Testo della relazione di Francesco Sorti al convegno Verità e Potere, tenutosi all’Archivio di Stato di Roma il 28 ottobre 2016. Il documento del 2016 è riprodotto integralmente; i riferimenti temporali appartengono a quella data.
Convegno
VERITÀ E POTERE
28 ottobre 2016, Archivio di Stato di Roma, corso Rinascimento 40
“Abiura ridens. Galileo come caso mediatico”
(Testo della relazione di Francesco Sorti)
Nello scontro durissimo tra realismo e strumentalismo, di cui nella precedente relazione abbiamo udito la genesi e lo sviluppo spiegati da Rita Monaldi, due sole voci si sono levate a ricordare i saggi precetti sulla natura fittizia delle teorie umane.
Una fu quella del cardinal Bellarmino, il quale ammoniva che la tradizione strumentalista affondava le sue radici addirittura in Platone.
L’altra voce fu quella del cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, che ebbe un incontro pubblico col suo amico Galileo in seguito all’ammonimento ricevuto da Bellarmino, e mise a nudo il vizio nascosto nel ragionamento dello scienziato dicendogli semplicemente: “Caro Galileo, per dimostrare che la vostra ipotesi è reale, bisogna che dimostriate che tutto ciò non potrebbe essere ottenuto, senza comportare una contraddizione, da un sistema diverso da quello da voi concepito…”.
Colui che stava per diventare Urbano VIII aveva opposto a Galileo un’argomentazione rigorosa: le conferme dell’esperienza, per quanto numerose e precise si possa supporle, non sarebbero mai in grado di trasformare una ipotesi in una certezza, perché bisognerebbe dimostrare anche la seguente proposizione: i medesimi fatti di esperienza contraddirebbero necessariamente tutte le altre ipotesi, comprese quelle non ancora formulate da creatura umana. Dimostrazione palesemente impossibile.
La cosa più saggia che possiamo fare, diceva Il futuro papa Urbano VIII, è dunque accontentarci di conoscenze scientifiche fittizie di solo uso pratico.
Le caute posizioni di Bellarmino e Urbano VIII riuscirono a distogliere Galileo? No. Al contrario, nel suo celebre Dialogo sopra i due massimi sistemi, lo scienziato toscano prende in giro i prudenti consigli del papa mettendoli in bocca a un personaggio goffo e idiota. Per di più, Galileo non scrive il Dialogo in latino, che avrebbe circoscritto la diffusione dell’offesa al circolo dei dotti, bensì in lingua volgare, che tutti potevano leggere, e che quindi diede al libro una formidabile spinta pubblicitaria in tutta Europa. Urbano VIII fu insomma irriso innanzi all’Europa intera. Di fronte all’aperta provocazione, fu costretto ovviamente a reagire, e in risposta al realismo scientifico di Galileo diede libero corso, con grande tristezza, al realismo dogmatico del Sant’Uffizio.
Non a caso uso il termine “provocazione”. L’affermarsi in età moderna del realismo scientifico di Galileo, infatti, è il frutto di una vera e propria battaglia mediatica, il cui protagonista è oggi per lo più ignoto al pubblico. Ed è anche facile capire perché: non è un erudito né un uomo di potere, bensì un semplice avvocato. È di origine italiana ma vive in Svizzera, e di lui non esiste alcun ritratto.
Il nostro uomo si chiama Elia Diodati (1576-1661), è un ricchissimo ed assai colto giurista ginevrino di religione calvinista, che impiega ogni energia per coltivare contatti e relazioni con i dotti del suo tempo. L’italiano gli è lingua natale, il francese di affari, il tedesco di studi; conosce a perfezione il trittico delle lingue dotte: latino, greco ed ebraico. È un facilitatore, che olia i meccanismi della Repubblica delle Lettere. Incoraggia i giovani studiosi, presenta, raccomanda autori ad editori, sponsorizza nuove iniziative. In politica è cauto e pacifista, mentre i suoi parenti protestanti tifano apertamente per la rovina della Chiesa e della religione Cattolica.
I Diodati provengono da Lucca, strana e isolata roccaforte calvinista giusto a due passi dallo Stato della Chiesa. Col tempo si sono ramificati in tutta Europa, e sono diventati magistrati a Parigi, commercianti a Londra, finanzieri ad Amsterdam, teologi ad Anversa. La Bibbia a stampa di gran lunga più diffusa del XVII secolo si chiama Bibbia Diodati, ed esce dai torchi del fratello del nostro Elia. Sono imparentati con potenti famiglie di commercianti e banchieri con interessi in tutto il continente, dall’Italia a Londra, dalla Francia e le Fiandre alla Dalmazia. Sono nomi temutissimi come i Calandrini, i Burlamacchi, i Balbani, i Turrettini, e persino i banchieri di Mazzarino Cantarini e Cenami e, per finire, niente di meno che Michele Particelli, Controllore generale delle Finanze di Francia, braccio destro di Mazzarino. Nomi che al solo pronunciarli lasciano sulla lingua il sapore dell’oro.
Il rapporto tra Diodati e il suo tempo è stato tratteggiato nei minimi dettagli da Stéphane Garcia in Elie Diodati et Galilée (Milano, Olschki, 2004), che ben chiarisce la funzione di “doganiere della cultura” esercitata nell’Europa di Galileo dall’avvocato ginevrino. Diodati è anche leader della Tetrade, un quartetto di giovani, brillanti e provocatori intellettuali parigini, che fa il bello e il cattivo tempo nei cenacoli culturali della capitale francese, suggerendo o imponendo le mode del momento.
Innumerevoli sono gli affari d’importanza che passano segretamente per le mani di Diodati e della sua cerchia. Appoggiano il monaco veneziano Paolo Sarpi, che scriveva libelli contro la Chiesa cattolica: due libri di Sarpi vengono fatti pubblicare a Ginevra da Elia. Un terzo viene stampato a Londra con l’aiuto di un cugino.
Come nasce il rapporto tra Elia Diodati e Galileo? È l’avvocato ginevrino a presentarsi a Galileo, ma a dire il vero in modo davvero singolare, e cioè come amico d’un amico comune, tale Giacomo Badovero, che però al quel punto era già morto da anni. Badovero è personaggio poco trasparente. Nessuno capiva bene se fosse protestante o cattolico. In gioventù era stato a lungo ospitato da Galileo tra le mura domestiche – cosa insolita per lo scienziato toscano, ruvido e inospitale. Poi aveva intrapreso una fitta serie di viaggi tra Francia e Italia, guadagnandosi fama di spia e di pederasta, per morire infine in circostanze non chiare a Venezia, o forse in Francia. Galileo aveva preteso e ottenuto dal suo allievo un favore importante: una dichiarazione giurata in un processo con cui chiedeva d’essere riconosciuto come inventore di un compasso geometrico per uso militare, che vendeva in proprio per arrotondare gl’introiti dell’insegnamento.
Nel suo trattato Sidereus Nuncius, Galileo aveva riconosciuto pubblicamente il debito verso Badovero: aveva dichiarato, proprio in quel libro contenente alcune sue importanti scoperte, ch’era stato Badovero ad avere per primo tra le mani, e a segnalargli, uno strumento appena inventato nelle Province Unite d’Olanda: il cannocchiale. Galileo, sulla sola base di quella segnalazione, aveva “reinventato” in pochi mesi lo stesso congegno, senza però averlo mai visto – almeno così sosteneva.
Col pretesto della comune conoscenza con il losco Badovero, nasce tra Galileo e l’avvocato-mecenate Diodati una ricca corrispondenza. Diodati offre aiuto, pubblicità, sostegno alle pubblicazioni di Galileo. Singolare che l’astronomo non lo respinga; normalmente detesta avere contatti con altri scienziati. Nonostante il caratteraccio, e la barriera che ha eretto tra sé e il resto del mondo, Galileo quindi comunica fittamente con Diodati.
Anche quando il grande Keplero gli scrive chiedendo un’opinione, Galileo risponde col silenzio o con formule scortesi.
Diodati infine scende in Italia e si reca a visitare il suo illustre amico di penna. L’incontro cade in un momento cruciale: sta per andare alle stampe il Dialogo dei Massimi Sistemi, l’opera (scritta contrariamente al solito non in latino bensì in italiano, per conquistare più lettori possibile) che porterà allo scontro tra Galileo e il Papa. L’incontro tra Diodati e Galileo è dei più misteriosi. Dura ben tredici giorni, durante i quali i due si intrattengono, ci dicono i cronisti dell’epoca, «su vari arcani della Natura». Avevano anche parlato di qualche progetto comune? Se è così, era cosa segretissima, giacché da entrambi, sull’incontro, non giungerà mai neppure una sillaba.
Dopo la visita di Diodati esce il Dialogo, dove papa Urbano VIII viene sbeffeggiato da Galileo di fronte all’intero mondo della cultura e della politica, ed è costretto a reagire per non perdere la faccia e l’autorità.
Il ruolo di Diodati a questo punto si allarga a dismisura. Dà pubblicità al caso con tutti i mezzi possibili, sollecita editori, contatta traduttori, diventa l’agente personale dello scienziato.
Sconfitto a Roma, Galileo Galilei trionferà nel resto del mondo. Alla fine del 1634, appena un anno dopo l’abiura di Galileo, l’intera comunità scientifica ne viene a conoscenza, come per fulmineo contagio. Per un confronto: quando era stato bruciato Giordano Bruno, la notizia era circolata a malapena perfino in Italia. Diodati invece funge da filtro e coordinatore con un’intera squadra di ammiratori, seguaci, difensori, che a loro volta fanno da volàno in tutta la Repubblica delle Lettere: Parigi, Leyda, Lione, Strasburgo, Anversa… Un interdetto vaticano, nell’Europa protestante, è la migliore delle pubblicità. A questo punto si muove l’ala dura dell’Inquisizione, interessata – lei sì – a una condanna dura ed effettiva di Galileo. Per questo qualcuno ha suggerito che Galileo, al momento in cui gli è stata chiesta l’abiura, abbia riso: l’abiura ridens di qualcuno a cui sta a cuore soprattutto la gloria futura. “Due sole cose”, scrive lo scienziato all’amico Diodati, “importano più d’ogni altra: la vita e la reputazione”.
Le vendite dei libri di Galileo esplodono: in Germania il filologo Matthias Bernegger, che traduce Galileo in latino, aveva da trent’anni in magazzino pile su pile di vecchi libri galileiani; ma quando monta lo scandalo, incolla una data recente sui frontespizi, per simulare una nuova edizione, e inonda le librerie. In Olanda gli Elzevier, editori di Galileo, che avevano stampato poche copie dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze rimettono in moto i torchi. Diodati paragona Galileo a Prometeo, glorioso eroe della mitologia greca. Galileo chiama Diodati “il mio amatissimo e vero amico”. La battaglia tra strumentalismo e realismo viene combattuta e vinta, anziché con gli argomenti, a suon di pamphlets e gazzette. Conta il volume di fuoco, la ripetizione ossessiva, il consensus omnium. È forse questo il peccato originale della scienza moderna: con Galileo non si è più accontentata d’essere scientifica, e ha voluto farsi anche mediatica.
Torna all’indice degli atti di Verità e Potere
Condividi:
- Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
- Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Condividi su Telegram (Si apre in una nuova finestra) Telegram
- Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Stampa (Si apre in una nuova finestra) Stampa
- Altro
- Condividi su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Condividi su Reddit (Si apre in una nuova finestra) Reddit
- Condividi su Tumblr (Si apre in una nuova finestra) Tumblr
- Condividi su Pinterest (Si apre in una nuova finestra) Pinterest
- Condividi su Threads (Si apre in una nuova finestra) Threads
- Condividi su Mastodon (Si apre in una nuova finestra) Mastodon
- Condividi su Nextdoor (Si apre in una nuova finestra) Nextdoor
- Condividi su Bluesky (Si apre in una nuova finestra) Bluesky