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26.07.2026 23:25

Il Card. Bona e la pretesa “Messa di sempre”

In seguito alla scomunica per scisma in cui la FSSPX è incorsa pochi giorni fa per aver ordinato quattro vescovi senza autorizzazione papale, si è ripreso a parlare delle frange più tradizionaliste della Chiesa. A noi in particolare è tornato in mente il tema dibattutissimo della messa in latino di rito pre-conciliare, perennemente difesa come “la messa di sempre”.
Le nostre ricerche tuttavia ci hanno rivelato che la verità è molto diversa… Facendo seguito a quanto anticipato su facebook e instagram, riproduciamo qui sotto il capitolo delle Appendici di UNICUM, in cui mostriamo il retroscena storico di due dialoghi romanzati tra il cardinale Giovanni Bona e il cardinale Francesco Àlbizzi durante il conclave del 1670 (Unicum, pp.65-67 e 108-114) sul tema della “vecchia messa”.

Le due scene in cui compare il cardinale Giovanni Bona non sono un artificio polemico retroproiettato dal presente, ma una trasposizione narrativa fedele delle tesi che egli sviluppa nel suo trattato di storia della liturgia, i Rerum liturgicarum libri duo, pubblicati nel 1671 dopo lunghi anni di studio. Un’opera che egli stesso presenta come una ricostruzione «dai ruderi dell’antichità» dei riti della Messa e della loro storia: quando e come si celebrasse, con quali parole, in quale luogo, in quale lingua, e con quali variazioni tra le Chiese.

Nel tono personale con cui apre il libro Bona confessa – usando le medesime parole da noi “rubate” per la prima scena tra lui e Àlbizi – che l’impresa gli è stata imposta dall’insistenza di Sforza Pallavicino; che a lungo ha esitato per timore di non riuscire a dare un lavoro «elaborato e perfetto»; e che, una volta cominciato, il lavoro è durato anni: «è ormai trascorso il settimo anno dalla prima ideazione dell’opera». La parte più romanzesca, in realtà, è già in Bona: la malattia, poi la chiamata inattesa al cardinalato da parte di Clemente IX, che lo strappa alla quiete cistercense e lo getta nel «tumulto delle cose esteriori». Qui compare anche l’immagine che nel romanzo è ripresa quasi alla lettera: «desideravo morire nel mio nido» (optabam mori in nidulo meo).

Bona non fu un nostalgico sentimentale, né un oppositore del Concilio di Trento. Fu, piuttosto, uno dei primi grandi storici della liturgia romana, e come tale applicò ai riti della Chiesa lo stesso metodo che gli umanisti avevano utilizzato per i testi: ritorno alle fonti, confronto delle testimonianze, ricostruzione dello sviluppo storico. Proprio questo approccio lo condusse a una constatazione che oggi può apparire sorprendente: la Messa celebrata nel suo tempo, pur legittima e valida, non coincideva affatto con la Messa dei primi secoli, né nella forma né nel grado di partecipazione del popolo.

Tutti i punti toccati nel dialogo romanzesco trovano riscontro nelle ricerche di Bona. Egli documenta che la lingua liturgica originaria non era una lingua sacralizzata e separata, ma la lingua realmente compresa dai fedeli: il greco nei primi secoli, poi il latino finché rimase lingua viva. Il passaggio alla lingua dei Romani fu graduale, motivato dall’esigenza di farsi comprendere, non da un principio di sacralità linguistica astratta. Il latino, per Bona, ha valore normativo e di garanzia dottrinale, ma non è destinato di per sé all’uso popolare quando non è più compreso. Ciò in coerenza con il principio paolino dell’intelligibilità della preghiera pubblica (1Cor 14).

Analogamente, Bona mostra che la Liturgia della Parola era in antico più ampia e più ricca di spiegazioni: comprendeva letture profetiche dell’Antico Testamento, seguite da un’omelia ritenuta parte necessaria della celebrazione. La sequenza “letture – Vangelo – sermone” attestata da Agostino non è per lui un ideale, ma un dato storico. La rarefazione dell’omelia e l’opacità delle letture in latino salmodiato gli appaiono segni di un progressivo allontanamento dei fedeli dal cuore del rito.

Il medesimo giudizio emerge riguardo all’Offertorio. Bona raccoglie testimonianze concordi secondo cui, per secoli, il pane e il vino furono portati all’altare dai fedeli stessi, in processione. La sostituzione di tale gesto con l’offerta in denaro non è per lui una semplice evoluzione pratica, ma un indice di ciò che egli chiama esplicitamente refrigerescente caritate: il raffreddarsi della carità e della partecipazione ecclesiale.

Lo stesso vale per la preghiera dei fedeli, per il bacio della pace, per il Credo e il Pater noster, che Bona documenta come originariamente recitati o cantati con il popolo in Oriente, in Gallia e in Spagna, e non riservati al solo celebrante. Ricostruendo la Messa antica dalle fonti, Bona registra che nelle liturgie dei primi secoli era normale una forma di intercessione pubblica dell’assemblea dopo le letture e l’istruzione; come anche la recita comunitaria del Symbolum e del Pater. La riduzione progressiva di questi momenti a puri gesti clericali gli appare come una sottrazione di voce e di spazio all’assemblea.

Infine, anche le trasformazioni architettoniche e simboliche: i cibori antichi, e i tabernacoli pendenti dal ciborio sull’altare, rendevano possibile al sacerdote celebrare la Messa fisicamente rivolto verso il popolo. La scomparsa dei cibori, e la diversa collocazione dell’altare e del tabernacolo, hanno indotto l’orientamento celebrativo che finisce per voltare fisicamente le spalle all’assemblea.

Bona insiste su un punto essenziale: non si può assolutizzare come immutabile ciò che la storia mostra essere mutato più volte. Le scene del romanzo mettono in forma drammatica una tensione reale del XVII secolo: quella tra una riforma necessaria contro l’eresia protestante e il rischio di aver risposto a un eccesso con un altro eccesso, sacrificando la partecipazione viva del popolo al mistero eucaristico. Quando il Bona di Unicum parla di una Messa divenuta spettacolo e di fedeli ridotti a spettatori silenziosi, egli riecheggia fedelmente la diagnosi storica del Bona realmente esistito, uno dei più grandi liturgisti dell’età moderna.

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