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05.09.2026 03:51

­­­Padre Serafino Tognetti e san Tommaso fuori stagione

Due Dottori sfrattati dalla loro festa

Da parecchi anni leggiamo con interesse, e non di rado con vero profitto, i commenti di padre Serafino Tognetti pubblicati nel messalino Sulla Tua parola delle Edizioni Shalom. Proprio questa lunga consuetudine ci ha fatto sobbalzare davanti a due pagine dell’edizione 2026, distanti fra loro appena cinquanta giorni. La prima è datata 15 luglio, memoria di san Bonaventura da Bagnoregio; la seconda 3 settembre, memoria di san Gregorio Magno. Due Dottori della Chiesa, due giganti della tradizione francescana e patristico-monastica. Ma in entrambi i commenti non una sillaba su di loro. Invece, puntuale, chi viene preso a modello? San Tommaso d’Aquino.

La singolarità del primo caso rasenta il comico. Il 15 luglio la colletta domanda a Dio che, celebrando Bonaventura, possiamo essere «illuminati dalla sua eminente sapienza» e imitarne il «serafico ardore». Il Vangelo è Mt 11,25-27: i misteri del Regno nascosti ai sapienti e rivelati ai piccoli.

Bonaventura entrerebbe nel commento senza bisogno neppure di bussare.

E invece, quando arriva il momento di spiegare chi siano questi «piccoli», non viene presa neppure una mezza frasetta dai meravigliosi scritti di Bonaventura. Il santo festeggiato scivola fuori scena e viene convocato l’Aquinate: «un genio assoluto», sapientissimo, eppure rimasto candido, puro, umile e devoto.

Il 3 settembre il fenomeno si ripete. È la memoria di Gregorio Magno. Le stesse pagine introduttive del messalino lo presentano come papa contemplativo, ancora monaco nell’anima anche sulla cattedra di Pietro, persuaso che lo studio della Sacra Scrittura sia «la via maestra per crescere nella fede». Poco dopo san Paolo avverte che «la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».

Quale occasione migliore per lasciar parlare i molti scritti di Gregorio?

E invece rieccoci davanti all’Aquinate: di nuovo «un genio assoluto», autore di opere «tuttora insuperate», dotato di una «sapienza stratosferica».

Due volte possono essere una coincidenza. Ma bastano anche a far nascere un dubbio. Dopo anni di affezionata lettura di padre Tognetti, non escludiamo che in questi due commenti si sia infilata la penna di qualche collaboratore, evidentemente provvisto di un repertorio tomista più pronto del calendario liturgico.

Bonaventura non è un Tommaso col saio francescano

C’è un’abitudine singolare, nella cultura cattolica degli ultimi secoli: trattare la metafisica di Tommaso come se fosse non una metafisica cristiana, ma la metafisica cristiana. Una volta compiuto questo piccolo slittamento, tutto il resto viene da sé. I Padri, i monaci, i cistercensi, i francescani e perfino gli autori che partono da premesse opposte, come Dante Alighieri, vengono tradotti, con maggiore o minore violenza, nel vocabolario dell’Aquinate.

Bonaventura è uno dei casi nei quali questa operazione funziona peggio.

Nel 1273, proprio negli anni nei quali Aristotele domina ormai le dispute universitarie parigine, il ministro generale dei francescani tiene le sue Collationes in Hexaëmeron. Arrivato alla sesta collazione, prende di mira il punto che per lui decide l’intera metafisica: Aristotele il principe di quanti respingono le idee platoniche. Da quella negazione discende, nella sua ricostruzione, una catena di oscuramenti che coinvolge esemplarità, provvidenza e governo del mondo. Non siamo davanti a una sfumatura terminologica, ma alla struttura stessa del rapporto fra Creatore e creatura.

Tommaso compie negli stessi decenni un’operazione differente: assume Aristotele come principale impalcatura filosofica, correggendolo là dove la fede cristiana lo rende necessario.

Festeggiare Bonaventura e, al momento di illustrarne il Vangelo, sostituirgli Tommaso significa quindi perdere esattamente ciò che rende il santo francescano interessante.

E sì che non mancavano i testi adatti. L’Itinerarium mentis in Deum conduce l’anima dalle vestigia divine nel creato, attraverso l’immagine di Dio presente nell’uomo, fino all’excessus mentis, dove la conoscenza discorsiva ha raggiunto il proprio limite e l’anima viene trasportata nell’unione.

Il 15 luglio avremmo potuto leggere Bonaventura.

Abbiamo trovato Tommaso.

Gregorio, i monaci e una genealogia dimenticata

Con Gregorio Magno lo scarto è ancora più vistoso, perché bisogna risalire indietro di sette secoli.

Gregorio non poteva naturalmente essere «antitomista». Sarebbe un curioso talento profetico per un papa morto nel 604. Appartiene però a una genealogia intellettuale che il successivo aristotelismo universitario ha provveduto, come lamenta lo stesso dante, a far cadere nel dimenticatoio: quella grande corrente biblica, patristica e monastica nella quale la realtà creata e la Scrittura vengono lette simultaneamente sul piano letterale, morale, allegorico e anagogico.

I Moralia in Iob sono una delle colonne di questa tradizione. E non per caso un codice proveniente dalla Chiaravalle di Fiastra, oggi Vaticano Latino 579, contiene proprio il commento gregoriano a Giobbe. Gli studi richiamati nelle Appendici del nostro Dante di Shakespeare III, in particolare quelli di Zygmunt Barański, collocano Gregorio dentro quella «potente e ricca tradizione» che unisce Agostino, Dionigi, Boezio, Gregorio, Scoto Eriugena e, in seguito, Bernardo e i maestri di San Vittore: una corrente a forte impronta neoplatonica, caratterizzata da una visione simbolica della realtà e del vero.

Da qui discendono Bernardo. Da qui i vittorini. Da qui, per molti aspetti, Bonaventura.

Non proprio il curriculum vitae di Aristotele.

Per questo la scelta di infilare Tommaso anche il 3 settembre è curiosa il doppio. San Paolo ammonisce i Corinzi a non confondere la sapienza mondana con quella di Dio; la liturgia commemora uno dei massimi maestri della sapienza monastica occidentale; e il commento sente il bisogno di andare a prendere Tommaso.

È come celebrare Bach spiegando Mozart.

La lente che finisce per diventare il paesaggio

La questione non riguarda soltanto due pagine di un messalino. È l’effetto di una lunga abitudine culturale.

Un esempio quantitativo è più utile di molte invettive. Nelle Appendici del nostro succitato libro abbiamo ricordato che il commento dantesco di Anna Maria Chiavacci Leonardi cita Tommaso 271 volte, Bernardo 91, Riccardo di San Vittore 19 e Ugo di San Vittore 16.

Quando le fonti monastiche e vittorine che emergerebbero negli snodi decisivi continuano a essere trattate come comparse, mentre Tommaso viene convocato anche dove il testo punta altrove, la statistica comincia ad acquistare un certo sapore.

La lente è diventata il paesaggio: tutto quanto non rientra nella sua curvatura non viene degnato di attenzione.

È accaduto a Dante; può accadere molto più facilmente in un commento liturgico di poche righe.

E il punto metafisico sul quale la differenza produce le conseguenze più profonde è il rapporto fra intelletto e volontà.

Il cielo e la terra

Nella lettura tomistica standard, l’intelletto gode di un primato sulla volontà.

Nella lettura monastico-francescana il primato è della volontà sull’intelletto.

È precisamente su questo terreno che per secoli si sono scontrate la scuola domenicana e quella francescana.

La verità vista non richiede lo stesso movimento della volontà che richiede una verità velata. Nessuno deve esercitare un eroico libero arbitrio per riconoscere il sole a mezzogiorno. Ben altro accade quando Dio si nasconde sotto i veli della fede, della Scrittura, dei sacramenti, degli eventi della vita, perfino del dolore.

Qui bisogna voler vedere.

Bisogna cercare.

Bisogna consentire. È un merito? No: è un non demerito.

È su questo terreno che la tradizione monastica insiste con particolare forza. E qui si apre anche il problema della grazia.

«Perché Dio ha amato santa Teresina più di me?»

Non occorre risalire al XIII secolo per osservare gli effetti della questione.

In un video pubblico (CLICCA QUI PER VEDERLO), al minuto 1:06:16, un giovane domenicano arriva a formulare una domanda che meriterebbe di figurare in un manuale di storia della teologia:

«Perché Dio ha amato santa Teresina più di me?»

La frase è straordinaria perché traduce improvvisamente in italiano corrente un problema che i trattati nascondono dietro una foresta di termini latini.

Se la maggiore bontà di un’anima consegue a una maggiore predilezione divina, e se questa predilezione si manifesta mediante una maggiore efficacia della grazia, perché Teresina sì e io no?

Non siamo noi a inventare il problema. Sul sito Amici Domenicani, in una risposta dedicata precisamente al rapporto fra grazia sufficiente e grazia efficace, padre Angelo Bellon spiega che la grazia sufficiente viene data a tutti e può essere rifiutata; quando invece l’uomo accetta, lo fa grazie a una «trazione» dall’alto, ricordando che «anche la buona volontà è frutto della grazia». Poi arriva la frase che conta: «Rimane il problema: perché in alcuni la grazia di Dio è efficace e in altri no».

Appunto.

Il problema rimane.

E non è un problema da poco, perché il quesito successivo lo formula quasi inevitabilmente quel giovane domenicano: se Teresina è arrivata dove io non sono arrivato, devo cercare la causa ultima nel diverso consenso delle nostre volontà o nella diversa efficacia della grazia ricevuta?

La teologia domenicana continuerà a spiegare — e Amici Domenicani lo fa con chiarezza — che l’impulso divino non distrugge la libertà. Ma sono parole vuote.

Resta infatti la domanda perché la mozione divina giunga a produrre il proprio effetto in certuni e non in altri.

Ed eccoci al muro sul quale la macchina causale tomista deve fermarsi: il motivo ultimo appartiene al beneplacito divino.

Il giovane frate lo traduce senza latino: perché Dio ha amato santa Teresina più di me?

Bernardo risponde diversamente

Bernardo di Chiaravalle apre il De gratia et libero arbitrio proprio sul consensus.

La creatura razionale, spiega, non diventa giusta o ingiusta senza il consenso della volontà; quel consenso è volontario e libero, non imposto da Dio. Ma Bernardo non precipita per questo nel pelagianesimo. Al contrario, attribuisce a Dio il buon pensiero, il buon volere e il compimento: Dio opera il buon pensiero «senza di noi», il buon volere «con noi», il compimento «per mezzo di noi».

Con tutto ciò, Dio vuole che il consensus dell’uomo rimanga il luogo decisivo. Dio ci ha creati veramente liberi, non a parole. La volontà è l’unica cosa che possiamo dire sia veramente nostra (vedi gli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta).

Perciò la domanda dell’anima cambia forma. Non: «Perché Dio ha aperto di più il rubinetto a Teresina?». Ma: «Dove ho chiuso io la porta a Dio?».

Fossanova

La storia, che possiede talvolta un gusto teatrale superiore a quello degli scrittori, ha riservato a Tommaso un finale singolare.

Nel dicembre 1273, dopo una esperienza mistica, l’Aquinate interrompe la propria attività di scrittura. Quanto aveva composto gli appare ormai «paglia» rispetto a ciò che gli era stato mostrato. Pochi mesi dopo, diretto al concilio di Lione, si ammala e chiede ricovero al monastero più vicino: l’abbazia cistercense di Fossanova.

Entrando nel monastero, capendo che sta per morire proprio tra le mura della teologia che più aveva disprezzato in vita, quella cistercense, abbraccia il messaggio divino a lui diretto ed esclama col Salmo 131: «Qui sarà la mia pace eterna, qui risiederò perché io stesso l’ho scelta». L’episodio è attestato negli atti del processo di canonizzazione.

Nell’antica foresteria dove morì è ancora ricordata la sua agonia. I cistercensi gli chiedono un commento al Cantico dei Cantici. Tommaso risponde: «Datemi lo spirito di Bernardo».

I monaci insistono. Tommaso accetta.

Il commento giunge alle parole della sposa: Veni dilecte mi, ingrediamur in horto, «Vieni, mio amato, entriamo nell’orto».

E lì muore.

Non sappiamo se la Provvidenza ami le metafore.

Questa, però, le è riuscita piuttosto bene.

Il grande maestro della costruzione scolastica, dopo aver visto qualcosa che gli rende paglia la propria immensa produzione, termina la vita non fra le dispute dello studium, ma in un’abbazia cistercense, commentando il libro biblico dell’amore e chiedendo lo spirito di Bernardo.

Forse sarebbe bene ricordarlo; soprattutto ai tomisti.

Torniamo a padre Tognetti

Ed eccoci alle due pagine dalle quali siamo partiti.

Non contestiamo affatto la grandezza di Tommaso d’Aquino. In teologia morale la precisione della sua analisi resta un patrimonio di valore incalcolabile; non è difficile capire perché un confessore formato seriamente su quelle pagine possa possedere strumenti che altrove si sono quasi perduti.

Ma la metafisica è un’altra faccenda.

E proprio per questo la Chiesa possiede anche Gregorio, Dionigi, Bernardo, Ugo e Riccardo di San Vittore, Bonaventura, Scoto: non come decorazioni laterali di una cattedrale tomista, ma come maestri portatori di visioni reali, talvolta incompatibili su punti fondamentali.

Quando arriva il 15 luglio, dunque, Bonaventura non ha bisogno di essere tradotto da Tommaso.

Quando arriva il 3 settembre, Gregorio non ha bisogno di essere accompagnato dall’Aquinate perché il lettore non si perda.

Dopo anni da affezionati lettori di padre Serafino Tognetti, continuiamo perciò a sperare che nei due commenti abbia avuto parte qualche collaboratore un po’ troppo rapido nel mettere mano al cassetto degli esempi.

La colletta del 15 luglio chiede di essere illuminati dalla sapienza di Bonaventura. Ma il commento ci illumina con Tommaso.

Il 3 settembre si festeggia Gregorio. Ma il commento ci parla di Tommaso.

Tommaso, poveretto, non ne ha colpa: aveva perfino chiesto lo spirito bernardiano.

Sono alcuni suoi devoti, semmai, che sembrano non averlo ancora ottenuto.

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