Questo documento contiene gli appunti e le tematiche degli interventi di Monaldi & Sorti al dibattito pomeridiano del convegno Verità e Potere, tenutosi all’Archivio di Stato di Roma il 28 ottobre 2016. È riprodotto integralmente come materiale di lavoro del 2016 e non come verbale o trascrizione completa del dibattito; i riferimenti temporali appartengono a quella data.
Convegno
VERITÀ E POTERE
28 ottobre 2016, Archivio di Stato di Roma, corso Rinascimento 40
TEMATICHE DEL DIBATTITO
“Sacralizzazione della scienza e limiti della conoscenza scientifica”
Sulla base della vittoria mediatica di Galileo e della conseguente diffusione del suo realismo scientifico in tutta Europa, Newton enuncerà la quarta regola della sua fisica: “Nella filosofia sperimentale le proposizioni ricavate dai fenomeni devono, nonostante le ipotesi contrarie, essere considerate vere quanto più possibile, finché non interverranno altri fenomeni a smentirle”. Vere: non solamente adoperabili, applicabili, bensì vere quanto più possibile.
Si vede enunciato in questo il principio fisico della lotta per avere il potere sulla verità. Una lotta egemonica che dura tuttora.
Nel 2007-2008 scoppiò la famosa controversia sulla inaugurazione dell’anno accademico da parte di papa Benedetto XVI. Un gruppo di fisici della Sapienza firmò un documento di protesta per chiedere la disdetta della visita di Ratzinger, e il papa alla fine preferì declinare l’invito. Nel documento di protesta, i firmatari rimproveravano al papa, tra l’altro, di aver dato ragione all’Inquisizione nel processo a Galileo Galilei in un discorso del 1990. Giuliano Ferrara scese in campo apertamente a favore di Ratzinger e addirittura propose a tutti gli intellettuali che si erano laureati alla Sapienza di restituire provocatoriamente la loro laurea. Ferrara: “C’è un sostrato di falsa coscienza del reale, nel pensiero dominante che guida la comunità scientifica militante”; e anche “il risvolto faustiano, banalmente faustiano […] di scienziati che il nostro tempo e il nostro business investono di una funzione sacerdotale”.
Come abbiamo visto prima nella relazione di Rita Monaldi (“Tra i due litiganti il terzo muore: il processo a Galileo”), questo ammonimento ha radici antichissime ed è presente già in Platone (sòzein tà fainòmena: il motto dello strumentalismo platonico). È lo stesso che ispirò la prudenza di papa Urbano VIII, quando osservava saggiamente che avevano torto entrambe i contendenti, sia Galileo che il Sant’Uffizio, perché è vero che le Scritture non possono rivelarci com’è fatto realmente il mondo, ma neppure la scienza lo può. Una “falsa coscienza del reale” condurrebbe, come poi accaduto fino ai nostri giorni, alla sacralizzazione della scienza e al disconoscimento dei limiti della conoscenza scientifica.
Anche oggi, infatti, ogni tanto assistiamo, come nel caso della levata di scudi contro papa Benedetto XVI, a uno scontro tra due torti: secondo alcuni la verità era dalla parte di Galileo, secondo altri era dalla parte dell’Inquisizione.
Quando Galileo venne riabilitato, nel 1992, una sola voce moderata si è levata, come già nel 1633, a dire – piuttosto timidamente in verità – che entrambi i contendenti avevano torto, ma non se ne è accorto quasi nessuno: la voce del card. Poupard, un cardinale francese, storico delle religioni, che all’epoca era president dei Pontifici Consigli della cultura e per il dialogo interreligioso: Poupard ricordò i princìpi dello strumentalismo e disse che sia Galileo che gli Inquisitori avevano torto. Queste le testuali parole: “Come la maggior parte dei suoi avversari, Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. (…)La scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte dei teologi non seppe farlo».
È notizia di appena tre anni fa (2013) che anche nel cervello ci sono i fluidi linfatici. Finora tutti i manuali di anatomia universitari affermavano il contrario. La scoperta che anche il cervello come il resto del corpo, ha la linfa ha causato un vero terremoto nella ricerca medica. Una verità che si riteneva saldamente tale e destinata a restare verità per sempre, è miseramente crollata col progresso della strumentazione per la ricerca. Il fondatore dell’osteopatia lo diceva 120 anni fa, e veniva deriso, come ancora oggi moltissimi medici bollano le medicine alternative come “non scientifiche”, cioè che non seguono il metodo sperimentale inaugurato da Galileo e del quale abbiamo appena enucleato le principali contraddizioni.
Questo dimenticarsi, o non considerare, le intuizioni raggiunte senza passare per il metodo sperimentale è un vecchio vizio. Buridano (Jean Buridan, Francia 1295-1363) dimostrò con successo contro i princìpi aristotelici che la filosofia del mondo sublunare non è eterogenea rispetto alla filosofia celeste. Ma questo importantissimo principio, cioè l’omogeneità della fisica sublunare e della fisica celeste, viene oggi comunemente attribuito a Isaac Newton, e precisamente alla seconda delle 4 regole da lui enunciate, che dice: “le cause sono dovunque le stesse”. Ancora oggi nelle università viene insegnato questo: che fu Newton a riconoscere che il cielo e la terra sono soggetti alle stesse leggi fisiche. Che la dimostrazione in realtà risale a 300 anni prima di Newton, a Giovanni Buridano, non lo vuole ricordare nessuno. Analogamente, si insegna oggi che fu Keplero a dire per primo che i pianeti non seguono orbite circolari come vorrebbe Aristotele, bensì ellittiche ed eccentriche. Ma come abbiamo visto, anche questo non è vero: lo troviamo già nei platonici e in Tolomeo. Perché questa diciamo perdita di memoria? Ecco una caratteristica della rivoluzione scientifica che da Copernico passa per Galileo e approda a Newton: tutto quanto si affermava prima della rivoluzione scientifica viene disprezzato, dimenticato, cancellato dalla memoria comune. C’è stata una specie di azzeramento, si è disconosciuta la continuità.
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