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22.08.2026 23:01

Prego, si accomodi: Marco Pesci racconta Unicum Opus e la staffetta della Storia

RECENSIONE DEL VOLUME BIFRONTE

Oggi a ‘Prego, si accomodi’, lo spazio di Chez Monaldi & Sorti dedicato agli ospiti che entrano in biblioteca per parlare dei nostri libri, Marco Pesci sceglie di parlare del volume dalla parte di Opus. Liutista, docente e ricercatore specializzato nella musica rinascimentale e barocca, accompagnatore di lunga data di Cecilia Bartoli, Marco Pesci attualmente conduce un progetto con Syusy Blady sui confini tra scienza e mito.

 Conobbi Francesco quando lui aveva più o meno 13 anni. Frequentavamo la stessa scuola di chitarra classica nel cuore di Roma. Mi colpiva la sua totale dedizione allo studio cui riservava almeno 4 ore di studio intenso ogni pomeriggio, dopo la scuola, in un regime di disciplina estrema. Si capiva da subito che il ragazzo prometteva bene. In pochi anni, infatti, divenne un eccellente chitarrista, dotato di una tecnica impeccabile, un fraseggio chiaro e generoso (raro da trovare), un suono tondo, profondo e ricco di sfumature di colore. Tuttavia, nelle sue esecuzioni spiccava la concentrazione assoluta, l’immersione totale e un controllo mentale del tessuto musicale che teneva incollato l’ascoltatore.

Dopo molti anni, lo incontrai insieme alla sua preziosa metà, Rita, all’Archivio di Stato di Roma: io concentrato sulla figura di un liutista rinascimentale romano, loro immersi nei documenti che avrebbero gettato le fondamenta del loro primo best-seller, Imprimatur.

Opus è l’opera che conclude una saga in sette parti costruita intorno alla figura storica di Atto Melani, vissuto tra il 1626 e il 1714 che fu cantante castrato e compositore, ma anche agente diplomatico del cardinal Mazzarino e del Re Sole. Dalla trilogia iniziale (Imprimatur, Secretum e Veritas) attraverso la coppia Mysterium e Dissimulatio, gli Autori (arricchiti dell’eccellente collaborazione della figlia Theodora Maria) ci propongono un ultimo tomo doppio, Unicum e Opus. È un libro tête-bêche, “testa-coda”, dove il lettore può scegliere di iniziare la lettura dall’uno o dall’altro lato, nell’ordine che preferisce, poiché narrano due facce della stessa storia. Un acuto espediente narrativo che si ispira al celebre anello di Möbius con due facce ma un’unica superficie.

Qui troviamo il primo messaggio fondamentale dell’opera di Monaldi & Sorti: la storia non la fanno gli eroi, ma i falsificatori. Uomini come Atto Melani che, dissimulando costantemente la propria identità e le proprie intenzioni, sono riusciti a influenzare e cambiare i destini della Storia. Come accadeva in Secretum, dove gli Autori svelavano l’inganno della firma falsa nel testamento di Carlo II re di Spagna, o come ne I Dubbi di Salaì dove veniva smascherata l’opera di falsificazione e demonizzazione di papa Borgia, “reo” di aver progettato una radicale riforma della chiesa che – se non fosse morto avvelenato – si sarebbe realizzata e avrebbe prevenuto e vanificato la riforma protestante.

Opus è un libro denso di rivelazioni e di riflessioni profonde. Monaldi & Sorti, fedeli alla loro metodologia, partono da documenti archivistici reali e sconosciuti per trasformarli in colpi di scena capaci di ribaltare le versioni dei libri di scuola.

La trama si riveste di una cornice che io definirei intrinsecamente filologica. All’epoca di Atto Melani si era sviluppato, specialmente a Roma, un modo particolare di suonare il basso continuo (una prassi improvvisata per accompagnare le parti soliste). Tale pratica, resa famosa in tutta Europa da Bernardo Pasquini, si distingueva per due criteri fondamentali: il «suonar pieno» e il «suonar d’acciaccature». Mentre il primo imponeva di mettere più note possibile nella realizzazione accordale (quelle comprese tra il basso dato e la parte acuta) il secondo stile inseriva, nel contempo, specifiche note dissonanti che impreziosivano le armonie in un modo quasi provocatorio.

Da musicista, non ho potuto fare a meno di notare questa assonanza. Nello stile di Monaldi & Sorti ritrovo le tracce essenziali di questo stile d’accompagnamento barocco: scene e contesti vengono raffigurati nel minimo dettaglio (suonar pieno) mentre la trama viene condita da brevissime, raffinate e colte inserzioni ironiche di passaggio che riecheggiano i preziosi effetti delle dissonanze armoniche (acciaccature). È in questa raffinatissima esigenza di perfezione a 360° che si muove il romanzo.

Gli Autori si confermano maestri nel ricreare la Roma barocca, una città di cardinali, spie e oscuri intrighi. La tensione è palpabile perché non c’è mai un confine netto tra il sacro e il profano, tra il potere divino del Papa e il potere terreno del Re di Francia.

La narrazione si svolge in due epoche storiche diverse, in un doppio “testa-coda”. Da un lato, siamo a Parigi all’inizio del XX secolo con l’accademico Anatole France (figura ricalcata sul celebre scrittore), bibliofilo ossessionato dal “Grande Rimorso” per aver manomesso preziosi volumi della corrispondenza di Melani. Dall’altro, siamo a Roma all’epoca del conclave del 1676 a seguire le peripezie dell’abate Melani volte a far eleggere Benedetto Odescalchi.

In una scena piena di suspense, incontriamo la Regina Cristina di Svezia esule a Roma. Siamo abituati a guardare questo personaggio come una grande mecenate, ma qui la scopriamo affaccendata a manipolare prima le sorti di mezza Europa e poi il conclave stesso del 1670 a favore di Benedetto Odescalchi e, anche attraverso intreccio di parentele e reti che caratterizzano il potere dell’epoca.

La storia trova le sue fondamenta in documenti inediti sui misfatti della famiglia Odescalchi, riportati nell’appendice The Odescalchi Files. Dai documenti riemergono crimini insabbiati, rapimenti reali (come quelli citati nel Diario di Giacinto Gigli all’epoca del conclave del 1670, che videro la sparizione di «molte creature per Roma et in particolare per Trastevere da età di 7 anni in giù») e riti magici avvenuti in palazzi nobiliari.

Nel romanzo, Atto Melani viene descritto come un personaggio straordinario, nato poverissimo a Pistoia e morto ricchissimo a Parigi, capace di servire contemporaneamente il Re Sole e il Papato non per tradirli, ma per mantenerli in buoni rapporti: «dava a entrambi informazioni utili e taceva quelle che turbano». Ma l’abate Melani è molto di più: è il perfetto crocevia diplomatico tra Roma, la Francia e soprattutto i Medici di Firenze, la sua vera casa politica e punto di partenza di una carriera che trasformò il cantante in un “orecchio” privilegiato nelle corti europee.

In Opus troviamo un personaggio chiave: Fiore, l’io narrante delle parti barocche, lette in un manoscritto dal narratore del racconto-cornice, cioè Anatole France. Grazie al punto di vista di Fiore entriamo nella parte della narrazione legata ai misteri e alla caccia al tesoro. Fiore permette ai lettori di scendere nelle pieghe più sporche e segrete della Storia, mettendo in moto i tasselli che compongono il mosaico della trama. Attraverso Fiore, Monaldi & Sorti esplorano anche il contrasto tra la grandezza del potere e la condizione dei sudditi, inconsapevoli dei meccanismi economici e dei giochi di palazzo.

Un altro dei temi centrali, stavolta nella cornice del 1912, è la sorte dei beni di Melani. Si narra di come Atto, sentendo avvicinarsi la fine, avesse spedito il suo archivio e le sue collezioni a Pistoia. Il romanzo esplora il “mistero storico” della dispersione dei suoi tesori (oltre 400 dipinti tra cui opere di Correggio e Guido Reni e centinaia di volumi), collegando questa vicenda alla loro parziale riemersione nei cataloghi d’antiquariato tra il XIX e il XX secolo.

 Viene da chiedersi quale sia il vero volto di Atto, considerando anche i dubbi espressi dai suoi contemporanei sull’attendibilità dei ritratti a lui dedicati, come il busto dall’arcigno volto nel cenotafio di San Domenico a Pistoia. La sua figura, pur essendo di grande rilievo, è stata a lungo oscurata dall’oblio.

Qui si innesta il concetto della sopravvivenza della memoria, la «Staffetta della Storia». Il libro mostra come, nonostante i tentativi umani di distruggere o nascondere la verità, il passato trovi sempre il modo di riemergere grazie a chi (come i personaggi di Opus o gli Autori stessi) porta avanti la “fiaccola” della ricerca storica. In sostanza, il mistero di Opus non è solo un enigma storico, ma anche un’indagine esistenziale sulla responsabilità morale dello studioso, chiamato a restituire ciò che l’ignoranza o il crimine hanno tentato di far scomparire. L’insegnamento che emerge è quello di non affezionarsi mai a un unico punto di vista poiché la verità è una medaglia che ha sempre un’altra faccia, spesso imbarazzante.

Grazie ad un supporto documentale impressionante e molto spesso inedito (generosamente aggiunto nelle Appendici), frutto di ricerche d’archivio e ricostruzioni così precise e puntuali da lasciar sbigottiti gli storici di professione, gli Autori dimostrano che il potere non risiede dove dicono le cronache ufficiali, ma dove si nascondono interessi economici e segreti inconfessabili. E la dissimulazione di Atto è l’arte di fingersi fervente cattolico e leale servitore del Papa, mentre in realtà lavora per un’agenda laica da libero pensatore.

Col coraggio che li contraddistingue, Monaldi & Sorti – durante una cena di fine ‘800 a Firenze a casa della poetessa anglo-francese Vernon Lee – ci svelano, dietro l’innocente apparenza dei Mastri Comacini, l’esistenza di una confraternita internazionale proto-massonica che opera al di sopra delle nazioni.

Dopo la lettura, quella che rimane è una domanda scomoda: quante delle verità che studiamo sui libri sono solo costruzioni dei vincitori? Non a caso, il loro romanzo d’esordio, Imprimatur, reca una dedica: Ai vinti.

Come ebbe a dire anni fa Francesco in un incontro col pubblico, citando una vignetta del celebre Altan: “Sono preoccupato, comincio ad avere idee che non condivido”. Se siete pronti a mettere in discussione, su basi concrete, le “verità” storiche che ci raccontano da sempre, siete pronti alla lettura di Opus.

Qui sotto una foto di Marco Pesci e Syusy Blady

Marco Pesci e Syusy Blady

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