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16.04.2026 22:33

Leone XIV, Agostino, Dante: beati tra le donne (beate)

17 GIUGNO – Il pensiero del papa agostiniano sulla mistica al femminile, specie quella del più o meno remoto passato, è sicuramente ancora in gestazione ma già leggibile in filigrana. E rivela, anche sotto questo aspetto, germi quanto mai danteschi, specie per quanto riguarda la centralità delle grandi mistiche come dottori e maestri, non solo come devote, e la valorizzazione della dimensione contemplativa e sponsale come correttivo al clericalismo. È attesa una teologia più organica della donna, che il Papa dovrà ancora articolare esplicitamente. La sensazione diffusa in Vaticano è che la sua prima grande uscita dottrinale – forse un’esortazione post-sinodale sul «mistero della Chiesa-sposa» – darà finalmente una piattaforma solida alla voce delle mistiche, a partire da quelle medievali, facendone non un capitolo di storia della spiritualità ma una bussola per il futuro. Dante docet! Ma, a Dante, docuit Augustinus.

Eccoci giunti al sesto e ultimo spettacolo filosofico di questa prima stagione del Theatrum mentis. Se Dio vuole ci rivedremo dopo la pausa estiva, a novembre, per completare il tutto con un secondo e ultimo giro di incontri agostinian-danteschi ma con tanta poesia in versi (niente paura: da bravi menestrelli di piazza l’abbiamo rimasticata in modo che la capisca pure un bambino).

Tema di oggi è la teologia al femminile, cioè la teologia vissuta piuttosto che (o prima ancora che) pensata o studiata. Un tema che si ricollega allo scorso incontro, come lì preannunciato, essendo stato, tra l’altro, un cavallo di battaglia del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ma – contrariamente a quanto si crede – non farina del suo sacco bensì di quello di san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153). Era infatti Bernardo a tuonare che, se prima non si fa come sant’Agostino, ossia non ci si riempie di Cristo, poi non lo si può spiegare ad altri senza produrre grandissima rovina d’anime e grandissimi favori a chi quella rovina la vuole e persegue.

Dante, che riscoprì Bernardo sotto al polverone col quale l’entusiasmo di san Tommaso d’Aquino per il razionalismo aristotelico lo aveva seppellito, sposò in pieno questa visione, e infatti – come Agostino, che si professava creatura di sua madre Monica anche spiritualmente, e come Bernardo, del quale è ben nota la lungimiranza ante litteram sulla superiore nobiltà del cuore femminile (cfr. ad esempio il libro di Jean Leclerq, La donna e le donne in san Bernardo, Jaca Book, 1997) – anche il Sommo Poeta si affidò per la sua elevazione spirituale al principio che anima il Cantico dei Cantici: Trahe me post te! Affidarsi all’amore sponsale per rincorrersi lungo la Via, Verità e Vita che è Gesù Cristo.

Oltre alla ben nota Beatrice, ma anche a Piccarda e alla madre Bella degli Abati e (checché ne sparli Boccaccio) alla moglie Gemma Donati (cfr. puntate precedenti), Dante ricercò le parole ispirate delle mistiche allora viventi nell’Italia centrale. E proprio loro gli confermarono quale sia la vera teologia.

Nel messaggio ai vescovi di Francia Leone XIV ha chiamato santa Teresina «maestra da ascoltare» per trarre dal misticismo lo slancio missionario. Le mistiche, specie quelle medievali – pensiamo anzitutto alle cistercensi di Helfta, aralde ante litteram della devozione al Cuore di Crsto – incarnano meglio di chiunque altro la visione interiore che diventa parola profetica e azione nella Chiesa di quella massima carità che è l’oblazione nella preghiera. Nel linguaggio di papa Leone ricorre l’idea della dimensione contemplativa, sponsale, tipicamente incarnata dalle donne, che salva la Chiesa dal funzionalismo. È un segno programmatico, non ornamentale. In questo quadro le mistiche medievali sono profetesse più che “teologhe di corte”. Unico neo è che la memoria corta dei teologi moderni(sti) ascrive questa tendenza al «principio mariano» di Balthasar (molto amato anche da Bergoglio), ma in realtà non è farina del sacco di Balthasar bensì la troviamo già nel doctor marianus, cioè san Bernardo di Chiaravalle.

Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi da Robert Francis Prevost? Forse l’annuncio della futura proclamazione una nuova donna dottore della Chiesa, come Ratzinger fece nel 2012 con Ildegarda di Bingen? Forse anche un discorso che in una comunicazione, magari in ottobre in occasione del Giubileo delle Équipes sinodali, sottolinei, per fondare la discussione sul “sensus fidei” a partire da voci di laiche medievali, l’apporto fondamentale delle beghine: e qui tifiamo ovviamente per una riscoperta della dantesca Matilde di Magdeburgo (vedi il nostro articolo Dante e Matelda) . Il suo Lux divinitatis è, come pochi altri, un vero manuale di teologia vissuta.

Con tale auspicio, vi proponiamo dunque tre scene dal III atto di Come è duro calle, il terzo volume della trilogia Dante di Shakespeare.

La prima prende avvio dopo che Dante, giunto a Cortona quando oramai santa Margherita era morta, procede nel suo pellegrinaggio e incontra prima la terziaria agostiniana santa Chiara da Montefalco (1268-1308), poi la terziaria francescana sant’Angela da Foligno (1248-1308), che lo indirizza alla badessa delle clarisse di Matelica, la beata Matelda Nazzarei (1253-1320).

La seconda scena delle due, invece, si apre su un dialogo tra il Poeta e un suo lontano parente, il beato fra’ Giovanni Elisei da Fermo, che lamenta il tradimento della Regola di san Francesco operato dai Francescani Conventuali, ma anche il decadimento razionalistico che il tomismo ha causato allo spirito originario dell’Ordine di San Domenico, e infine preconizza che anche i Serviti, fondati a Firenze da san Buonfiglio Monaldi nel Duecento per rilevare le snaturate vocazioni dei primi due Ordini Mendicanti, un giorno tradiranno lo spirito della missione alla quale il Cielo li aveva chiamati, perché «è destino dell’uomo rovinare le cose di Dio».

Al termine della conversazione, Dante si trova davanti a una fanciulla cieca: la giovanissima terziaria domenicana santa Margarita della Mètola (1287-1320), della quale però non leggeremo il passo corrispondente dal libro, bensì lo vedremo e ascolteremo in “Dea bendata”, sette minuti e mezzo della magistrale interpretazione – diffusa a suo tempo da RAI Letteratura – di quella grandissima attrice teatrale che è Micol Pambieri, il cui magistrale talento (in ruoli anche maschili, rivestiti nei reading 2024 sul nostro Dante scespiriano) non è stato mai, ahinoi, abbastanza apprezzato in sé e per sé, forse perché figlia di Giuseppe Pambieri il quale ha avuto la fortuna di vivere professionalmente gli anni migliori della grande RAI. Alla fine delle due scene da leggere troverete il video.

Buona lettura, buona visione e buona estate (la nostra sarà, come sempre, di lavoro, portamdovi nel cuore). AGGIORNAMENTO 24 marzo 2026: lo scorso novembre abbiamo scoperto l’archivio perduto di Atto Melani. Il grande lavoro che ciò ha comportato nella scrittura dei nostri libri sull’abate pistoiese e la sua importanza nella diplomazia pontificia del ‘600, e altro ancora, ci ha impedito di riprendere, come desideravamo, questo ciclo. Speriamo di poterlo fare in futuro.

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Non da molto il Poeta era tornato dalla vicina Cortona, dove aveva potuto infine riabbracciare Margotto e Lucrezia, rifioriti a una nuova esistenza grazie ai carismi della santa penitente Margherita[1] e dei gruppi francescani sorti attorno a lei. Non era giunto in tempo purtroppo per conoscere Margherita, spentasi qualche anno prima: avrebbe desiderato incontrare colei alla quale mastro Brunetto aveva chiesto un ultimo aiuto poco prima di morire, aiuto ricevuto, ma che quell’anima troppo piena di ambizione terrena non aveva saputo metter a frutto. Solamente con Lucrezia Dante aveva sentito di potersi aprire, confidandole la profonda crisi che stava subendo la sua fede.

«Sei entrato nella prima delle sette stanze» rispose questa.

«Cosa sono?»

«Ci passiamo tutti, quando i sogni s’infrangono. La prima stanza racchiude un’anima incapace di sentire e parlare, prigioniera del mondo esterno; allora inizia a interrogarsi, a conoscersi interiormente giungendo nella seconda dimora, dove l’anima lotta contro le tentazioni. Nella terza stanza l’anima si purifica tramite la meditazione, nella quarta l’immaginazione affolla la mente, e la conoscenza e la memoria sono un peso di difficile sopportazione. Nella quinta dimora, il mondo profano svanisce e l’anima rimane libera da ogni costrizione. La sesta dimora è dove l’anima lascia tutte le tentazioni e aspetta di accedere alla settima stanza, che però ancora non conosce.»

«E quando la conoscerò?»

«Lo sa Dio.»

Da Cortona poi Dante, su indicazione dei suoi ritrovati amici e dei francescani stessi, era peregrinato alla volta di altre donne dal potente spirito, rimaste fuori dai conventi, che fiorivano nel cuore d’Italia: una Angela francescana, una Chiara agostiniana, e poi ancora altre…[2]

Di Chiara, in particolare, Dante aveva assistito, con altri pellegrini, a un’estasi mistica in cui ella parlava a Cristo di ciò ch’Egli le stava mostrando: «Ecco, mi trovo al punto in cui nulla esiste ancora, e Dio sta per creare. Foga d’amore è la Creazione! Tanto intensa che, straripando da Te, mio Amato, investe tutto l’universo, si diffonde ovunque, Tua è la Voce che pronunzia il trino “Fiat” e operando in questa corsa d’amore che corre, corre senza potersi fermare, se non quando si è sparsa ovunque e dà il suo bacio d’amore a tutte le creature che ancora non esistono.

Invece, nell’incarnarTi nel seno materno, la Tua foga corre per la seconda volta: non è amore che festeggia, ma amore dolente, amore penante, amore sacrificato… La terza corsa della Tua foga d’amore unirà insieme quella della Creazione e quella della Tua Incarnazione e ne formerà una sola; sarà foga d’amore trionfante e darà il Suo bacio d’amore trionfatore, d’amore conquistatore, d’amore che vince tutto per dare il suo bacio d’unione sublime.

Oh! Vedo innanzi a me una gran ruota di luce che scotta più del fuoco, contiene tanti raggi per quante creature sono uscite e usciranno alla luce del giorno, e questi raggi investono ciascuna creatura e con dolce forza rapitrice la portano al centro della gran ruota di luce, dove Gesù l’aspetta dal grembo del Suo amore per farla rinascere dentro la Sua Incarnazione, per farla crescere e alimentarla con le sue fiamme, per darle vita novella, la vita tutta d’amore.»

Presso Angela, invece, era in agguato una sorpresa: la santa donna infatti aveva visitato l’oltremondo. Era partita dall’Inferno, aveva attraversato il Purgatorio e i cerchi del Paradiso fino ad approdare alla visione abbagliante di Dio.

«Lo vidi nella tenebra» aveva detto a Dante «e in quel bene che si vede nella tenebra mi raccolsi tutta, e divenni così sicura di Dio, che non posso più dubitare di lui o che non Lo possieda in modo certissimo. Era un bene certissimo e tanto superava di molto ogni cosa, quanto più si vedeva nella tenebra, ed era segretissimo; perciò vedo con la tenebra, poiché supera ogni bene e tutte le cose, e tutto il resto è tenebra, e dovunque l’anima o il cuore si possano estendere è meno di quel bene. Ho visto tutto, senza scorgere nulla. Ma poi, nella Quaresima trascorsa, mi trovai all’ultimo cielo e impercettibilmente tutta in Dio. Vedo Colui che è l’Essere e come Egli è l’essere di tutte le creature. E vedo in che modo mi ha resa capace di comprendere le cose meglio di quando lo vedevo in quella tenebra in cui tanto ero solita trovare delizia. Mi vedo sola con Dio, tutta pura, tutta santificata, tutta vera, tutta retta, tutta resa certa e tutta celeste in Lui.»

«Ecco una mistica alla quale, come alla Matelda tedesca della mia infanzia, Dio davvero si è rivelato! Le mie visioni, a confronto, non son altro che sbiadite copie di ciò che costei porta impresso nelle pupille» aveva amaramente riflettuto il poeta; «Come Matelda, Angela non è istruita, non legge libri, non è colta né letterata. Ha fatto un viaggio dall’Inferno fino al Paradiso passando per il Purgatorio, laddove io ho solamente avuto singole apparizioni, se non allucinazioni. Lei, al contrario di me, non ha letto la discesa di Enea agli ìnferi, né sa chi siano Gregorio di Nissa o Dionigi Areopagita: sa pertanto di sapere solo per esperienza personale. Questo viaggio lei l’ha fatto senza ombra di dubbio! Ma io? Ella non ha dubbi sulla verità di quanto ha visto! Ha perfino detto: “Solo Dio esiste davvero ed è infinitamente più reale di quella che chiamiamo realtà”. I miei dubbi, invece, non stanno forse lì a testimoniarmi che sono tutt’altro che un vero mistico? Cosa sono io, allora? Un demente, come pensava Guido? Un sognatore di richiami letterari dall’Eneide, come ritiene Vanni Virgilio? Un peccatore ch’è profeta per se stesso al modo di re Nabucodonosor, come mi diceva Piccarda? O un Geremia, qual mi credette la mia Gemma quando ruppi l’anfora del Battistero?»

Quasi potesse leggere nei suoi pensieri, Angela, puntando il dito all’orizzonte, gli aveva indicato: «Tu cerchi Matelda. La troverai in quella direzione, nel terzo giorno di cammino da qui. Là è Matelda, figlia di Sibilla.»

Alle ansiose domande che seguirono, la mistica non aveva più risposto.

Qual non fu dunque la sorpresa del poeta quando, qualche giorno appresso, sostando al convento francescano del ridente borgo di Matelica, apprese che la badessa del locale monastero di clarisse, a causa del suo nome inusuale per una donna (si chiamava Mattìa), veniva appellata nientemeno che Matelda[3].

«Matelda, figlia di Sibilla», mormorò tra sé, col cuore in subbuglio.

«Come sapete che sua madre si chiamava Sibilla? Conoscete dunque la famiglia della badessa?», chiese stupito l’anziano frate che lo aveva accolto offrendogli una croccante pagnottella. «Nobile famiglia, quella dei Nazzarei. La madre vedova non voleva si facesse suora, era la sua unica figlia, allora lei fuggì di casa e per convincere le clarisse ad accettarla si era piantata in oratorio a pregare e si era perfino tagliata le bionde trecce, lasciandole come offerta al Crocifisso e fu allora che Lui le parlò… Ah, quanti miracoli ha fatto da allora!»

Udire queste parole e accorrere al monastero implorando un incontro con la badessa, fu tutt’uno.

Ammesso nel parlatorio, si era rivolto a Matelda quasi aggrappandosi alla grata che li separava, balbettando qualcosa di sé mentre le frasi non ne volevano sapere di uscire in buon ordine dalle sue labbra. La religiosa, di cui intravedeva il sorriso e gli occhi profondi, aveva risposto con poche parole: «Il cristiano di domani o sarà un mistico, o non sarà» aggiungendo poi «Ascolteranno più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolteranno i maestri, lo faranno perché saranno testimoni. Chi oserà discettare sulla natura di Dio senz’averLo veduto spargerà sale di menzogna, atto solamente a inaridire la terra».

«E quando mai esisterà un tale maestro nel nostro millennio?» aveva esclamato il pellegrino.

«Oh, uno c’è già stato» aveva sorriso Matelda; «Per comunicare il bene agli altri, è necessario prima possederne la pienezza. Solo così se ne conoscono davvero gli effetti, la sostanza e come si conquista, e quindi si avrà virtù di poterlo infondere negli altri, di saperne dire la bellezza, le prerogative, i frutti. Invece se l’anima, appena ha acquistato un sorso di virtù, vuole già incominciare ad insegnarla agli altri, non ne conoscerà a fondo la pienezza né saprà dire come acquistarla. E farà la figura di un presuntuoso fanciulletto che, avendo imparato appena le vocali, vuol fare da maestro agli altri: un maestrucolo da burla.»

«Dunque è così. Ecco la causa per cui tanti teologi vogliono fare da maestri e non fanno alcun bene: se manca il cibo sufficiente in loro, come possono nutrire gli altri?»

«Tutta paglia; paglia letale ai visceri, buona solo ad esser tritata, al posto del buon fieno di Dio. Tienti distante da quei libri! Segui invece, tu che sai scrivere e leggere, le pagine vergate da colui che prima si colmò d’amore, di conoscenze divine, di pazienza invitta, e solo quando si fu talmente riempito da non poter più contenere niente dentro di sé, riversò tutto se stesso sugli assetati. E la sua parola è fuoco, è luce.»

«Chi è?»

«Uno che ha colto il vero significato dell’amicizia.»

Richiamata con urgenza da una consorella, Matelda si era dovuta congedare in fretta, non senza dispensare conforto al suo ospite e assicurargli preghiere.

«Cosa c’entra l’amicizia?» s’interrogava dubbioso l’esule pellegrino, che all’ultima frase aveva sussultato. «Si cela forse nel significato nascosto dell’amicizia la soluzione del mio duplice angosciarmi, per me e per l’amico? Quando le ho accennato di Guido, mi ha risposto d’aver veduto Cristo portare le anime morenti a comunicarsi nella Santa Messa più prossima, così che si realizza in concreto la parola del Vangelo secondo cui “chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue non entrerà nel regno dei Cieli”. Mi avrà voluto dire certamente che il mio amico è stato libero d’esercitare la sua facoltà di scegliere o rifiutare Cristo in quell’ora estrema di grazia, dove siamo ancora di qua e al contempo viene Gesù a offrire a tutti noi, fedeli e infedeli, un’ultima volta, la Verità.»

Conoscendo l’impenitente ostinazione del Cavalcanti, le rivelazioni di Matelda avevano offerto a Dante ben misero conforto. Al termine del suo accorato pellegrinaggio tra vette e valli, picchi e burroni, nessuna delle mistiche visitate gli aveva fatto, contrariamente ai suoi auspici, rivelazioni sull’esito eterno del primo amico.

«Per quanto riguarda il mio destino» aveva infine concluso «voglio anch’io approssimarmi alle verità invisibili, ma non più a sprazzi e lampi – che fin da bambino vengono, vanno, e mi lasciano più assetato di prima – bensì in un vero viaggio che colleghi tutte le ispirazioni avute finora: dagli spettacoli dello ’nferno quando ero piccolo a Firenze, alle apparizioni di mia madre, fino alle rime scritte per ridere tra amici o per piangere sul mio peccato con Fosca. Quel poco che già feci mettere in scena da Ruggeri Apuliese nelle piazze di Bologna non ha forse riscosso successo? Se solo non fosse sopravvenuto l’esilio! Pietro a Roma mi aveva pronosticato un destino da scriba Dei. Ma questo destino non è mai arrivato… Dannazione, che mi succede? Rimprovero Dio perché non è puntuale? E se invece fossi io a non saper leggere l’ora? Quella notte a Roma, gabbato da papa Bonifacio, vidi apparire dal nulla la pietra infernale che stritola i simoniaci vicari di Cristo e abbozzai su carta la visione di quella voragine infernale… ma la mia spinta erano l’odio e il dolore. No, devo cercare un motore virtuoso, e soprattutto che sia vero e non immaginato! Giungerà mai una luce nel pozzo dei miei dubbi o vi precipiterò dentro come Guido Cavalcanti?»

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Dante. «Bene avete fatto a non immischiarvi nelle polemiche contro gli Spirituali, a cui pur vedo che la vostra vita ascetica somiglia.»

Fra’ Elisei. «Non fermarti alle apparenze, m’immischio eccome, ma combatto con le armi che Nostro Signore ci ha indicato essere le più potenti: preghiera e digiuno. Certi diavoli si vincono solo così, come Gesù ci ha detto. Faccio quel che posso, nella mia piccolezza, e sia poi quel che Dio dispone. Mi addolora che noi, indegni eredi del Poverello di Assisi, abbiamo demeritato col nostro lassismo, col nostro amore per carte, inchiostro, cattedre e cariche i mistici doni che Cristo aveva predisposto per il nostro ordine. Quando Egli parla, sprigiona luce di verità, ma questa luce va accolta, frequentata, praticata, adoperata. Essa è come il ferro infuocato: col batterlo getta faville di luce; altrimenti il fuoco e la luce escono dal ferro ed esso si fa una cosa dura, nera e gelida. Così è delle verità di Gesù manifestate a san Francesco: sono state messe nell’oblio, non in posto d’onore, restano come sepolte. Ma poiché esse non sono soggette a morire, verrà il tempo che altri ne faranno tesoro e condanneranno coloro che le hanno dimenticate. Vedi laggiù quel gruppetto di Servi di Maria? Il Signore li ha suscitati per dare ad essi i doni che furono un di’ pensati per noi.»

Dante. «I Serviti? Li conosco bene, fin da bambino! È l’ordine fondato a Firenze dai sette pii mercanti guidati da Buonfiglio Monaldi! Furono i non pochi soldati tedeschi scesi con Federico II, fattisi poi Serviti, a far conoscere in città le laudi di Matelda di Magdeburgo con cui mi avrebbe in seguito allevato mia madre. Ma quali doni sarebbero destinati secondo voi ai Servi di Maria?»

Fra’ Elisei. «Di ricever disvelato il segreto della Beata Vergine, alla quale, come e più di noi francescani, essi sono fedeli.»

Dante. «Intendete la sua Immacolata Concezione? Sono però i francescani d’Anglia, oltre ovviamente ai templari, che la propugnano; in specie il vostro maestro Scoto che sto inseguendo fin da Bologna e spero di raggiungere tra breve. Ne parlai, a Roma, anche a Bertrandus de Got, mio antico compagno di studi, che ora è arcivescovo in Borgogna. Ne rammento ancora la funesta previsione: potrà dimostrare quel che vuole, il buon Duns Scoto, ma non gliela faranno passare.»

Fra’ Elisei. «Circa il titolo d’Immacolata, temo anch’io che finirà così, ahimè, ma non tanto per le trame dei nemici della Vergine, quanto per decreto di Dio scaturito dal tradimento francescano della Regola lasciata dal Santo: la troppa scienza ha spento molte luci là dove Francesco voleva solo amore, e amore al Dio Crocifisso. Non dimentico, io, che l’Ordine di san Domenico sarebbe stato il destinatario primo, e più naturale, del divino dono di comprendere che la Madre di Dio fu concepita senza la macchia d’Adamo ed Eva, ma il loro novello razionalismo li ha resi indegni di tanto dono; e così, non solo nessun loro dottore ci è arrivato, ma lo osteggiano perfino! Lo stesso accadrà anche a noi francescani. Ed entrambi questi eletti ordini mendicanti si ritroveranno spodestati dall’originaria elezione né più né meno come gli ebrei.»

Dante. «Perché dite che ai domenicani, piuttosto che allo Scoto, era originariamente destinata l’illuminazione per dimostrare l’immacolatezza della Vergine?»

Fra’ Elisei. «Perché, come il nostro buon padre Francesco raccolse noi attorno al Crocifisso, così fu attorno a Maria che Domenico costituì l’Ordine. A loro infatti il dono miracoloso del santo Rosario. In ogni caso, non all’Immacolata mi riferivo testè.»

Dante. «A cosa dunque?»

Fra’ Elisei. «Un dono grande è in serbo per l’umanità, attraverso le mani dei Serviti che Dio ha suscitato al posto dei francescani: chi Maria sia davvero, com’Ella sia fin dall’eternità nel Pensiero di Dio…»

Dante. «Intendete che la Sapienza cantata da re Salomone sia profezia della Vergine? Anche ciò udii per la prima volta tra i templari.»

Fra’ Elisei. «Più che profezia: lo dicono i Libri sacri, prima che fossero create le montagne, com’Ella era già lì a baloccarsi nella Mente di Dio… com’Egli abbia fatto il mare dal colore degli occhi di lei, le dorate spighe dal biondo dei suoi capelli, le rose dalla sua bocca, il pianto delle colombe e delle tortore dalle sue lacrime e singhiozzi nei suoi sette dolori, il candore dei gigli e delle cime nevose dall’anima sua… Tutto abbiamo attraverso Maria!»

Dante. «Tutto ciò il Signore ha donato ai Serviti?»

Fra’ Elisei. «E ancor più lo donerà! Farà cose mirabili per loro, mai vedute prima! Libri ispirati, migliaia di pagine ardenti di luce e calore, annienteranno ogni dubbio nei cuori di buon volere…»

Dante. «Vorrei leggere io quei libri!»

Fra’ Elisei. «A chi lo dici, figliolo. Ma, come i Patriarchi desiderarono vedere il Messia e non lo videro, così sarà di noi.»

Dante. «Quando dunque i Serviti avranno tanti doni?»

Fra’ Elisei. «Quando? Dovrà trascorrere dieci volte l’Infinito moltiplicato per se stesso… Per quanto tempo, piuttosto: finché sapranno meritarlo… L’uomo corrompe ogni cosa santa che Dio gli affida. Ma ecco, è quasi giunto il nostro turno. Avviciniamoci, mentre il gruppetto prima di noi termina il colloquio con la nostra eletta e virtuosa Margarita.»

La scena continua in questo video di RAI Letteratura al minuto 00:53:27, quando inizia “Dea bendata”:


[1] Santa Margherita da Cortona (1247-1297).

[2] Sant’Angela da Foligno (1248-1309) e santa Chiara da Montefalco (1268-1308).

[3] Beata Mattia Nazzarei (1253-1319)

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