Quando la Rivoluzione Francese tentò di sostituire la liturgia sacra con quella di Stato.
Un estratto dal capitolo Il Grande Terrore in OPUS, parte del volume bifronte “Unicum Opus” (Rizzoli): il giovane Anatole France (ri)vive la Festa dell’Essere Supremo ideata da Robespierre per sostituire la Pentecoste.
Le ultime parole della mia guida vengono coperte dal sibilo della lama e dal colpo secco sul collo di madre Teresa di Sant’Agostino.
«Tutto è compiuto», mormorò la fata. «Consumatosi il supremo sacrificio, verrà adesso – come dicono i vecchi soldati – la liberazione della Francia. Passata che sarà dall’esecuzione una decade repubblicana – quella settimana di dieci giorni che la Rivoluzione, ambiziosa come un teologo, sognò di sostituire ai sette della Creazione – il 27 luglio 1794 il cittadino Robespierre verrà esautorato e arrestato insieme ai suoi. Il giorno dopo, 28 luglio, cadranno le loro teste; e con esse finirà il regime del Terrore. Cinquanta giorni precisi dopo la festa dell’Essere Supremo dell’8 giugno 1794, con la quale Robespierre aveva preteso di soppiantare perfino la Pentecoste. Illuso! La Pentecoste ha soppiantato lui. Il volontario olocausto delle piccole carmelitane di Compiègne avrà dato i suoi frutti.» (…)Finalmente capii dove la fata mi aveva trasportato: ci trovavamo alla festa dell’Essere Supremo, una specie di divinità laica e statale, ispirata dal pensiero di Voltaire. Sul grande bacino delle Tuileries era stato costruito un tavolato di legno che reggeva la statua del mostro dell’Ateismo, la cui testa orrenda, uscita dal cervello di Jacques-Louis David – direttore artistico della Rivoluzione (e poi dell’Impero) – dominava le effigi dell’Ambizione, dell’Egoismo, della Discordia, della Follia e della Falsa Semplicità, umilmente raggruppate intorno a esso. Ciascuna portava il proprio nome scritto a grandi caratteri sul petto. E sulla fronte di tutte, si era voluto far apparire la medesima sentenza: “Unica speranza dello straniero”. Giunto al bordo del bacino, Robespierre sale sul tavolato e va diritto al mostro dell’Ateismo. Allora il mastro fuochiere, un italiano di nome Ruggieri, gli porge la lancia pirotecnica per appiccare fuoco alla statua. Così si usava fare quando i re venivano ad accendere il fuoco di San Giovanni o i fuochi di gioia per la nascita o il matrimonio d’un figlio di Francia, o per qualche altro lieto avvenimento dell’antica monarchia. Robespierre dà fuoco a quell’Ateismo di cartone dipinto, che s’infiamma e crolla in mezzo ai razzi, ai petardi, alle bombe, alle fiamme bengala che la statua racchiudeva. E con esso presero fuoco e rovinarono gli altri vizi di cartone che gli facevano da corte. Uscito dalle nubi generate da quel vulcano in miniatura, Robespierre trae un secondo quaderno dalla tasca e fa segno che sta per parlare di nuovo. Apostrofa con durezza l’Ateismo che ha appena annientato, e calpesta con piede trionfante i detriti carbonizzati.
Tuttavia quella seconda predica stonava non poco con lo spettacolo. In mezzo alle rovine dell’Ateismo divorato dalle fiamme avrebbe dovuto innalzarsi la Saggezza, dalla fronte calma e serena: così prometteva formalmente il programma di David. Invece la statua della Saggezza s’era tutta annerita, quasi carbonizzata; e la sua effigie pareva mezza scomparsa nell’incendio, confusa con l’Ateismo, l’Egoismo, la Discordia, l’Ambizione e la Falsa Semplicità. Non si osò dirlo ad alta voce, ma più d’uno spettatore sorrise dentro di sé. Anche perché, per uno strano caso, l’unica rimasta pressoché intatta era la statua della Pazzia.
«La Pazzia», chiosò la fata. «Esito ultimo della superbia, covata e partorita da Lucifero prima, e da Giuda poi, per non citarne che un paio. Malconsigliata ambizione quella di soppiantare una solennità religiosa – appuntamento di Cielo all’interno del Tempo – con un culto di Stato. Oggi, 8 giugno 1794, festa dell’Essere Supremo, per i cristiani doveva celebrarsi la Pentecoste, il cui nome significa appunto “cinquantesimo giorno”. E siccome Dio, quando vuole, ha il senso dell’umorismo, fra cinquanta giorni esatti – il 28 luglio 1794 – la testa di Robespierre rotolerà nel cesto del boia, rimpiangendo d’essere ormai troppo lontana dal corpo per contare con i polpastrelli sulla punta del naso ciò che aveva voluto calcolare con la superbia.»
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