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20.04.2026 10:23

Leone XIV, un agostiniano assai dantesco

10 GIUGNO – Eccoci giunti al quinto e penultimo appuntamento. Con l’ultimo, che sarà pubblicato il 17 giugno, si chiuderà questo primo ciclo, che vuole suonare come un caldo invito a metter piede, fidandosi di noi, nella Weltanschauung che unisce Leone XIV con Dante passando per sant’Agostino. Visione del mondo che è da secoli avversata da entrambi i fronti opposti della teologia tomista e di quella modernista.

Con la speranzaa Dio piacendo, di averne il tempo, progettiamo un secondo e ultimo ciclo a partire dal prossimo novembre, più spiccatamente incentrato sull’indagine della Divina Commedia.

Mentre infatti il primo ciclo presenta gli influssi recepiti dal giovane Dante, e man mano il milieu nel quale germina la poesia e il pensiero del Sommo Poeta; l’autunno prossimo indagheremo sulla piena fioritura di quei prodromi decisamente agostiniani nel cuore stesso della Divina Commedia. Una gioia per lo spirito (lo è stato per noi e speriamo lo sia per i lettori) e soprattutto un viatico per corroborare la forza di volontà, unica facoltà della quale l’essere umano sia interamente signore e padrone (il quoziente intellettivo di partenza, invece, è dono di natura; quindi non merito dell’uomo).

La lettura scelta per oggi non è, se non in minima parte, frutto delle nostre mani. Si tratta infatti di un concentrato – rimasticato per inquadrarlo nel giusto contesto e renderlo godibile a un pubblico più ampio – di citazioni dalla Divina Commedia intrecciate con le numerosissime fonti alle quali Dante stesso attinse: storiche, filosofiche, teologiche e letterarie.

Il nostro contributo originale nel dialogo a quattro che si svolge nella scena qui sotto a Bologna tra Dante e i suoi tre amici del cuore (un tempo suoi compagni di università), si riduce al lavoro di menestrelli: intrecciare in una conversazione i molti fili sparsi costituiti dalle diverse fonti (a volte lontane tra loro anche secoli) e dare il tono e il ritmo alle battute.

Il contenuto invece è parola ispirata, di tante voci vissute, che ha attraversato i secoli consegnando la staffetta della sapienza a quelle voci, e perfino intrecciandole l’una all’altra per raggiungerci in una comunione spirituale sovratemporale. Ed è con questo spirito di comunione che le abbiamo studiate e assorbite e riplasmate per servirvele in ginocchio, come chi fa una serenata d’amore, con tutta l’empatia di cui un cantastorie sia capace.

Lo abbiamo fatto anzitutto perché – lo ricorda papa Prevost in una lettera ai cristiani di Antiochia – «l’ascolto più importante… è quello della voce di Dio», e noi siamo tanto più capaci di annunciare il Vangelo quanto più ce ne lasciamo conquistare e trasformare». Inoltre, per riprendere le parole di un’omelia di Leone XIV – «la comunione si costruisce prima di tutto in ginocchio». La Verità va servita abbandonando l’assurdità tomista di una dimostrazione razionale di Dio, in una «guerra delle parole e delle immagini». Papa Leone insiste che bisogna «disarmare le parole per disarmare la Terra». Richiamando san Leone Magno, Prevost sottolinea che «tutto il bene da noi compiuto… è opera di Cristo».

È straordinario come la scena che stiamo per leggere qui in calce rifletta il pensiero del papa agostiniano. Nel testo troverete diverse note a fondo pagina con specifici rinvii a sant’Agostino.

Una postilla, prima di procedere. Con le parole sulla comunione da costruire anzitutto in ginocchio, papa Prevost ha voluto alludere alla “teologia in ginocchio”, un concetto ripreso più volte da Bergoglio. Orbene, questo concetto lo si crede comunemente coniato dal discusso teologo svizzero Hans Urs von Balthasar. Falso. Il concetto di fare teologia in ginocchio non è una delle poche (anzi pochissime) cose sensate scritte da von Balthasar (il teorico dell’inferno vuoto; una gramigna gnostica, velenosa come il tomismo ma sul versante opposto). Viene in realtà da san Bernardo di Chiaravalle (per questo sono sensate).

Come ricorderà chi ha letto la puntata precedente, san Bernardo diceva che alle Sacre Scritture bisogna accostarsi quasi admirans, non quasi scrutans:, cioè «in atteggiamento di partecipazione affettiva, non di scrutamento razionale». Parimenti si ritrova già in Bernardo anche tutto il resto che von Balthasar dice sul modo giusto di fare teologia, che va vissuta e non solo pensata. Abbiamo già riportato le parole di san Bernardo nel terzo volume della trilogia, mettendolo in bocca ad alcune mistiche che Dante pare abbia visitato durante l’esilio. Ma lo leggeremo la prossima volta, a conclusione del ciclo.

Buona lettura.

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Riprendiamo esattamente da dove avevamo lasciato la volta scorsa, ossia dall’avvertenza di una lacuna nel manoscritto manzonianamente ritrovato:

Avvertenza di Monaldi & Sorti

In questo punto il manoscritto del dramma presenta una lacuna, e altre due arriveranno nel seguito. Qui l’interruzione pare di ridotte dimensioni; mancano però la parte conclusiva della scena precedente e l’inizio della successiva. La prossima scena rivela un filo che lega Dante, la cerchia del filosofo francescano Giovanni Duns Scoto (le cui lezioni Dante a tutti i costi vorrebbe ascoltare) e un celebre dialogo di Platone che parrebbe emergere, contro ogni attesa, nella Commedia. Nel 1304 non solo Dante ma anche Duns Scoto passò quasi certamente da Bologna, come testimoniano documenti storici citati nelle Appendici finali. Il dramma shakespeariano, che ora riprende, introdurrà l’argomento più efficacemente di qualunque chiosa.

Pietro il Templare. «… e poi ha domandato all’uditorio: “Il Bene, ossia la divina Sapienza, è res sufficiens, cosa sufficiente? È una condizione compiuta? Basta a se stesso e a tutto? O serve altro?”. Al che abbiamo tutti risposto: “Il Bene è la condizione più sufficiente di tutte, maestro!”. Al che lui: “Optime. Dovete sapere che l’espressione usata da Platone nel Filebo è “Bonum sufficiens”, “Bene sufficiente”, vale a dire che il Bene basta a se stesso. Poi ci ha fatto una vera e propria analisi di questo concetto, che non sto qui a ripetere, e ha concluso: “Quindi non va chiesto altro al Signore che il Bene, ossia la Sapienza divina, affinché possiamo noi stessi essere res sufficiens, bonum sufficiens, che esclude ogni difetto o mancanza, ed è perfetto e completo, in quanto rifiuta eccessi e diminuzioni, ed è definitivo perché non oscilla né è posponibile a un bene più completo. Se chiederemo questo al Signore, e non altro, avremo già la perfetta beatitudine celeste.”[1] In parole povere ha detto che, se il Bene deve bastare in se stesso e, come sappiamo, esso è oggetto della volontà piuttosto che dell’intelletto[2], ecco che il sommo Bene, cioè la Sapienza, cioè Dio, è tutto quanto necessitiamo. Non c’è bisogno d’altro! Ah, Dante, un vero peccato che tu non fossi presente!»[3]

Vanni Virgilio. «Sei entusiasta perché nel suo discorso contraddiceva il doctor angelicus su tutto, pur senza mai nominarlo.»

Cino da Pistoia. «Non poteva citarlo apertamente: si dice che sia già in vista il processo di canonizzazione. E d’altronde non poteva che contraddirlo: l’Aquinate ha scritto fiumi d’inchiostro sul primato dell’intelletto rispetto alla volontà.»

Dante. «Carte da bruciare, secondo le disposizioni del loro autore, che, a quanto si dice, prima di morire ci aveva ripensato. Spirò ospite dei cistercensi: quanto di più lontano dai suoi scritti.»

Pietro il Templare. «Questa moda di chiamare Tommaso “angelico dottore” è davvero fuori luogo: il suo è il pensiero teologico più terreno che sia stato finora partorito da un religioso! Va bene tutto quanto scrisse sull’Eucarestia, e il suo inno è splendido. Ma il resto del suo pensiero, o si rifà alla comune dottrina dei Padri, e dunque non è merito suo, oppure ha un odore che non sa staccarsi da terra… tutto meno che angelico. Suvvia, come si può dire che Dio sarebbe razionalmente dimostrabile? È un’assurdità. E va a detrimento della fede.»[4]

Dante. «Secondo lui non si può credere nell’esistenza di Dio se non la si può dimostrare con la ragione.»

Vanni Virgilio. «L’angelico dottore ha scritto molto, pescando le sue idee dalle acque più disparate.»

Pietro il Templare. «Un calderone che oggi permette, a chi vuol servirsi dei suoi scritti quasi fossero vangelo, d’inserirli come prezzemolo in qualunque pietanza.»

Cino. «Vero. È, diciamo, un “buono a tutto”, e purtroppo non è raro il caso che dia un colpo alla botte e uno al cerchio, come quando parla della volontà e della grazia: non vuole negare che Dio ha dato all’uomo il libero arbitrio, ma lui non ci crede e si capisce benissimo. Secondo il suo pensiero esisterebbe la cosiddetta “Grazia Irresistibile”, cioè la grazia che Dio dà a chi vuole per convertirlo, ma, siccome l’Inferno esiste, va concluso che Dio non a tutti la concede…»

Pietro il Templare. «Riduce il libero arbitrio umano, la perla più preziosa di tutta la teologia di san Bernardo, a quello di una commedia di pupazzi.»

Cino. «Il suo, almeno in casi come questo, non è “retto uso di ragione”, ma equilibrismo dialettico.»

 Pietro il Templare. «Non c’è da stupirsi se poi s’è pentito di questa roba. Ne sono sommamente felice, ma resta il danno in saecula saeculorum dell’aver scritto tonnellate di roba senz’accogliere quel che gli aveva obiettato Bonaventura: “Dio non fa tutto quello che può, ma tutto quello che è giusto e congruente”. Forzare il libero arbitrio dopo averlo donato sarebbe contraddirsi. Non era difficile da capire. Ora, che succederà il giorno che le sue presunte dimostrazioni razionali di Dio venissero smentite? Dovremmo dire allora che l’Altissimo non esiste? Va da sé che quel giorno saranno schiere a dirlo!»

Cino. «Chissà, magari un giorno i suoi scritti cadranno nell’oblio.»

Pietro il Templare. «Con la Santa Sede che già s’avvia a dichiararlo santo e con i domenicani agguerritissimi per farne un novello Padre della Chiesa? Non ci sperare.»

Vanni Virgilio. «Ammetto che quello del doctor angelicus possa risultare, come dire, quasi un “lavoro sporco” rispetto alle meditazioni monastiche, ma almeno sul piano pratico esso è, al medesimo tempo, necessario.»

Dante. «Qui il nostro novello Virgilio ha ragione. La Summa Theologiae è, in parte, un efficace manuale in cui Tommaso ci dà la risposta argomentata a molti dubbi pratici. Lì dentro è scritto a chiare lettere, ad esempio, che sono da trattare come scomunicati i simoniaci, ossia vescovi e preti che pretendono soldi dal fedele per amministrare i sacramenti: e il fedele che, per accedere ai sacramenti, cedesse alle loro richieste cadrebbe in istato di peccato.»

Vanni Virgilio. «Ma c’è nel Vangelo che i ministri di Dio hanno diritto al compenso: “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.”»

Dante. «Comodo tradurre in tal modo “dignus est operarius mercede sua”! Significa proprio il contrario di quello che pretenderesti tu! “L’operaio è degno del compenso che riceve”, ecco la giusta traduzione; e significa che il ministro di Dio deve tenersi quello che gli danno senza chiedere di più. Infatti poi Cristo prosegue: “Non passate da una casa all’altra”. Vale a dire: “Fatevi bastare quanto vi offrono senza passare di casa in casa per avere maggiori comodi”. Perché, appunto, il salario che riceverete sarà sempre quello deciso da Dio per la vostra missione. S’ingrassano gli animali immondi destinati a finire in tavola!»

Cino. «Il mercanteggio di Cristo nella Chiesa è il tuo nervo scoperto, Dante; ma come darti torto?»

Pietro il Templare. «Dice bene, infatti. L’apostolo non deve che impinguare lo spirito proprio e altrui di cibi sapienziali. E la Sapienza s’illumina a una mente che la crapula non rende ottusa e a un cuore che si nutre di cose soprannaturali.»

Vanni Virgilio. «Sono felice però, Pietro, di averti indotto a difendere quantomeno un punto di vista dell’Aquinate. Visto che in qualcosa andate pur d’accordo?»

Pietro il Templare. «Anch’io sono felice: ho trovato almeno un punto in cui tu non sei d’accordo con lui. La venerazione dello status quo del potere supera in te ogni altro culto. Potrai mai sopravvivere a questa dolorosa agnizione su te stesso? Se vuoi ti presto la mia cordicella e stasera espii frustandoti a sangue.»

Cino. «Bando ai battibecchi. Su una cosa concordiamo più o meno tutti: nel vademecum pratico dell’Aquinate, il fedele trova la soluzione a ogni dubbio… purché non sia di fede!»

Dante. «Per quanto riguarda la sua metafisica, infatti, c’è senz’altro di meglio.»

Pietro il Templare. «Le pretese “dimostrazioni razionali” tanto di moda oggidì non sono esercizio della ragione, ma il risultato di determinate insinuazioni filosofiche che hanno avanzato la pretesa di essere messe alla pari con la ragione. E chi si rifiuta di sacrificare i canoni della ragione ai pregiudizi del momento viene accusato di non saper ragionare!»

Dante. «E di aggrapparsi a vecchie idee, ormai morte. (tra sé) Come la mia fede?»

Pietro il Templare. «Mentre invece festeggiare la morte delle vecchie idee significa solamente festeggiare la vittoria di una determinata idea.»

Cino. «La teologia di scuola è troppo giuridicizzata in materia morale. E parlo da giurista. Chi ha bisogno di tanta acribìa?»

Pietro il Templare. «Chi non ha più un cuore pensante.»

Dante. (tra sé) «Un intelletto d’amore…»

Pietro il Templare. «E sono in molti, oggi, direi i più.»

Vanni Virgilio. «Vedete dunque quanto sia indispensabile la Summa Theologiae? Prendete ad esempio le suddivisioni tra i vari generi d’ignoranza: il tipo più subdolo è quello dell’ignoranza cosiddetta “crassa” o “affettata”, cioè direttamente volontaria, tipica di coloro che, per non essere distolti dal peccare, si rifiutano di sapere come stanno le cose e dove sta la verità; questo tipo di ignoranza non solo non è innocente, ma ordinariamente aggrava la colpa, perché dipende da una preventiva chiusura della volontà alla possibilità di essere illuminati per agire diversamente.»

Pietro il Templare. «Quanto è vero. Ho aiutato recentemente un confratello in un esorcismo su una persona posseduta da un’anima dannata. Nel corso del rito, abbiamo posto al dannato specifiche domande sui libri della metafisica aristotelica che, come siero letale, vengono inoculati nei cuori dei conventi. Il dannato ha risposto che in quei testi c’è qualcosa di veramente demoniaco che distrugge i legami affettivi con Dio. Il chierico che acconsente a leggerli è come se formasse una sorta di patto col demonio. Al che il mio confratello ha ribattuto: “Ma non lo sanno!”. E il dannato: “Perché non vogliono ascoltare”. Dunque non sanno per non voler sapere!»

Vanni Virgilio. «I libri della metafisica aristotelica? Questo esempio potevi risparmiartelo.»

Pietro il Templare. «Ma è vero.»

Vanni Virgilio. «Non ci credo.»

Pietro il Templare. «Non per questo diverrà meno vero. In ogni caso, noi in Occidente abbiamo dimenticato la sapienza ch’è fatta di amoroso colloquio col Creatore attraverso il Creato: per questo abbiamo bisogno di maestri pignoleggianti. I cristiani d’Oriente, invece, sono stati preservati grazie alla separazione da noi. Il dolcissimo Bernardo nostro patrono lo aveva ben compreso, traendo dai Padri greci profonda dottrina e ispirazione, specie per quel che riguarda il primato del libero arbitrio su ogni grazia possibile.»

Dante. «Oggi vige l’idea opposta, come abbiamo visto.»

Pietro il Templare. «Perché i domenicani non hanno eseguito le ultime volontà di Tommaso. Avrebbero potuto bruciare almeno le sue opere di metafisica. Invece, se alle loro orecchie giunge una critica al loro campione, la denuncia all’Inquisizione è garantita. Nomen omen: domenicani, Domini canes!»

Dante. «Non generalizzare troppo, amico: il mio buon fra’ Remigio de’ Girolami, ad esempio, un domenicano, mi educò e istruì e lo amai come un padre. E non è l’unica mano amica rimastami tra i frati predicatori.»

Pietro il Templare. «Tra i domenicani! Dici davvero? C’è qualcosa che non so?»

Dante. «Diciamo piuttosto che c’è qualcuno che, nella mia malferma condizione di esule, mi pensa nel segreto con pietà.»

Pietro il Templare. «Inteso, Non hai bisogno di dir altro: prudenza è d’obbligo. Perdonami l’intemperanza di poco fa, ma saprai forse che molti domenicani non vedono di buon occhio noi templari. Ci prendono per eretici solo perché le teorie dell’Aquinate mal si accordano al culto  che rendiamo all’Immacolata.»

Dante. «Prima degli schieramenti ci sono gli uomini, con la loro buona o mala volontà dinanzi a Dio.»

Cino. «Dante e io ne siamo un esempio vivente: io guelfo nero e lui guelfo bianco, ma ci amiamo come la nostra vita!»

Dante. «Puoi gridarlo forte dalla cima della Garisenda!»

Pietro il Templare. «Riconosco il mio errore, grazie della correzione fraterna. In verità anch’io ho sentito parlare di un domenicano che farebbe eccezione: fra’ Dorando d’Alvernia[5], che a quanto si dice sopporterebbe assai poco la proibizione del suo Ordine di pensarla diversamente da Tommaso, o meglio dalle sue opere, o, meglio ancora, da quel mito che i maestri domenicani di Parigi gli stanno costruendo attorno prendendo solamente ciò che fa loro comodo per negare che la volontà umana sia davvero libera.»

Cino. «Come sappiamo, si sguainano spade per difendere simili argomenti: è la teoria prediletta da chi rifugge la responsabilità del male che commette.»

Pietro il Templare. «Il movente infatti è lì: interpretazioni di comodo… per fare i propri comodi.»

Cino. «E devo dire che… qualche volta farebbe molto comodo anche a me!»

Dante. «Quale uomo non fu mai tentato di addebitare a Dio o agli astri i propri peccati?»

Pietro il Templare. «Dorando d’Alvernia, invece, è un convinto sostenitore del primato della volontà e del libero arbitrio.»

Vanni Virgilio. «Ben sorprendente per un domenicano!»

Pietro il Templare. «Alla scuola di san Domenico, che fondò l’ordine sotto la protezione della Beata Vergine, si prosperava bene, finché non si è iniziato a sragionare con la Metafisica di Aristotele.»

Cino. «Dalla Donna più bella e dolce dell’universo al greco acido e barbuto.»

Pietro il Templare. «Un cambio farneticante dal quale i francescani cercano di tenersi al riparo, per quanto possibile di questi tempi.»

Vanni Virgilio. «In tutta franchezza, oggi quel gruppetto mi è parso un po’ eccentrico.»

Cino. «In effetti, l’oratoria di Duns Scoto e dei suoi è stata mite e sommessa come una preghiera, ma nascondeva una lama fine e affilatissima. Tuttavia, non li definirei eccentrici.»

Vanni Virgilio. «Sarà, ma i loro ragionamenti procedono in guisa singolare, non tanto per contenuto quanto per forma. Prendete, ad esempio, quel francescano che oggi ha parlato di più: inizialmente pareva che la pensasse in un modo; poi man mano poneva domande così sottili da far cadere in tranelli di sottigliezza logica; e di lì ci ha condotti dove davvero intendeva arrivare. A proposito, lo sai che lo Scoto, da piccolo, era un minus habens? Un tonto, non riusciva a imparare nulla di nulla. Lo ha raccontato lui! Poi, una notte, fuggendo nel bosco, aveva supplicato la Madonna di avere un po’ più di sale in zucca. E di lì divenne miracolosamente sapiente come lo vediamo ora.»

Dante. «Ha chiesto a Dio la sapienza, come Šlomo, cioè re Salomone.»

Pietro il Templare. «Esatto, come re Salomone. Per questo ha detto che la Sapienza è bonum sufficiens. Il suo compagno ha parlato anche, citando l’Olivi, della volontà come forza che apre l’intelligenza alla luce e ci fa capire il senso di tutto il Creato e di tutti gli eventi della nostra vita. Dio Creatore, prima di ogni altra cosa, ha detto “Fiat!”, “Si faccia!”. E quel “Fiat!” è eterno, sempre presente, un momento unico sempre in atto, e contiene tutto. La conoscenza dunque è dentro la volontà, non prima di essa. E poi ha detto una cosa che – giuro – mi ha fatto trasecolare: è la volontà la prima ruota che, movendosi, tutto muove intorno a sé. Come il Primo Mobile delle sfere celesti!» 

Vanni Virgilio. «Sono rimasti solo i templari a contestare le sfere di Aristotele.»

Pietro il Templare. «Oggi sei il re dell’antipatia. Le sfere celesti esistono, sì, ma non sono quelle di Aristotele, bensì quelle descritte da san Dionigi, che a sua volta le apprese da san Paolo suo maestro, essendo questi asceso per grazia di Dio fino al terzo cielo, come sappiamo dalle sue lettere. Non a caso, san Paolo era della tribù di Beniamino, che, come dice il Salmo, pur essendo il più giovane dei dodici patriarchi d’Israele (come Paolo è l’ultimo arrivato tra gli apostoli), li precede festoso nell’estasi della contemplazione di Dio. Di lui Mosè disse che Dio lo tiene tra le Sue braccia. Profezia del privilegio che sarebbe poi toccato al discendente di Beniamino, Paolo di Tarso. Fortunato Dionigi ad esser stato suo discepolo, e fortunati noi ad avere i suoi scritti: sono il frutto di quel che Paolo contemplò lassù.»

Dante. «Dionigi, da Atene, finì martire a Parigi.»

Pietro il Templare. «Sì, nell’abbazia a lui dedicata si conserva l’orifiamma, lo stendardo dei re francesi fatto col drappo intriso del suo sangue.[6]»

Dante. «E vi si conservano anche le sue opere in greco.»

Pietro il Templare. «Esatto, furono recate in dono al re da un imperatore bizantino. Le sfere, dicevo, sono mosse, intenzionalmente, dalla provvidenziale volontà d’amore di Dio per l’uomo, il Suo prediletto, il Suo amato. Dio con foga d’amore instancabile ci ama e, solo perché ci ama, ci dà la vita. Non c’è niente di meccanico, né di passivo, come invece pretenderebbero i fedeli del Filosofo, con quel loro dio che “muove come ciò che è amato”. Una definizione che trovo agghiacciante e che purtroppo l’Aquinate ha cercato di salvaguardare rovesciando il pensiero di Bernardo: Dio non è più l’amante, e l’uomo l’amato che, lasciandosi amare da Dio, acquista le virtù per riamarLo, bensì il contrario e cioè Dio ama se stesso e ciò provoca l’amore dell’uomo. Il dio di Aristotele contempla solo se stesso, esattamente come il dio diabolico degli gnostici contro cui tuonava santamente Ireneo di Lione, che fu discepolo del discepolo di san Giovanni apostolo. Anche il dio di Aristotele, come il dio gnostico, se ne infischia dei destini umani.»

Cino. «In tal modo non ci si sente amati da Dio. Di qui è breve il passo verso il raffreddamento della fede.»

Dante. «L’Aquinate era in buona fede: si ricredette e abbandonò la scrittura della Summa Theologiae. Mentre andava al Concilio di Lione, si ammalò e chiese ospitalità al monastero cistercense di Fossanova. Entrando disse profeticamente col Salmo: “Qui sarà la mia pace eterna: qui abiterò perché ho scelto questo luogo”. Capite? Volle morire tra i cistercensi, in quello spirito che nei suoi scritti aveva sempre ritenuto superato e inadeguato. Sul letto di morte, attorniato dai monaci, confessò la propria inferiorità: “Oh, datemi lo spirito di Bernardo”, gemette. Nel monastero di Fossanova, dove spirò, c’è una lapide che lo ricorda. E lo spirito di Bernardo gli fu dato: morendo, fece un commento del Cantico dei Cantici molto diverso da quello che aveva scritto in passato, dato che adesso non la sua arte parlava ma la sincerità del suo pio animo, illuminato sulla soglia dell’oltremondo. Spirò appena recitò il versetto dove lo sposo dice alla sposa “Vieni, entriamo nel giardino” per unirsi nell’amore. Un trapasso distante quanto gli astri dalla filosofia dei suoi scritti. Io credo che nessuno di noi dovrebbe dimenticarlo, altrimenti faremmo torto alla sua anima che è beata in Cielo per essersi spesa con sincerità al servizio di Dio  ed aver riconosciuto i propri errori.»

Pietro il Templare. «Quindi adesso, in Paradiso, Tommaso parla con lo spirito di Bernardo!»

Vanni Virgilio. «Mah. A me paiono piuttosto debolezze di chi si sente vicino alla morte.»

Pietro il Templare. «Che però è il momento della suprema verità, una verità tanto distante dal mondo da sembrare follia a chi disprezza la ragione del cuore. E la verità è che il vero motore che governa il mondo è l’Amore Amante, che muove non in quanto tutte le cose aspirano ad esso, bensì in quanto Egli stesso ci ama per primo.»

Vanni Virgilio. «D’accordo, la prima spinta partirebbe da Dio intenzionalmente. Ma poi gli altri movimenti, quelli secondari intendo, per giungere all’infinita varietà della Creazione, cioè le cause prime e le cause seconde, sono mera conseguenza di quel primo moto. O dobbiamo pensare a un Dio indaffarato tutto il giorno a far tutto?»

Pietro il Templare. «Ma vedi come si restringe il tuo cervellino a ragionare in termini aristotelici? Non esistono davvero né cause prime né seconde. Esiste l’atto unico di Dio e basta.»

Vanni Virgilio. «L’atto unico di Dio?»

Cino. «Hai dormito per tutta la lezione? Di certo dormivi poco fa, perché ne abbiamo accennato a Dante: è l’eterno presente di Dio.»

Vanni Virgilio. «L’eterno presente: vi siete decisi a parlare chiaro, Deo gratias. L’avevate detto in modo così astruso che pensavo d’aver compreso male.»

Cino. «Il compagno dello Scoto ha detto più o meno così: “Gli effetti sul Creato sono prodotti dalla sola ed unica Divina Volontà, e agiscono a seconda della migliore o peggiore disposizione delle creature. Nella Santissima Trinità non ci sono successioni di atti, e se pare all’uomo che prima si sia fatta la Creazione, poi la Redenzione, quest’apparenza è manifestazione graduale che Dio fa all’uomo di tutto ciò che l’eterno presente di Dio possiede. Per Dio tutto è racchiuso in un solo eterno momento, in un solo atto che fa tutto e abbraccia tutto”, un’emanazione continua che si riflette in noi e ci modella, come scrive san Dionigi. Ho detto bene?»

Pietro il Templare. «Perfettamente. E ha aggiunto che, se dal punto d’osservazione concesso a noi, prigionieri del tempo, non si vede realizzato all’istante il decreto di salvezza che il Volere Divino ha emesso per il mondo, è perché Dio agisce nel pieno rispetto del libero arbitrio umano: attende il sì dell’uomo al progetto di bene che Dio ha su di lui, come scrisse il dolcissimo Bernardo; ma questa attesa appare solamente dalla prospettiva umana, immersa nel tempo, non da quella divina, dove Dio antevede cosa decideremo e quindi tutto è simultaneo e conchiuso nell’atto unico e continuo di Dio.»

Vanni Virgilio. «Bah. Il nostro libero arbitrio ricade tra gli effetti della predestinazione: allo stesso modo in cui l’azione delle cause seconde non è distinta da quella della causa prima, così l’operare del nostro libero arbitrio non può mai essere considerato indipendente o svincolato dalla predestinazione divina.»

Pietro il Templare. «Questa corbelleria è l’ennesimo parto mostruoso del cervello bacato del tuo Aquinate! Comodo pensarla così!»

Cino. «Va di moda tra troppe tonache: si sentono gli “eletti”. Credono a quel parto mostruoso di menti malate che sarebbe la Grazia Irresistibile: se Dio te la concede ti converti, ma non la concede a tutti. Se la cavano con un semplice “È l’imperscrutabile giustizia di Dio!”. Un bel grido scaricabarile…»

Pietro il Templare. «Esiste, piuttosto, la Grazia Preveniente, che viene donata a tutti, ma ciascuno è libero di non farne uso.[7] Quanti doni di Dio vengono respinti dall’uomo! Ma nessuno ne parla più: negletti sono Agostino e Bernardo.»

Cino. «Si sta giungendo a negare del tutto l’esistenza d’un pensiero che non derivi in qualche modo da Aristotele.»

Vanni Virgilio. «Cino, ti credevo poeta d’amore.»

Cino. «Proprio perché sono poeta d’amore vedo più chiaramente certe cose.»

Vanni Virgilio. «Non sapevo che anche tu vedessi dappertutto persecuzioni come Pietro…»

Pietro il Templare. «Vorresti forse negare che, per voi amanti dello status quo, il Filosofo va anteposto a tutto, tutto deve partire da lui, lui è stato il primo che ha detto tutto e fatto tutto?»

Vanni Virgilio. «Non nego il fatto che questo, pur espresso con la tua abituale grossolanità, sia attualmente il pensiero prevalente. Ma è stato partorito dagli onesti sudori di schiere di filosofi e teologi; non per forza dev’essere un pensiero interamente sbagliato, a mia modesta opinione.»

Pietro il Templare. «Non l’ho mai ritenuto un pensiero interamente erroneo. Se però si proibisce di avere idee divergenti e si falsifica il passato, il sospetto che ci sia della cattiva fede viene eccome. La verità è che il pensiero del Filosofo è il pensiero di pochissimi, seguiti servilmente sia da grovigli di larve e lèmuri preoccupati di fare vita tranquilla all’ombra del potere, sia da mandrie di maiali viziosi attaccati alle idee averroiste solo per poter millantare che il libero arbitrio non esista e che essi quindi non siano colpevoli della loro vita peccaminosa… A questo punto, ti do un’idea: perché non proponi al rettore dell’Alma Mater di fare un bel convegno di maestri teologi da tutto il mondo e in una nuova edizione della Genesi sostituite il Creatore con Aristotele? “Fiat lux!, dixit Aristoteles. Et lux fuit”. Suona bene, no? Nessuno osi porsi al di sopra di Aristotele! Lui ha fatto tutto, ha inventato tutto, ha detto tutto, ha pensato tutto! Ah, quando c’era Lui! Così avreste risolto: potreste dire che perfino il dolce Bernardo e i vittorini non abbiano fatto altro, in fin dei conti, che rielaborare Aristotele, e finanche alle mistiche come Matelda di Magdeburgo in realtà sarebbe apparso non Gesù Cristo bensì Aristotele!»

Dante. «E chissà che un giorno o l’altro non appaia anche a noi!»

Pietro il Templare. «Io lo farei a fette con la mia spada. Sarebbe facile, tanto quello che chiamano “il Filosofo” è solo frastuono per coprire le armonie divine, fumo per annebbiare la Verità!»

Dante. «Che ne dite: se adesso starnutissi, starei citando Aristotele? Io direi di sì. Basti il fatto indubitabile che Aristotele in vita starnutì! E quindi ora chiunque starnutisca deriva da lui. Chiarissimo, no?»

Cino. «Più chiaro del sole.»

Vanni Virgilio. «E se invece ci apparisse Tommaso d’Aquino? Lui era grassoccio: piuttosto faticoso da fare a fette.»

Pietro il Templare. «Se l’Aquinate scendesse dal Cielo, mi darebbe ragione e, ascoltando quel che abbiamo ascoltato oggi, si commuoverebbe perfino più di noi due, vero Cino?»

Dante. «Cino, dunque anche tu oggi ti sei emozionato all’incontro con i francescani parigini?»

Cino. «Non posso negarlo. Quel compagno dello Scoto che ha parlato più di tutti, come si chiamava?, terminata la lezione è rimasto a conversare con noi: lui – prima così asciutto e, direi, disinteressato ad esporre in uno stile fiorito, ha mutato registro e sorpreso tutti: dalle sue labbra sono usciti quasi versi d’amore. Ha detto: “Dio, creando, non amò il cielo ma l’uomo nel cielo, creò il Sole per amore verso l’uomo, non del Sole. Nel creare, non ha amato la Creazione in sé ma come diletto per l’uomo. E infine dal fondo del Suo amore trasse un respiro e con esso creò l’uomo, il Suo diletto.”»

Pietro il Templare. «Ne son rimasto folgorato io pure: “Dal fondo del Suo amore trasse un respiro”. Oh, Dante, dimmi: come non innamorarsi di un Dio così?»

Dante. (tra sé) «“… Dal fondo del Suo amore trasse un respiro”… Perché sento nel cuore questa paura che ciò sia troppo sublime per essere vero? Ah, uomo! Sei niente e sei tutto: niente in te stesso; ma davvero sei tutto per il Signore Dio? O il cielo è solo il telone dipinto che vi scorgeva Cavalcanti?»

Pietro il Templare. «Altro che la pretesa indifferenza di Dio che i filosofanti vorrebbero ammannirci! Il frate lo ha spiegato chiaramente: tutte le cose girano intorno alla prima ruota perché essa stessa le vuole muovere! “Vuole”: ha detto proprio così! Il perno del ragionamento sta tutto qui! Sicché chi accoglie la Volontà Divina come vita, prende tutto e, nella medesima guisa in cui la prima ruota si muove, così tutte le cose si danno all’anima, tanto che costei non ha più bisogno – per indagare il mistero dell’esistenza ed essere nella pienezza della calda luce dell’intellectus amoris – né di chiedere o di ricercare, né d’indagare o studiare oppure far ipotesi, e men che meno di angustiarsi. Perciò, ci ha detto, concentrate l’attenzione e le forze sulla prima ruota, la fusione con la volontà di Dio; tutto il resto verrà da sé. Ecco le vere “cause seconde”, non quelle aristoteliche! Tale è la volontà divina: chi la possiede, possiede la sua sapienza e non ha bisogno di nient’altro.»

Dante. «Bonum sufficiens!»

Cino. «Oggi a me, tuttavia, questa storia della volontà ha lasciato qualche interrogativo. Da un lato, il peccato originale ha scacciato la volontà di Dio e dobbiamo farla tornare a vivere dentro di noi affinché tutto si rinnovi, dall’altro però Ella è stata sempre in mezzo alle creature. Non vi pare vi sia una contraddizione?»

Pietro il Templare. «No, ascolta. La volontà di Dio, per sua natura, è dappertutto e nessuna creatura per vivere ne può fare a meno. Altrimenti tutto il Creato si dissolverebbe nel nulla. L’uomo, in più – essendo l’unica creatura fatta non per servire ad altre creature ma per se stessa, perché Dio l’amasse e ne fosse riamato – è costituito da Dio di sola Divina Volontà, fatto per vivere di Divina Volontà e nella Divina Volontà, e dunque per lui non vi è posto fuori del Fiat Divino né in terra, né in Cielo, né nello stesso Inferno.»

Cino. «Questo mi è chiaro: è il medesimo Fuoco d’Amor Divino che, riamato, ha effetto di luce e tepore in terra e in Cielo, mentre, rifiutato, ha effetto di tenebra e arsura all’Inferno. La differenza la facciamo noi, non Lui.»

Vanni Virgilio. «Come poeta d’amore non potevi non saperlo.»

Pietro il Templare. «Dici bene, Cino, ma ora vengo al punto. Il regnare della Divina Volontà è cosa diversa dal Suo essere dappertutto. Prima della venuta di Cristo, era come se la volontà di Dio vivesse in terra straniera e perciò le creature ricevevano scarse comunicazioni dal Cielo, giusto le brevi notizie che un giorno Cristo si sarebbe incarnato. Con la venuta di Cristo in terra, il celeste volere si avvicinò alle creature, la volontà umana fu messa in relazione con quella divina e il flusso di notizie per far conoscere il Cielo aumentò. Gesù insegnò il Pater Noster per far dire all’uomo “fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra” e introdurlo così pian piano alla conoscenza del terzo periodo, quello del Regno che verrà. Però le creature non riconobbero questo messaggio e quindi la volontà di Dio non può ancora regnare. Vero è tuttavia che ogni Pater Noster che recitiamo serve a innaffiare la crescita ventura di questo regno e giorno verrà che questa volontà divina non solo starà in mezzo agli uomini, ma dentro ciascuno di essi come vita perenne: il suo Regno in mezzo alle creature. Prima sarà in pochissimi, come Gesù Bambino fu solo nel grembo di Maria e poi in braccio a san Giuseppe: finché poi, come Gerusalemme ha dato a Roma la Salvezza, Roma darà a Gerusalemme il Perfetto Reintegro nella condizione umana ante peccato originale. Quella generazione sarà pertanto il duplicato, nella creatura, dell’infinito Fiat divino, un vero portento da stupire le schiere angeliche e tutti i santi: quando mai si è visto il Tutto replicarsi nel Niente dell’uomo? I figli del divin volere parteciperanno non solo delle opere “ad extra” della Trinità, come tutti i beati del Paradiso, bensì anche delle Sue opere “ad intra”, dell’amorosa amicizia tra le Tre Divine Persone, della quale l’amicizia terrena è il primo riflesso. Quei beati posteri rigurgiteranno su noi, trapassati prima di quel tempo benedetto, la pienezza della Trinità duplicata in loro.»

Dante. «Vuoi dire che saranno superiori perfino ai più grandi santi?»

Cino. «Il frate lo ha detto chiaramente: le virtù umane sono luce locale, a tempo e circostanza; la luce della divina volontà è il sole, sorgente costante di ogni luce. Anche qui ha detto che queste cose erano già nel pensiero dell’Olivi.»

Vanni Virgilio. «A me paiono tutti eretici. Solo la Trinità partecipa delle proprie opere ad intra!»

Cino. «Ma cosa blateri: mica è un dogma! E non cominciamo con le accuse di eresia, per favore: mi si strizza lo stomaco. Anzi, sapete che vi dico? Scendo un attimo all’osteria qui sotto a prendere qualcosa da sgranocchiare per placare il vorace cormorano del ventre, visto che qui non c’è nulla.»

Vanni Virgilio. «Sì, scusate, non ho fatto gli onori di casa come avrei dovuto… Ammetto di essere un po’ trascurato negli ultimi tempi. Le cose all’Alma Mater non vanno come dovrebbero.»

Dante. «Gli studenti ritardano con i pagamenti?»

Vanni Virgilio. «Mi danno appena di che vivere. Da quando mio padre è morto, tiro avanti a fatica. Il rettore dice che non posso pensare di fare tutta la mia carriera qui a Bologna. Devo trovarmi lezioni altrove, fare almeno un po’ di esperienza, e poi potranno integrarmi meglio nel corpo docente. Ma altrove dove?»

Cino. «In un altro Studium.»

Vanni Virgilio. «Non ve ne sono certo molti qui in Italia!»

Cino. «Allora va’ in Francia.»

Pietro il Templare. «Lui? Figùrati. Vanni Virgilio non vorrebbe uscire nemmeno da Bologna.»

Vanni Virgilio. «Al massimo a Padova.»

Dante. «O a Mantova… in pellegrinaggio dal tuo Virgilio.»

Vanni Virgilio. «Tu mi schernisci, ma per me sarebbe davvero la cosa più desiderabile di tutte. Il rettore consiglia una cittadina più emergente che già rinomata, dove ci siano studenti e si tengano corsi pur in assenza di un vero e prorio Studium. Lì avrei più probabilità di farmi largo.»

Cino da Pistoia esce.

Pietro il Templare. «Sapessi poi, Dante, quanto ancora s’è parlato del primato della volontà sull’intelletto! A un certo punto io stesso ho iniziato a pormi quesiti e pertanto mi sono alzato e ho chiesto: “Maestro…”»

Dante. «Quindi era lo Scoto a parlare in quel momento?»

Vanni Virgilio. «No, l’altro.»

Dante. «Ma come si chiamava?»

Vanni Virgilio. «Già, come si chiamava? Pietro, tu lo saprai senz’altro.»

Pietro il Templare. «No, ma che importa? Era un francescano del gruppetto, e tanto mi basta. La Verità non ha altri autori oltre Dio.»

Dante. «Stavi dicendo che gli hai posto un quesito.»

Pietro il Templare. «Sì, gli ho chiesto: “Le scoperte della scienza, della tecnica, del sapere, sono oggettive, provengono dalla conoscenza e quindi dall’intelletto; cos’hanno a che fare con la volontà?”. E lui: “Rifletti, figliolo: la scienza indaga il Creato per scoprirne le leggi. E il Creato non viene dal nulla. Dico bene?”. E io: “Nulla nasce dal nulla. È ovvio”. E lui: “Ed è altrettanto ovvio che il Creato è stato voluto da chi lo ha creato”. E io: “Certamente”. E lui: “È ovvio quindi che solo la Volontà di chi ha fatto la Creazione possiede la totale ragione di ciò che ha creato e fatto. Questo significa che solo nella Volontà creatrice di Dio esiste la scienza che spiega in modo completo e perfetto il Creato e può altrettanto perfettamente dominarlo. Dio aveva dato questa Sua volontà all’uomo, affinché gli desse ragione di tutte le opere Sue, nel duplice senso di averne sia contezza perfetta sia perfetto dominio; perché l’uomo è il primo amore di Dio, lo scopo di tutta la Creazione. Solo l’uomo infatti possiede un proprio volere, il Creato no: esso è semplicemente mosso dal volere divino. L’uomo, con lo scacciare da sé la volontà divina, ha perduto d’un colpo ogni comunicazione col Creato, vale a dire ogni perfetta conoscenza e dominio di esso. Oggi indaghiamo, studiamo, ricerchiamo, siamo ossessionati dalla scientia, ma invano ci affanniamo a trovare la chiave dell’universo: finché non ci uniremo alla volontà divina, ogni passo in più nella dottrina e conoscenza sarà un passo falso: ci costerà di più, e farà più danni dei vantaggi che ne ricaveremo”.»

Dante. «La ragione contenuta nella volontà… Non ci crederai, ma è la stessa cosa detta da quel frate nel confessionale della vostra cappella.»

Pietro il Templare. «Cosa ci trovi di curioso? Questo tale frate, mi hai detto, ti aveva appunto riferito qualcosa della lezione, giusto?»

Dante. «Sì… infatti. Torneranno mai Giovanni da Duns e i suoi allievi?»

Vanni Virgilio. «E chi lo sa? Intanto sono partiti per ricongiungersi con Gonsalvo, il superiore, insieme al quale lo Scoto era fuggito dalla Francia dopo l’espulsione.»

Pietro il Templare. «Dulcis in fundo: alla fine è passato a parlare dell’Immacolata Concezione della Vergine.»

Vanni Virgilio. «Anche qui, devo ammettere che mi è piaciuto, pur se ha contraddetto l’Aquinate.»

Pietro il Templare. «Deo gratias. Ha fatto sangue una rapa.»

Vanni Virgilio. «Io sarei la rapa? Tu, piuttosto, sei il solito esagitato. Dovevi vederlo, Dante: iniziato l’argomento della Vergine, lui, lì, commosso tutto il tempo.»

Pietro il Templare. «Ho forse singhiozzato? Hai visto lacrimoni?»

Vanni Virgilio. «No, ma ti conosco, sembravi un leprotto: occhi umidi e sgranati come due scodelle, naso rosso-ciliegia, e non riuscivi neppure a dire una sillaba senza che ti si spezzasse la voce nello sforzo di darti un contegno. Parevi vittima dell’incantesimo d’una Sibilla.»

Dante. «Da quando in qua le Sibille fanno incantesimi? Comunque, Pietro, è questa tua foga da vero templare che mi piace in te più d’ogni altra cosa.»

Pietro il Templare. «Vergine Immacolata, Madre di Dio, fa’ che i miei slanci non siano di fuggevole vapore: che io non mi fletta nel momento della prova. Non nobis, Domine.»

Dante. «Pericoli in vista?»

Pietro il Templare. «Le cose non si mettono bene con Filippo il Bello. Dalla magione templare di Parigi giungono notizie poco rassicuranti. Non posso dire altro, perdona.»

Dante. «E allora passiamo piuttosto a soddisfare la mia curiosità: qual è stata precisamente la fonte di tanta commozione nel nostro amico? Ditemi!»

Vanni Virgilio. (a Pietro) «Prego, parla tu. Se spiegassi io avresti sicuramente da ridire.»

Pietro il Templare. «Ebbene, la Vergine è il gran portento da cui ebbe principio la Redenzione: senza il suo sì a far regnare nel proprio cuore la volontà di Dio, la Redenzione sarebbe stata impossibile. Volontà divina e umana sarebbero restate a distanza e inconciliate. In Lei le due volontà si rappacificarono e si fusero. Tutte le azioni sue e di Cristo furono materiali ed edifici per la costruzione del futuro Regno. E il Vangelo ne è l’araldo. Un dì, ma sarà tra secoli e secoli, arriveranno dal Cielo le conoscenze e allora non mancherà che il sì dei popoli.»

Dante. «Perché non ora?»

Pietro il Templare. «Dio non dà i suoi beni, grazie e verità a chi non è disposto e non fa attenzione ad ascoltarLo per imparare: una creatura così disinteressata al Cielo non capirebbe ciò che Esso vuole dirle. Vena inesauribile, quella del Cielo, ma resterebbe arrestata dalla mal disposizione delle creature.»

Rientra Cino, con un viluppo di cartapaglia.

Cino. «Attenzione, è alquanto unticcio.»

Dante. «Cos’hai preso?»

Cino. «Frittura mista di olive, cremini, ceci, zucca, formaggi e quant’altro.»

Pietro il Templare. «Ben fatto! Sarà come se la nostra Madre celeste ci rifocillasse direttamente dalle Sue mani.» (scarta e inizia a mangiare)

Cino. «State parlando della spiegazione sulla Vergine? Stupenda. Anche come poeta d’amore posso dire che non ho mai ascoltato nulla di più ineffabile. Mi pareva di sentire in fondo alla voce del magister come un coro angelico di timbri femminili far corona alle sue parole, specie quando ha parlato della grande prova che Maria dovette superare nell’attimo del suo immacolato concepimento nel grembo della madre. Per mezzo suo l’umanità riacquistava i diritti perduti.»

Pietro il Templare. «Lo Scoto ci ha anche spiegato che nel primato della volontà risiede la forza risanatrice di qualunque mancanza. È con la volontà divina che Cristo ricapitolerà in sé tutte le cose, ha ricordato. La volontà umana inabitata da quella divina è la ricapitolazione in Cristo di tutto quanto esiste, il rinnovamento dell’intera Creazione.»

Vanni Virgilio. «E i diavoli e i dannati? Orìgene credeva che alla fine dei tempi Cristo sarebbe sceso a predicare all’Inferno e li avrebbe convinti. Ma è dottrina dichiarata eretica.»

Pietro il Templare. «E lo è. L’Inferno è eterno, nessuna illusione! Diavoli e anime dannate vi resteranno sigillati per sempre, ma le loro opere sataniche saranno sostituite da opere divine, per il gaudio pieno dei beati. Nessuno in Cielo si ricorderà neppure ch’essi siano mai esistiti. Nel loro infinito digrignar di denti non avranno neanche la misera soddisfazione d’aver tolto qualcosa a Dio. In Paradiso, nemmeno le madri beate di figli dannati si rammenteranno più d’aver avuto quei figli.»

Cino. «Lo Scoto ha portato come esempio una bolla papale di fine gennaio scorso, indirizzata qui a Bologna al nostro arcivescovo, in cui Benedetto XI ha sanato un vizio di forma.»

Pietro il Templare. «Ci ha spiegato: “Vedete? Come Sua Santità ha avallato a posteriori una nomina a diacono, originariamente non valida, solo perché gli è stato chiesto con onestà e devozione filiale, così a maggior ragione Dio farà con ciascuno di noi se Glielo chiederemo con cuore contrito e non per mera convenienza”.»

Dante. «Chi era il diacono la cui nomina è stata sanata dal papa?»

Vanni Virgilio. «Lanfranco dei conti da Panìco.»

Dante. «I conti da Panìco? La vedova del conte Ugolino della Gherardesca è una Panìco.»

Pietro il Templare. «Lo so, è stata proprio lei, la contessa Capoana, insieme ai figli avuti dal primo marito, che sono cittadini bolognesi, a proteggere lo Scoto nel suo passaggio a Bologna, dopo ch’era dovuto fuggire da Parigi e neppure Albione era un rifugio sicuro dai sicari di Filippo il Bello, pazzo d’odio contro papa Bonifacio. La màrtora liscia le penne del merlo, e poi se lo mangia. Chi lo avrebbe mai detto, che il terribile Bonifacio VIII sarebbe morto per mano del re di Francia!»

Dante. «Rainaldo da Concorezzo, quando ero a Roma, aveva previsto che sarebbe finita in tal modo.»

Cino. «Se ti rallegri, ti capisco: sono un guelfo nero, lo sai, ma riconosco che hai tutto il diritto di gioire della fine del Caetani! Non è stato certo il miglior papa della nostra vita.»

Dante. «Gioire io? No. Ogni male passato e futuro impallidisce nel vedere il fiordaliso d’oltralpe entrare in Anagni a catturare il vicario di Cristo. Bonifacio era mio nemico giurato, degno dell’Inferno, capace di ogni infamia; però qui conta il ruolo, non l’uomo.»

Pietro il Templare. «Il pontefice, diceva san Bernardo, è Abele, è Noè, è Abramo, è Melchisedec, è Aronne, è Mosè, è Samuele, è Pietro ed è Cristo stesso. Pertanto, se lecitamente eletto, è, e resta, il vicario di Cristo in terra.»

Dante. «Indegno? Ignobile? In ogni caso non si tocca. L’oltraggio del re di Francia non ha colpito l’uomo Caetani, che tanto indegnamente portava la tiara, ma la sua funzione di vicario, e perciò Cristo stesso. Non me ne rallegro, no, anzi ne sono addolorato, perché quell’attacco ha rinnovellato la Passione di Cristo: è come rimetterlo in ceppi, è deriderlo di nuovo, è dargli aceto e fiele, e ancora una volta ucciderlo tra due ladroni.»

Cino. «Ma stavolta ben vivi e tutt’altro che sofferenti sulla croce! Il guardasigilli francese da una parte e Musciatto dall’altra.»

Pietro il Templare. «O Signore mio, quando potrò scrutare nel futuro per gioire della nascosta giustizia con cui pagheranno fino all’ultima goccia il sangue che hanno versato? La Tua giustizia voglio, o Dio, che nel segreto del tuo petto ti rende sopportabile l’ira dinanzi a tanto male.»

Cino. «Sic transit gloria mundi.»

Dante. «Appassiscono le glorie terrene, e finiscon cibo per i vermi.»

Pietro il Templare. «E così è andata che il re francese ha emesso un decreto di espulsione per 87 frati, tra cui Duns Scoto e Gonsalvo, che si erano rifiutati di tradire il vicario di Cristo. Entro tre giorni dovevano lasciare la Francia. Una fuga febbrile. Pensa che Gonsalvo, il priore dei francescani di Parigi, è venuto a rifugiarsi in Italia: ora è nella Marca, ad Ascoli Piceno.»

Dante. «Anche lui! E lo Scoto lo sta raggiungendo lì?»

Vanni Virgilio. «Sì, insieme ai suoi compagni. Quante cose paiono confluire nella Marca! Come Apuliese e i suoi giullari. Curiosa coincidenza, vero?»

Dante. «Fin troppo. (tra sé) Rainaldo mi diede come penitenza di recarmi là, tra i Monti Sibillini. Tutto cospira per richiamarmici, a quanto pare; ma anche per impedirmelo: proprio oggi ho saputo che dovrò recarmi in tutt’altra direzione. Ma prima o poi andrò. Devo. E lo voglio.»

 

TRATTO DA: Dante di Shakespeare III – Come è duro calle, atto II, pagg. 163-182.


[1] Cfr. Sant’Agostino: Summum bonum, quo nihil est maius, est Deus, et sola eius natura est summa bene sufficiens, «Il sommo bene, al di sopra del quale non c’è nulla, è Dio; perciò la Sua natura sola è summa bene sufficiens» (De natura boni, I,1). Dio è «summa bene sufficiens» perché in Lui solo l’anima trova piena pace (cfr. Confessiones, passim).

[2] Agostino: Quod enim voluntas appetit, id prius cognoscit; non enim intellectus est primus ordo, sed voluntas. (De libero arbitrio, I, 10 (CSEL XXX, 280: “Ciò che la volontà persegue, lo conosce prima di ogni altra cosa; non è infatti l’intelletto l’ordine principale, ma la volontà”).

[3] Agostino: Bonum ipsum, beatum quiddam, cui nihil prætenditur quod amplius desit. (Enchiridion, cap. 12 (“Il Bene in sé, un qualche ente beatitudinale, al quale non si può pretendere nulla che gli manchi”).

[4] Agostino: Fides est credere quae non vides; hic actus fidei potius quam investigationis rationem habet.

“La fede è credere ciò che non si vede; questo atto ha piuttosto la natura di fede che non di ricerca razionale” (De vera religione, cap. 24 – PL XXII, 1101).

[5] Durand de Saint-Pourçain (1270/75-1332).

[6] L’orifiamma è citato da Shakespeare anche in Enrico V e in Edoardo III.

[7] Cfr. Sant’Agostino: Gratia Dei omnibus datur, sed non violat libertatem voluntatis; homo libere cooperatur ad salutem. “La grazia di Cristo è data a tutti, ma non costringe la libertà; l’uomo coopera liberamente alla salvezza” (De gratia Christi et de peccato originali, II, 11 (CSEL XXXXIV, 46).

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