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01.08.2026 01:02

Oltre la leggenda nazionale: Giovanna d’Arco e lo scisma che non era ancora nato

Ritratto di Giovanna d'Arco con bandiera e gigli sullo sfondo della Cattedrale di Notre Dame di Albert Lynch, 1897

La storia non passa. Si traveste. Nel caso della Pulzella d’Orléans si travestì da guerra dinastica, da contesa franco-inglese, da miracolo patriottico. Ma forse, sotto l’armatura di Giovanna, c’era una missione ancora più vertiginosa, al di là del tempo: salvare Roma salvando la Francia.

Il 30 maggio la Chiesa ricorda santa Giovanna d’Arco, bruciata viva a Rouen nel 1431, a soli diciannove anni. La memoria comune ne ha fatto l’eroina nazionale di Francia: la fanciulla che sente le voci del Cielo che le ordinano di liberare la Francia dagli inglesi, rompe l’assedio di Orléans, risolleva un regno allo stremo e conduce Carlo VII a Reims perché riceva l’unzione regale.

Tutto vero.

Ma la Storia, quando sembra chiusa, spesso comincia proprio lì.

Giovanna d’Arco è uno di quei casi in cui la spiegazione più ripetuta rischia di diventare la meno convincente. La Pulzella avrebbe salvato la Francia. Certo. Ma da che cosa, esattamente? Dagli inglesi, si risponde. Dalla sconfitta militare. Dalla perdita della corona. Dal dominio straniero. Anche qui, tutto vero.

Eppure resta una domanda, enorme, quasi imbarazzante: perché il Cielo sarebbe dovuto intervenire in una guerra dinastica? Perché l’arcangelo Michele, le giovanissime sante martiri Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia avrebbero dovuto ordinare a un’altrettanto giovane fanciulla della Lorena di scacciare gli inglesi e far incoronare il Delfino? Dio parteggiava forse per i Valois contro i Lancaster? Per un popolo contro un altro? Per una bandiera contro una bandiera?

Chi si accontenta di verità facili può fermarsi qui. Chi ama scavare nella Storia viva deve invece spostare lo sguardo. Non al 1429. Non al 1431. Ma a un secolo dopo.

È incredibile che in 600 anni – e diventa vergognoso per gli ultimi due secoli – nessuno storico abbia mai pensato alla necessità di fare un’analisi geopolitica della cosa sarebbe successo se non vi fosse stata Giovanna d’Arco. L’abbiamo fatta noi, e pubblicata nelle appendici storiche di Unicum Opus, visto che la Pulzella è personaggio centrale di un filone che attraversa sia Unicum sia Opus.

La missione straordinaria di Giovanna d’Arco, letta nella lunga durata della storia europea, appare come un intervento provvidenziale preventivo contro una frattura che al tempo della Pulzella non esisteva ancora: lo scisma protestante, e in particolare quello anglicano.

Giovanna salvò la Francia dagli inglesi perché, cento anni più tardi, un’Inghilterra padrona della Francia avrebbe potuto trascinare anche la Francia fuori dall’orbita romana. E una Francia separata da Roma avrebbe cambiato il destino religioso dell’intero continente.

Questa è la tesi che abbiamo sviluppato nelle appendici storiche di Unicum Opus, dove la Pulzella non è un’icona patriottica da calendario, ma uno snodo della grande partita europea. Uno di quei crocevia oscuri in cui la Storia sembra una cosa e invece ne prepara un’altra.

Quando Giovanna entra in scena, la Francia non è ancora la nazione compatta che immaginiamo oggi. È un insieme di regni eterogenei, ferito, diviso, attraversato da fedeltà feudali concorrenti. I borgognoni sono alleati degli inglesi. Il Delfino Carlo è ridotto quasi al ruolo di “re senza corona”. Gli inglesi non sono semplicemente invasori esterni nel senso moderno: reclamano il trono francese per diritto dinastico, contestano la legge salica, possiedono da secoli domini sul continente. La frontiera tra “francese” e “inglese”, nel Quattrocento, non coincide con le nostre categorie nazionali.

La posta in gioco, dunque, non è soltanto militare.

Per questo Reims è decisiva. Non basta vincere una battaglia. Non basta liberare una città. Occorre che Carlo VII riceva l’unzione regale nella cattedrale dove si conserva la memoria della Sacra Ampolla, legata al battesimo di Clodoveo. Occorre che la monarchia francese sia una regalità cristiana, consacrata, autonoma, non subordinata alla corona inglese.

Giovanna obbedisce alle voci celesti che afferma di udire e, munita di chiarezza d’intelletto impossibile in una contadina adolescente analfabeta, capisce tutto questo con una lucidità che supera i calcoli dei capitani e la prudenza dei politici. Ella non propone innanzitutto una tregua. Non chiede un compromesso. Vuole Orléans libera e Carlo incoronato a Reims. Sa che lì si gioca qualcosa di più grande della sopravvivenza di un principe.

Il 17 luglio 1429, quando Carlo VII viene consacrato re di Francia, gli inglesi non sono ancora definitivamente cacciati dalle terre francesi. Ma il principio stesso della loro pretesa è stato colpito al cuore. La Francia ha di nuovo un re consacrato. La sua identità politica e religiosa è stata rimessa in piedi.

Due anni dopo, il martirio di Giovanna non cancella quell’opera: la sigilla.

Il 30 maggio 1431 la Pulzella viene bruciata viva a Rouen. Invoca Gesù, chiede una croce, muore tra le fiamme dopo un processo costruito per infamarla come eretica. Il petto del suo corpo carbonizzato – per una reazione termica causata dal fatto che gli inglesi avevano fatto abbassare le fiamme per vederlo nero e nudo, e poi le avevano fatte riattizzare  – esplode e mostra il cuore rimasto intatto, dal quale sgorgano fiotti di sangue. La stessa accusa è un paradosso terribile: colei che, nella prospettiva della lunga durata, ha custodito l’avvenire cattolico della Francia viene eliminata sotto il marchio dell’eresia.

Ma la Storia, come spesso accade, darà torto ai giudici.

Nel 1534 Enrico VIII rompe con Roma e si proclama capo della Chiesa d’Inghilterra. Lo scisma anglicano non è una disputa periferica, né soltanto una questione teologica. È il trionfo della sovranità politica sulla vita ecclesiale. È la Chiesa piegata alla ragion di Stato. È il potere temporale che pretende di governare anche il sacramento.

A questo punto il “caso Giovanna d’Arco” cambia volto.

Proviamo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se la Francia del XV secolo fosse rimasta stabilmente nella sfera inglese. Se la corona inglese avesse consolidato il dominio sul trono francese, la frattura del secolo successivo avrebbe potuto oltrepassare la Manica e raggiungere Parigi. Non necessariamente nella forma identica dell’anglicanesimo inglese; forse in una versione francese, gallicana, culturalmente più raffinata, politicamente più presentabile. Ma l’esito sarebbe stato simile: una grande Chiesa di Stato sottratta all’obbedienza romana.

L’Europa cattolica sarebbe stata spezzata nel suo centro.

La Spagna e l’Italia sarebbero rimaste più isolate. I principati italiani legati all’influenza francese – Savoia, Piemonte, Lombardia, Parma – avrebbero subito una pressione confessionale enorme. I territori tedeschi rimasti fedeli a Roma si sarebbero trovati circondati da potenze protestanti o semi-protestanti. La Polonia-Lituania, grande monarchia cattolica ma attraversata da una tradizione di tolleranza e pluralismo, avrebbe potuto essere attratta da formule mediane, presentate come moderne e ragionevoli. La Santa Sede avrebbe dovuto fronteggiare non solo Lutero a nord e l’Inghilterra separata oltre la Manica, ma anche una Francia divenuta veicolo continentale di una cristianità nazionale indipendente dal papa.

È qui che Giovanna smette di essere soltanto un’eroina francese.

La Pulzella non salvò soltanto una città. Non salvò soltanto una dinastia. Non salvò soltanto il trono dei Valois. Salvò la Francia come grande potenza cattolica autonoma. E salvando la Francia, preservò un equilibrio europeo senza il quale Roma sarebbe stata molto più sola, molto più esposta, molto più assediata.

La storia non passa. Si traveste.

Nel 1429 si travestì da guerra dei Cent’Anni. Nel 1534 rivelò di essere anche una questione di sopravvivenza della Cristianità romana.

A questa intuizione si avvicinò persino Winston Churchill, uomo tutt’altro che sospettabile di agiografia cattolica o di sentimentalismo francese. Churchill considerava Giovanna d’Arco la più grande eroina della storia europea. In una lettera del 29 dicembre 1938 scrisse alla moglie: «Ho appena finito di scrivere di Giovanna d’Arco. Ritengo che sia la vincitrice per eccellenza nella storia di Francia».

La sua valutazione confluirà poi in A History of the English-Speaking Peoples, dove, raccontando la morte della Pulzella sul rogo, Churchill registra il commento attribuito a un soldato inglese presente alla scena: «Siamo perduti. Abbiamo bruciato una santa». E aggiunge che Giovanna era un essere così elevato da non trovare pari in mille anni.

Sono parole enormi, soprattutto se vengono da uno statista inglese. cresciuto nella memoria della nazione che Giovanna aveva sconfitto. Churchill comprende che la Pulzella non appartiene soltanto alla storia francese. Intuisce che la sua vittoria cambia la scala degli eventi.

Non sviluppa, naturalmente, la conseguenza confessionale di questa intuizione. Non arriva a dire che salvando la Francia Giovanna preservò anche le condizioni di sopravvivenza della Cristianità romana. Ma proprio per questo la sua testimonianza è preziosa. Churchill vede il dato storico-politico: Giovanna ha cambiato il destino della Francia. Da lì occorre fare il passo ulteriore: cambiando il destino della Francia, Giovanna ha cambiato anche l’equilibrio religioso d’Europa.

La sua missione fu dunque antiscismatica prima dello scisma.

Per questo la sua vicenda non può essere ridotta a un episodio romantico, a una leggenda patriottica, a una favola edificante o a una semplice epopea militare. Giovanna d’Arco è uno di quei punti in cui la Storia viva affiora sotto la crosta delle versioni scolastiche. Una ragazza analfabeta, una vergine in armatura, una martire condannata da ecclesiastici asserviti al potere politico diventa il perno invisibile di un equilibrio europeo.

Non fondò un partito, non elaborò una dottrina, non cercò potere per sé. Disse di essere mandata da Dio, fece incoronare il re, vide compiersi la svolta della guerra, poi fu abbandonata, venduta, processata e bruciata. Eppure la sua morte non fu la fine della sua missione, ma il prezzo spirituale di una liberazione più vasta di quanto i contemporanei potessero comprendere.

Il 30 maggio, dunque, non ricordiamo soltanto una martire francese, ma una sentinella di “quella Roma onde Cristo è romano”, come diceva Dante. Una sentinella dell’Europa contro i suoi nemici: nemici non “di ieri e di oggi”, come si potrebbe pensare, bensì “di sempre”. Perché la Storia non passa. Si traveste.

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