»
Dante. «Ma Vanni Virgilio ha detto poco fa che Aristotele è di “implacabile coerenza”… O sono io ad aver capito male? Possibilissimo: frequento solo metà settimana, e non sono neppure iscritto…»
Vanni Virgilio (imbarazzato). «L’ho detto, in effetti… ma intendevo il suo sistema logico.»
Dante. «Ma quanto può essere affidabile un filosofo dalla morale ambigua, ancorché abbia una logica coerente?»
Simon. «Aristoteles volebat godere! Un avunculo di Epicuro…»
Bertrandus (sottovoce). «Simon, dicere male de Aristotele è multo periculoso!»
Rainaldo (ride). «Sì, forse voleva godere, ma di certo senza darne l’impressione!»
Pietro il templare. «Come i tiepidi che Dio nell’Apocalisse vomiterà dalla Sua bocca. Mancano ancora mille lunghi anni, ma accadrà.»
Dante. «Così dice il Signore: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.”»
Rainaldo. «Parole che sembrano tagliate su misura per il Filosofo. A volte si ha quasi l’impressione che Aristotele abbia scritto in modo ambiguo apposta per istigare al litigio.»
Pietro il templare. «O meglio, Arabòstele: come ho detto prima, non mi risulta esista una sola copia dei suoi scritti che sia rimasta illibata dai lubrìchi richiami d’Oriente…»
Dante. «Certo, è un bel paradosso: gli arabi prima ci hanno contagiati con queste idee, e poi in casa loro se ne sono liberati.»
Rainaldo. «Dovete sapere che anche tra alcuni rabbini c’è malumore per gli scritti di Mosè Maimonide e invitano a non studiare sui testi di Aristotele.»
Pietro il templare. «Noi cristiani, invece, tutti curvi a compulsare Averroè e Avicenna, imbarazzati perché la nostra fede dice cose diverse da loro… Assurdo!»
Rainaldo (mettendosi il cappuccio e avvolgendosi di nuovo nel mantellone). «Ora, ragazzi, devo lasciarvi.»
Dante. «Ma piove ancora, vi inzupperete!»
Rainaldo. «Il dovere mi chiama altrove. Fatemi sapere chi vince la disputa!» (esce)
Bertrandus. «Averroes et Avicenna sunt laggiù in Inferno, recte Simon?»
Simon. «Boh, nescio.»
Dante. «Neppure io saprei se siano davvero all‘inferno.»
Vanni Virgilio. «Bertrandus, ancora con questa storia dei pagani all’inferno? Non ci dice forse il caro padre Sant’Agostino che i tesori dei pagani sono per noi come l’oro e l’argento che Dio comandò agli Ebrei di portar via con sé dall’Egitto per farne un uso migliore? Dederunt aurum et argentum et vestem suam Hebraeis exeuntibus de Aegypto populo Dei…»
Bertrandus. «I pagani non havevano cogitatione de Deo. Nullo est il merito loro!»
Vanni Virgilio. «Objectio! Non è vero che i pagani non hanno avuto alcun merito.»
Simon. «Et qualis est, il merito dei pagani? Ego non lo video, non lo comprehendo, non lo cognosco.»
Vanni Virgilio. «Ti scongiuro, Simon, tappa la bocca! Per quanto mi riguarda – vale a dire per quanto riguarda il sommo Virgilio di cui sono la fedele ombra e l’umile eco – ho già detto come la penso: il mio Virgilio è salvo di certo, e guai a chi dica il contrario. Che colpa ne ha se è morto prima della Redenzione? Se non è in Paradiso sarà nei Campi Elisi, o sull’Isola dei Beati. Anzi, visto che ha profetizzato la Vergine e la nascita di Cristo, direi piuttosto che si trovi molto vicino a Dio: tra i santissimi profeti.»
Dante. «Fra’ Remigio dice che i filosofi pagani, malgrado gli errori dottrinali, erano in buona fede e hanno avuto grandi intuizioni: Aristotele è riuscito a dimostrare scientificamente l’esistenza di Dio. Perciò Tommaso Aquinate li ha studiati per i propri scritti.»
Pietro il templare. «Quanto sono moderni, questi nuovi ordini mendicanti… Secondo i frati Predicatori[1], dovrei andare a imparare a leggere da un maestro cieco solo perché è in buona fede? Per quanti aggiustamenti io possa fare alla guida del cieco, non mi pare il miglior punto di partenza… E infatti, quali sarebbero queste grandi intuizioni? Il Dio di Aristotele non ha più sentimento di un ingranaggio! Che ci faccio con la dimostrazione scientifica dell’esistenza di un aggeggio così? Di un ‘dio’ del genere faccio volentieri a meno.»
Simon. «Tacete!»
Sopraggiungono due maestri. Tutti si azzittiscono, mentre i docenti li osservano con sospetto. Passano oltre.
Simon. «Ego abhorreo latinum.»
Vanni Virgilio. «Tu aborrisci parlare, Simon. Usi le labbra per la bottiglia.»
Dante. «Pietro, i francescani sono anch’essi un ordine mendicante, ma sono molto legati a voi templari sin dai tempi di San Francesco. La pensano in modo molto diverso dai Predicatori di San Domenico, specie Bonaventura, che ha combattuto Aristotele con tutte le sue forze.»
Pietro il templare. «Sarà; ma ha accettato tutta la sua cosmologia e l’ha usata perfino per parlare dell’Inferno, del Paradiso e del giudizio di Dio! E comunque si è lanciato negli studi e nelle cariche che il Poverello di Assisi aveva sdegnato a favore della santa ignoranza… un’ignoranza che un altro francescano, cioè Bacone, ha additato a fonte di tutti i mali del mondo. Altro che santa. Secondo lui Dio avrebbe ispirato ad Aristotele la Sapienza come ai grandi profeti della Bibbia. Un’autentica blasfemia. Ruggero Bacone, uno che spreca le sue notti con l’astrologia! Come vedi, i nuovi ordini pensano soprattutto a sfiancarsi gli occhi sui libri dei pagani e le tavole astronomiche. Questo sarebbe un sapere capace di salvare il mondo? Scrutare le stelle per verificare le previsioni astrologiche di un infedele come Albumasar?»
Dante. «Sai, a me l’astrologia pare una scienza davvero interessante. Spiega tante cose, e conferma la Bibbia. Non ci ha forse detto Cristo stesso che vedremo segni nel Sole e nelle stelle? È scritto nelle costellazioni: seimila anni ci sono tra il Peccato Originale e la fine del mondo; dopo i primi duemila anni, alla congiunzione di Giove con Saturno, il Signore ci ha donato in Abramo la Vecchia Alleanza, che è infatti la più antica e comprende tutte le altre religioni, così come Saturno è il pianeta più lento e corre lungo la sfera più esterna; dopo altri duemila anni il Signore ci ha redenti con la Sua Morte e Resurrezione proprio mentre Giove si congiungeva con Mercurio, simbolo della più profonda dottrina e delle verità celate, cioè il cristianesimo. Ci troviamo adesso negli ultimi duemila anni prima della fine del mondo.»
Pietro il templare. «Di questi ultimi due millenni, nella prima metà ha regnato lo spirito; con Aristotele è arrivata la tirannia dell’intelletto. Condotti dalla fallace ragione umana, vieppiù obnubilata dal Filosofo, vagheremo dunque per i dieci secoli restanti come ciechi guide di ciechi, finché il mondo intero precipiterà nell’apostasia.»
Bertrandus. «Sentite, amici? Petrus est proprio un perfectissimo propheta!»
Pietro il templare. «Non c’è bisogno di esser profeti, e neppure astrologi, per capire come andrà a finire. Basta l’Apocalisse di Giovanni per sapere che a quel punto verrà la Beata Vergine a schiacciare il serpente.»
Dante. «Ma Albumasar e Bacone ne hanno letto nelle stelle addirittura le date! Vi pare poco?»
Vanni Virgilio. «Esiste un Fato, lo dice anche Virgilio.»
Bertrandus. «Non est culpa de Aristotele se usamus scienzia sua de cielo per facere horoscopi.»
Vanni Virgilio. «Bravo, hai fatto il punto. Il problema è a valle, non a monte: per Aristotele ogni cosa al mondo è governata dal moto delle sfere celesti? Ecco che, per esser pronti al futuro, anziché pregare, rifugiarci in Dio, facciamo oroscopi. Credevamo che grazie agli arabi saremmo diventati scienziati: siamo finiti a fare gli indovini.»
Pietro il templare. «I consacrati del Signore hanno distolto gli occhi dal Tabernacolo per affondarli vogliosi nell’inchiostro sozzo di calcoli magici che, quand’anche fossero veritieri, non ci porteranno alcun bene, perché è somma misericordia di Dio tenerci celato il futuro.»
Bertrandus. «Nostro Domino Gesù nell’horto de Getsemani habet sudato sangue…»
Pietro il templare. «Appunto. Cristo, che tutto sapeva, sudò sangue nel Getsemani al pensiero della Passione imminente. Cosa aggiunge dunque alla nostra fede sapere che, a causa di congiunzioni con Saturno, a metà del secolo prossimo avremo una pestilenza? O che tra 250 anni vi sarà un grave danno alla cristianità? O che infine tra 500 anni, alla decima rivoluzione di Saturno, congiungendosi Giove col pianeta più corrotto, cioè la Luna, una rivoluzione di empi partorirà la sesta ed ultima religione, foeda fides, ossia la setta dell’Anticristo che perseguiterà i credenti nel tentativo di sostituirsi al culto di Dio e, strisciando nei secoli, giungerà infine a tremendissima ma breve tirannide sul mondo intero, dopodiché verrà spazzata via?[2]»
Vanni Virgilio. «Ora capisco perché nel libro dell’Apocalisse la Donna vestita di Sole avrà la Luna sotto i suoi piedi: rivestita del Sole della Grazia, schiaccerà la corrotta Luna!»
Dante. «Vedi, Pietro? Non mi pare un male che le costellazioni celesti confermino quello che sappiamo dalla fede…»
Pietro il templare. «Sei sicuro? Cosa accadrà il giorno che un calcolo astrale dovesse contraddire le Scritture? Dante, credimi, siamo caduti davvero in basso, e con la rapidità del fulmine. Fino al secolo scorso il nostro dolce Bernardo e i cistercensi ci scaldavano il cuore parlandoci dell’amore di Dio. A che pro scrutare l’avvenire nei moti dei pianeti, se ho messo la mia vita nelle mani dell’Amore? Se anche domani mi attendesse il rogo, il mio sonno sarebbe quello placido d’un infante, dato che non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.»
Bertrandus. «Facile dicere… ma difficile facere.»
Dante. «Ha smesso di piovere. Ora qui si riempirà di gente.»
Bertrandus. «Est necessario mutare il nostro sito. Amici, propongo taberna!»
Vanni Virgilio. «Ma in taverna non è molto virgiliano.»
Dante. «Questa l’ho già sentita…»
Simon. «Venite mecum, amici! Cognosco un loco pacifico, molto bono per loquere in pace.»
Escono tutti.
>>><<<
Bologna, una piazzetta davanti all’ingresso di una bottega. Dall’insegna sulla porta si capisce che è quella di un copista. A lato dell’entrata c’è un tavolo fratino con due panche.
Arriva il gruppetto di prima.
Vanni Virgilio. «Ma è il fondaco di uno scrivano! Questo sarebbe il luogo tranquillo per discorrere?»
Simon. «Exacto! Debeo scribere una epistula ai parentibus mei. Vos sedete ad tabulam et attendete, va bene?»
Dante. «E non la puoi scrivere da solo? Hai bisogno dello scrivano?»
Simon tira fuori una lettera. Dante la prende e la legge.
Dante. «“Ci è stato riferito del tuo grande impegno a studiare insieme sia il codice di diritto che il Digesto, ma non quello di Giustiniano, bensì di una sgualdrina, non degli imperatori, ma delle meretrici. E che di mattina ti alzi, sul far del giorno, non per andare regolarmente a scuola, ma nelle taverne dove ti metti a gustare cibi raffinati e poi, dopo abbondanti libagioni, ti fai preparare dall’oste pranzi succulenti. E così, giorno dopo giorno e notte dopo notte, consumi tutto il tempo nelle frivolezze. Hai perso ormai ogni stima nella gente che ti ospita, la quale per questo ci informa di ciò.”»
Pietro il templare. «E così i padroni di casa hanno fatto la spia alla tua famiglia, dico bene?»
Dante. «La lettera è firmata da ben venti parenti, compresi padrino di battesimo, madrina, balia e precettore cum omnibus consanguineis et amicis, cognatis et vicinis”. Direi proprio che sei nei guai, amico!»
Dante ripiega la lettera e la restituisce a Simon.
Pietro il templare. «Ancora non capisco a cosa ti serve uno scrivano.»
Simon. «Non te servit comprehendere, Petrus. Rimanete in loco et discurrete tranquilli. Ego torno presto, molto rapidus.»
Vanni Virgilio. «Come sarebbe a dire? Dove vai?»
Simon entra nella bottega. Gli altri si siedono al tavolo.
Dante. «Lasciamo stare, poi ci spiegherà. Venendo qui, ripensavo a quello che abbiamo detto. Hai ragione, Pietro: oggi i teologi dell’amore chi se li ricorda più? Si usano al massimo come letture edificanti per i ragazzi; A scuola da fra’ Remigio avevo letto un libro di Sant’Aelredo…»
Bertrandus. «Speculum Amoris! Optimo libro, et un auctor bonissimo.»
Dante. «Anche tu l’hai letto a scuola, scommetto.»
Bertrandus. «Exacto! Lectura multo gustosa et profunda. La consilio a omnibus: amici, colleghi, superiores, praelati…»
Pietro il templare. «È d’obbligo leggerlo più di una volta. Prendete in mano anche il nostro patrono Bernardo di Chiaravalle, il doctor marianus innamorato della Beata Vergine, e il suo allievo Guglielmo di San Teodorico, e i vittorini: gli innamorati dell’Amore! Oggi nessuno sa più che sono stati l’ispirazione dei tanto lodati trovatori…»
Dante. «Io, in effetti, non posso certo dire di conoscerli.»
Pietro il templare. «Non puoi farne a meno proprio tu, che sei poeta d’amore! Leggili, e mi darai ragione. E che io non oda più dalle tue labbra le eresie di Averroè e di Sigieri! Lo so che sei amico del prode Cavalcanti, il più testardo averroista di Firenze, ma non ti fa bene all’intelletto, dammi retta. Ti stai perdendo nella nera selva della filosofia di Aristotele.»
Dante. «Non so… ci dovrei riflettere.»
Pietro il templare. «Che il dolce Bernardo supplichi la Beata Vergine di ricondurti sulla via diritta. Guarda dove poggi il piede quando ti incammini sulla strada della filosofia! Con Aristotele rischiamo di dire addio alla Bibbia e a tutti i Sacramenti. Per lui la causa della realtà va ricercata solo nelle cose visibili, e quelle invisibili sono poco più che immaginarie. Cosa resta dunque del Pane Eucaristico, espressione visibile per eccellenza di una realtà invisibile? L’imbarazzo dei teologi è grande, ma è di moda tacere, come fa Bertrandus.»
Bertrandus. «Taci tu quoque, Petrus! Il verbum tuo est periculoso!»
Pietro il templare. «A furia di tacere e tremare farai carriera.»
Dante. «Su un punto hai ragione, Pietro: il Pane Vivo è il grande incomodo nelle facoltà di teologia di questi tempi.»
Vanni Virgilio. «Ma anche Bertrandus ha ragione. È bene essere prudenti: voi Templari siete già abbastanza malvisti per queste idee.»
Pietro il templare. «Hai paura anche tu?»
Vanni Virgilio. «No, ma ritengo inutile e rovinosa ogni opposizione aperta a chi ha autorità su di noi. Non si ottiene nulla e si finisce male. La vita è questa, un penoso dovere, spesso un inane dovere, che ciononostante va fatto fino in fondo.»
Dante. «Par di sentire Enea in persona.»
Vanni Virgilio. «Grazie del complimento.»
Dante. «Non lo era. Per te dunque va bene sacrificarsi per obbedienza e non per difendere la verità e la giustizia?»
Bertrandus. «Corrono mali tempi: secundum magister Berengarius Eucaristia est solo symbolum…[3]»
Vanni Virgilio. «E incarcerare mastro Berengario per le sue asserzioni contro l’Eucaristia peggiorò le cose. Nelle università si bollarono come ignoranti i difensori dei Sacramenti, papa incluso: „Giudici audacissimi, che denunciano come profano quello che ignorano“. L’ho letto in un commento all’Almagesto.»
Torna Simon. Ha una lettera in mano.
Vanni Virgilio. «Da’ qua. (afferra il foglio e lo scorre rapidamente) Ma sei impazzito? Sentite: “Vostro figlio Simon è uno studente modello. Nessuno meglio di me può attestarlo, che sono il suo rettore”… Rettore? Simon, vuoi finire in prigione?»
Bertrandus. «Lege, lege!»
Vanni Virgilio. «“… e quindi dovete prestare fede alle mie meditate parole, anziché alle maldicenze.Simon habet facilitatem in addiscendo, perseverantiam in studendo et excellentem memoriam.”»
Dante. «Facilità nell’imparare, perseveranza nello studio e un’eccellente memoria! Beh, come fantasia batte Virgilio.»
Vanni Virgilio. «E ancora: “Pur avendo egli iniziato da poco, in breve spazio di tempo è già alla pari con gli altri, E tutti lo ammirano. Non ha uguali per ingegno, per volontà di studio, e per memoria. La sua bravura è tale che molti pensano perfino che implori l’aiuto di spiriti infernali.” Ah, ah, ah!»
Bertrandus. «Quindi il tuo scriptor est un falsarius et fraudator criminale! Tu, Simon, habes falsato tota epistula ridicula de rettore. Periculosum, periculosum!»
——————-
Tratto da: Dante di Shakespeare I, Amor ch’a nullo amato, IV atto, pagg. 238-256.
[1] L’Ordine dei Predicatori è l’Ordine domenicano.
[2] Sulle celebri previsioni di Albumasar e Bacone cfr. le Appendici finali del volume, consultabili online al link Academia riportato sopra.
[3] Berengario di Tours (998-1088) negò la transustanziazione.
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