Questa guida faceva parte della cartella a disposizione dei partecipanti al convegno Verità e Potere, tenutosi all’Archivio di Stato di Roma il 28 ottobre 2016. Il testo del 2016 è riprodotto integralmente; i riferimenti temporali appartengono a quella data.
GUIDA ALLA LETTURA
DI
MYSTERIUM
Un romanzo su verità e potere
Mar di Toscana, dicembre 1646.
Un variopinto gruppo di otto personaggi s’imbarca a Livorno alla volta della Francia. Su una galera della marina di Luigi XIV salgono, in mezzo ad una folla di musici e cantanti:
Gabriel Naudé (1600-1653), detto Gabriello Nodeo, filologo, erudito e bibliotecario del cardinal Mazzarino
François Guyet, detto Guyetus (1575-1655), filologo francese
Kaspar Schoppe, detto Scioppio (1576-1649), filologo tedesco
Louis Hardouin, detto Arduino, libraio francese
Il castrato Barbello (che poi rivelerà ben altra identità, anch’essa di un personaggio storico)
Marc’Antonio Pasqualini (1614-1691), celebre castrato
Atto Melani (1626-1714), giovane cantante castrato, e il suo segretario.
I cantanti castrati, tra cui il giovanissimo protagonista Atto Melani accompagnato dal suo segretario che fa anche da Io narrante, sono attesi a Parigi da Mazzarino per partecipare a un nuovo melodramma alla Corte francese.
I quattro eruditi invece sono alla ricerca di un tesoro inestimabile: i manoscritti di alcuni capolavori perduti della letteratura latina, il cui ritrovamento è stato loro annunciato per lettera da un misterioso monaco, transitato tempo addietro per la vicina isola di Gorgona.
La nave viene presa d’assalto da un vascello di pirati musulmani, capeggiati da Alì Ferrarese, un ferocissimo rinnegato italiano, anch’egli realmente esistito. Dopo il sanguinoso arrembaggio e una serie di rovinose esplosioni, il gruppo dei protagonisti, insieme a due dei pirati assalitori, riesce a salvarsi fuggendo su una scialuppa e approda miracolosamente all’isola di Gorgona.
Prigionieri della spettrale roccaforte di scogli e vegetazione, i personaggi si imbattono in alcuni enigmatici individui (una giovane fanciulla, un trio di compari barbuti, l’ex commissario dell’isola) che forniscono solo risposte evasive o incoerenti: dov’è la città misteriosa, nascosta tra i boschi di Gorgona, che dovrebbe fornire riparo e salvezza? Si cerca ovunque il tesoro letterario del monaco senza nome di cui, con indescrivibile eccitazione dei quattro eruditi, viene trovato qualche frammento. L’atmosfera è resa ancora più rovente da messaggi cifrati disseminati sul posto da qualcuno, forse proprio l’enigmatico monaco, inclusa una mappa dell’isola in classico stile marinaresco.
Tra i protagonisti aleggiano molti conti in sospeso: rivalità, antichi rancori, passioni inconfessabili e soprattutto il fantasma opprimente di un (vero) omicidio di cinque anni prima in cui, come si scopre lentamente, è coinvolto più di un personaggio. La disperata ricerca di una via di fuga dall’isola si alterna con la caccia al tesoro letterario. Tutti sospettano di tutti, fioccano accuse reciproche e aspre risse verbali, è sempre più chiaro che non sarà possibile evitare una resa dei conti finale. Con un procedimento a flash back viene a galla la verità: a dividere i personaggi non sono meschine ripicche, ma l’aspro scontro tra verità e potere (vedi sotto), che gradatamente assume nella trama il ruolo dominante.
Solo nelle ultime pagine emergerà il ruolo chiave del deus ex machina che tra gli aspri scogli di Gorgona ha segretamente tessuto la sua tela dal primo all’ultimo istante. La lettura a ritroso di Mysterium, dopo aver essere arrivati alla fine, rivelerà appieno la scientifica bravura del burattinaio nel pianificare una per una le mosse di una segreta partita a scacchi col Destino.
I filoni da cui è percorso il libro sono il frutto delle lunghe ricerche a cui gli autori di Mysterium hanno lavorato per anni, sia prima che durante la stesura dell’opera, ma soprattutto declinano sotto gli aspetti più vari e inediti lo spinoso rapporto tra la verità e il potere, il tema narrativo dell’intera produzione di Monaldi & Sorti:
1
Quasi quasi mi faccio Turco
Corsari, rinnegati e traditori nell’Islam made in Italy*
*Le commistioni economiche e politiche tra Islam e Occidente nei romanzi di Monaldi & Sorti sono anche il tema dell’intervista La religione fa politica. E la politica fa religione? L’Islam politico nella storia dell’Europa moderna pubblicata in Dio e Cesare.
In Mysterium giocano un ruolo di primo piano i corsari nordafricani che nel XVII secolo percorrevano il Mediterraneo sotto le insegne si Maometto, ma parlavano italiano ed erano nati in Calabria, Veneto o Liguria. Gli abitanti dei paesini della costa, ma talvolta anche dell’entroterra, passavano spesso e volentieri dalla parte dei pirati: era l’unica chance di ottenere una rivincita dalla vita e sfuggire alla povertà. Bastava tradire la religione d’origine, giurare su Allah e poi fare carriera sulle navi dei corsari Barbareschi di Tunisi, Algeri o Rabat.
Nel romanzo di Monaldi & Sorti viene rievocata l’epopea sanguinaria, e oggi attualissima, delle migliaia di italiani che passarono sotto le insegne di Maometto. I rinnegati nostri compatrioti si resero preziosi rivelando ai corsari musulmani come sorprendere di notte i paesini in cui erano nati, per poi sgozzare o rapire in massa i loro antichi parenti e compatrioti, da rivendere come schiavi o negoziare contro lauti riscatti. I rinnegati più famosi (e spietati) si chiamavano Alì Ferrarese, Occhialì, Cicala, ed erano rispettivamente emiliano, calabrese e siciliano.
Il tema dei rinnegati e del tradimento della patria va al di là del caso dei rinnegati. Come ci raccontano i documenti, quando gli informatori di Venezia penetrano nei cantieri navali di Tripoli, di Algeri e di Tunisi, trovano con sommo stupore che i carpentieri, i maestri d’ascia, gli ingegneri navali che lavorano alla flotta dei corsari Barbareschi sono italiani di Napoli, Venezia, Genova e Palermo, e sono pagati per costruire le navi da cui poi saranno abbordati i loro compatrioti. Le pulegge, le rondelle, il sartiame, le bussole, le manovelle, i tessuti da vela con cui si costruiscono quelle navi, e che nessuno è capace di produrre nelle reggenze dei pirati Barbareschi, vengono loro venduti da inglesi e olandesi, che sfornano le loro merci su misura per i bisogni dei barbareschi e le portano sul mercato di Livorno. Lì i mercanti le rivendono al quintuplo del loro prezzo iniziale agli emissari delle reggenze. “Voi cristiani strillate tanto contro noi corsari”, dice uno dei personaggi, “ma mentre con la mano destra ci combattete a suon di navi e cannoni, con la sinistra ci riempite di soldi e armi”.
2
Il Signore del Tempo:
Giuseppe Giusto Scaligero, profeta o falsario?
Al centro della trama di Mysterium c’è anche una riflessione critica sul padre della cronologia moderna, un personaggio storico oggi dimenticato, che tuttavia ha giocato un ruolo di straordinaria importanza nella cultura occidentale: Giuseppe Giusto Scaligero (1540-1609), considerato come uno dei più grandi dotti di tutti i tempi. Prima di lui, la storia e i calendari delle diverse culture e civiltà (Romani, Greci, Ebrei, Assiri, Egizi, Caldei etc.) non avevano punti certi di contatto: era spesso impossibile stabilire che posto avesse ad esempio nella storia egizia un evento registrato dagli storici greci, oppure in quale anno del calendario romano si dovesse inserire un fatto riportato da cronache ebraiche.
Scaligero, dopo essersi aiutato con i dati astronomici già noti (eclissi, apparizioni di comete etc.) e una con faticosa comparazione delle testimonianze storiche, annunciò di essere riuscito a ricostruire la storia della civiltà inserendo tutti gli eventi conosciuti in una griglia temporale comune.
In realtà, come hanno potuto constatare gli storici moderni, Scaligero non solo commise una serie impressionante di errori metodologici e di calcolo, ma falsificò deliberatamente alcuni dati cruciali. Pur di arrivare allo scopo, spacciò per originale greco un testo da lui inventato assemblando frammenti di autori antichi, che forniva – se fosse stato genuino – l’unica serie completa delle Olimpiadi con i rispettivi anni di svolgimento: proprio ciò i Greci usavano come base per la datazione. Inoltre scrisse una biografia del padre avallando le pietose menzogne da questi raccontate, necessarie a nascondere l’origine modesta della famiglia e a farla discendere addirittura dai Della Scala di Verona. Il padre della cronologia moderna, smascherato dagli storici solo nel XIX secolo, si è rivelato insomma un incauto imbroglione; eppure, ancora oggi alcuni importanti studiosi cercano con tutte le forze di tacere le sue malefatte, e di preservare l’aura quasi sacrale che ha sempre avvolto la sua persona. Preso atto che la cronologia universale è nata sotto pessimi auspici, che cosa si dovrebbe fare? Forse non è un caso che sorgano sempre più numerosi (ne dà conto l’appendice di note alla fine del romanzo) studiosi che mettono radicalmente in discussione il modello cronologico tradizionale, proponendo drastici spostamenti di intere epoche, oppure la cancellazione di periodi storici che nella visione tradizionale risultano “gonfiati”. Alcuni prestigiosi egittologi inglesi hanno proposto di eliminare intere dinastie di faraoni, mentre ricercatori indipendenti tedeschi e russi postulano la “riduzione” della cronologia di 300, 700 oppure addirittura 1000 anni, spostando quindi ad esempio la data attuale dal 2016 al 1700 o al 1000. Come ad esempio la risistemazione cronologica su base stratigrafica condotta da Gunnar Heinsohn, dell’Università di Brema in Germania, consulente forze militari NATO, che espone le sue teorie per la prima volta in Italia al convegno VERITÀ E POTERE per la presentazione di Mysterium. Follia? La discussione è tecnicamente molto complessa, e non può così facilmente essere liquidata. Una cosa è certa: Scaligero ha costruito la sua fama anche grazie ad una serie di scaltre menzogne, e il sistema che abbiamo da lui ereditato dovrà prima o poi lasciare il posto ad una nuova visione.
3
Fate fuori quel filologo
Droga, ipnosi e minacce: se la cultura uccide
Al centro della trama di Mysterium c’è un omicidio autentico di tre secoli fa. Il 10 marzo 1641 il filologo francese Jean-Jacques Bouchard, al servizio della famiglia di papa Urbano VIII Barberini, viene aggredito e bastonato a sangue in piazza San Pietro. Il giovane studioso stava preparando un’edizione degli scritti dello storico greco Sincello e aspirava ad ottenere un posto di vescovo. L’ambizioso progetto editoriale su Sincello aveva un rivale: Lukas Holste, detto Olstenio, bibliotecario dei Barberini, aveva in animo la medesima impresa.
Dopo l’agguato Bouchard entra in una strana e lunga agonia, durante la quale viene visitato con crescente insistenza da un altro segretario dei Barberini, il celebre erudito Cassiano dal Pozzo (1588-1657). Benché Cassiano non sia affatto un amico di vecchia data, per qualche motivo Bouchard lo nomina curatore del suo testamento e gli affida le sue carte personali.
La morte giunge dopo ben tre mesi di sofferenze. Dopo il decesso vengono trovate tra le carte di Bouchard alcuni scritti a dir poco imbarazzanti: una sorta di autobiografia sentimentale a luci rosse. Relazioni sfrenate con entrambi i sessi, onanismo, impotenza, ossessioni: una confessione capace di rovinare la reputazione di chiunque, figuriamoci quella di un aspirante vescovo. Il diario erotico di Bouchard, anche per la sua singolare crudezza, diverrà una sorta di piccolo classico della letteratura erotica francese.
Possibile che Bouchard prima di morire abbia messo nelle mani di estranei una confessione così scandalosa? E come mai Cassiano dal Pozzo, che dovrebbe serbare un pietoso segreto sulle perversioni del defunto, fa circolare gli scritti scandalosi tra i filologi rivali del defunto, compromettendo per sempre il buon nome del povero Bouchard? Si tratta dei famosi fratelli Du Puy, signori dei circoli intellettuali parigini, ai quali il giovane era inviso. C’è di più: Dopo l’aggressione, Bouchard rinfaccia ai fratelli Du Puy, dei quali un nipote era segretario dell’ambasciata francese a Roma, di conoscere bene l’autore dell’aggressione: è quasi una chiamata in causa.
Cinque anni dopo la morte di Bouchard, i Du Puy chiedono di ottenere le carte di Bouchard, e sorprendentemente le ottengono. Ad inviarle a Parigi è Olstenio, proprio il bibliotecario che voleva pubblicare gli scritti di Sincello al posto di Bouchard. Alla fine è a Parigi che Sincello verrà pubblicato, undici anni dopo la morte di Bouchard. Ma le sue carte di lavoro, che potrebbero essere state di molto aiuto al curatore, scompaiono nel nulla: sopravvivono invece i suoi scritti scandalosi.
Monaldi & Sorti, colpiti dai troppi aspetti oscuri e inverosimili della vicenda, hanno fatto analizzare da un team di periti (medici e grafologi nonché esperti di scrittura sotto ipnosi) i manoscritti originali di Bouchard conservati a Roma nella biblioteca dell’accademia dei Lincei, nella biblioteca nazionale di Parigi e nella Biblioteca della Ècole de Beaux Arts.
Conclusione della perizia: Bouchard ha scritto le sue confessioni erotiche «in condizioni di molto evidente coercizione e costrizione psico-fisica da parte di forze esterne alla sua naturale espressione e/o di terzi soggetti», e cioè «sostanze farmacologiche, induzioni ipnotiche, minacce e simili».
In sostanza la vittima non era padrone di sé durante la stesura delle confessioni, che sarebbe stata costretta a vergare da qualcuno con l’impiego di minacce, droghe e/o ipnosi.
Le caratteristiche grafologiche riscontrate nei passi “pornografici”, prosegue la perizia, «contrastano con quelli degli altri passi aventi contenuto “ordinario”, e fanno presumere che essi siano stati tutti vergati dal soggetto nell’ultimissimo periodo di vita e in condizioni di coartazione della volontà, e solo successivamente inseriti nel contesto del diario».
In sostanza, qualcuno avrebbe fatto inserire a Bouchard nei suoi diari i passaggi scandalosi. E le cause della morte? Non la bastonatura, affermano i periti per una serie di motivi, bensì «plausibilmente un lento avvelenamento unito a sostanze che creano allucinazioni intermittenti e terrorizzanti». Il tipo di scrittura che compare nei passi erotici inseriti successivamente «può essere infatti compatibile con scariche biliari da intossicazioni acute e da rabbia repressa che sfoga nelle scariche, verosimilmente conseguenti all’assunzione di sostanze tossiche». Il periodo più probabile è «l’ultimo mese di vita prima del decesso». Bouchard ha lottato e sofferto: «La grafia del soggetto mostra tuttavia che la suggestione e il tentativo di condizionamento “magnetico” non siano potuti avvenire senza lotta e sofferenza da parte del soggetto, essendo presenti segni grafici che indicano opposizione all’azione ipnotica».
Chi aveva il know how per un’azione di questo tipo? Sicuramente un medico. Va osservato che Cassiano era amico di Pierre Potier (1581-1643), un medico francese considerato oggi tra i padri fondatori della psicosomatica, e che teorizzò l’esistenza di un rapporto tra l’equilibrio emotivo del paziente e il suo stato di salute. Potier finì a sua volta assassinato in circostanze oscure due anni dopo Bouchard. Interessante coincidenza: anche Potier, dopo l’omicidio, fu oggetto di dileggio e diffamazione da parte dei circoli intellettuali parigini.
Infine a Cassiano non mancavano contatti con chi avrebbe potuto dedicarsi con competenza all’eventuale “aggiustamento” dei diari manoscritti di Bouchard. Cassiano infatti era legato , insieme a Pierre Potier, a Marc’Aurelio Severino, un chirurgo napoletano esperto di una curiosa disciplina: la divinazione letteraria, ossia l’arte di capire se una grafia è autentica oppure è stata imitata. Severino fu autore di un trattato di grafologia, il Vaticinator, oggi purtroppo perduto.
La perizia sui manoscritti di Bouchard è stata condotta da:
– Dottori Andrea e Vincenzo Faiello, avvocati e periti grafologi
– Dr. Enzo Tarantino, dirigente medico e docente universitario
– Dr. Antonino Rizzica, psicologo esperto in ipnosi medica curativa e scrittura sotto ipnosi
– D.ssa Elena Manetti, presidente dell’Istituto di grafologia francese ARIGRAF di Milano, docente di stili calligrafici antichi e direttore responsabile della rivista “Stilus” (dove ha pubblicato tra l’altro i suoi contributi sui segni della coartazione presenti nella grafia di Aldo Moro durante i giorni del sequestro ad opera delle BR).
4
E fu best seller
Galileo: eroe o opportunista?
Prima del contrasto con la Chiesa, Galileo era tutt’altro che popolare. I suoi scambi di idee con la comunità scientifica erano scarni. Secondo i testimoni dell’epoca, i suoi libri giacevano invenduti nei magazzini dei suoi editori. Dopo lo scontro con papa Urbano VIII, che pure era favorevole alle idee di Galileo, vennero frettolosamente cambiate le copertine, e i volumi venduti a montagne: un’accorta propaganda aveva sdoganato lo scienziato toscano presso i circoli intellettuali di tutta Europa.
Regista del successo mediatico di Galileo è l’enigmatico Elia Diodati (1576-1661), leader della Tetrade, un quartetto di brillanti e spregiudicati intellettuali parigini.
Il protestante Diodati, di professione avvocato ma così ricco da poter dedicarsi a tempo pieno alle sue passioni intellettuali, era una sorta di mediatore culturale. Membro di una famiglia lucchese dalle mille ramificazioni, dalla sua casa di Ginevra influiva fortemente su tutta l’intellighenzia del tempo. Dopo un lunghissimo e misterioso vertice a quattr’occhi tra Diodati e Galileo, uscì il Dialogo dei massimi sistemi: lo scienziato mise in bocca le idee del Papa al personaggio che nel dialogo impersona uno stolto, rendendo inevitabile la rottura con la Chiesa. Diodati da parte sua fece di Galileo il suo protegé, costruendogli attorno una popolarità tanto fulminea quanto duratura.
Lo scontro tra Galileo e la Chiesa è stato un genuino scontro di idee, oppure l’obiettivo di un’accorta regia?
5
Galileo aveva torto?
Quando la scienza è dogma
Sarebbe facile criticare Galileo per le sue frequentazioni malfamate, gli errori scientifici, le provocazioni con cui costrinse il Papa allo scontro, tutti aspetti che gettano una luce inattesa sulla genesi e il successo della dottrina galileiana.
Più importante è invece il punto di vista scientifico: Galileo (che comunque oggi sappiamo sbagliava a considerare il Sole il punto fisso attorno a cui ruota la terra, perché tutto l’universo è in movimento) è stato decisivo per il modo in cui oggi consideriamo la scienza, e cioè come portatrice di verità assolute: la scienza come “realismo”.
Galileo ha determinato infatti l’avvento della corrente realista che vede nei dati empirici e nella loro misurazione un fatto assoluto e incontrovertibile, a spese dell’antichissima corrente dello “strumentalismo”.
La scienza come strumentalismo, che origina nell’antica Grecia e viene ampiamente adottata dall’astronomia fino all’avvento di Lutero, considera osservazioni empiriche e misurazioni (le orbite dei pianeti, i calcoli che a esse si applicano, le immagini nel cannocchiale…) strumenti utili per padroneggiare le necessità pratiche: calcolare orari e date, orientarsi col sestante, e così via. Ma si tratta appunto di padronanza e non già di conoscenza. Secondo lo strumentalismo infatti ogni teoria scientifica, per essere considerata assolutamente vera, deve anche dimostrare che nessun’altra teoria rivale, incluse quelle non ancora scoperte, potrebbe spiegare meglio i dati osservati e le misurazioni.
Urbano VIII ad esempio accettava la rivoluzione copernicana, anche se contraddiceva la lettera della Bibbia, perché era utile. Veniva invece lasciata da parte la domanda se poi Copernico o Galileo avessero ragione sul piano assoluto, cioè se le loro teorie descrivessero il moto dei pianeti in quanto tale.
Come oggi viene troppo facilmente ignorato, fu Lutero (e non la Chiesa di Roma) a rifiutare in toto di abbandonare il geocentrismo: il riformatore tedesco accusò la Chiesa di eccessiva “morbidezza” verso le posizioni di Copernico. Galileo, prendendo apertamente in giro Urbano VIII nel Dialogo sui massimi sistemi, fece il resto e spinse la Chiesa romana, per non essere accusata di abbandonare la custodia dell’ortodossia, ad arroccarsi su posizioni più chiuse.
In epoca moderna però lo strumentalismo ha trovato la sua rivincita grazie all’affermazione della fisica dei quanti, che basandosi sui principi di indeterminazione e di non localismo ha riaffermato l’idea che la realtà non sia osservabile e misurabile “così com’è”.
6
Poggio Bracciolini, l’Indiana Jones del Passato.
Roma e Atene hanno qualcosa da nascondere?
Molti celebri autori dell’antica Roma (Lucrezio, Tacito, Quintiliano e altri) sono stati riscoperti dall’umanista toscano Poggio Bracciolini (1380-1459) grazie ad antichi codici medioevali, che egli diceva di aver scovato (a volte perfino rubato) in sperduti conventi del nord Europa, o acquistato da non ben identificati monaci tedeschi. Questi ritrovamenti procurarono a Poggio fama eterna e molto denaro.
La tradizione afferma però che questa sorta di Indiana Jones delle lettere antiche (che nelle sue opere decantava la scaltrezza, i colpi d’ingegno e i piaceri della vita), dopo aver copiato o fatto copiare ad altri i preziosissimi codici da lui trovati, stranamente li smarriva. Inoltre, nei resoconti delle scoperte che Poggio e i suoi complici hanno lasciato, molti conti non tornano. Qualcuno ha forse imbrogliato le carte?
I celebri conventi medioevali (Reichenau, Fulda, Fleury e altri) che hanno trasmesso alla posterità i capolavori letterari del passato falsificavano inoltre enormi quantità di documenti legali e amministrativi, per avere la meglio nelle schermaglie di potere con le autorità civili. Gli amanuensi erano spesso in grado di imitare perfettamente scritture dei secoli in cui sarebbero stati copiati anche i manoscritti. La letteratura antica ha forse un lato oscuro da nascondere?
7
Il mistero Hardouin
Quando la Storia somiglia a una frode
Uno dei protagonisti di Mysterium, il libraio Louis Hardouin, è in realtà il padre del gesuita Jean Hardouin (1646-1720) uno dei più controversi eruditi dell’età barocca. Dalla bocca del libraio parigino il lettore apprende le idee che poi saranno del figlio, e che svolgono un ruolo centrale nella trama del romanzo.
Jean Hardouin, dopo l’ingresso in gioventù nella Compagnia di Gesù, si dedicò agli studi dell’Antico e diede alle stampe alcune edizioni di classici latini che gli assicurarono la stima dei filologi di tutta Europa. Divenne anche uno dei maggiori esperti di numismatica della sua epoca: fece della sua profonda conoscenza delle monete romane un prezioso strumento di indagine storica. Hardouin però finì per distanziarsi dal mainstream e sviluppò col tempo una teoria a dir poco dirompente, che finì per alienargli tutte le simpatie dei colleghi. Secondo il dotto gesuita, quasi tutte le opere della classicità greca e latina sarebbero il frutto di una gigantesca falsificazione, operata da gruppi di monaci (soprattutto Benedettini) tra il XIII e il XIV secolo. La grande frode comprenderebbe le opere dei più grandi autori, da Virgilio a Cicerone, dai tragici Greci a Platone, fino ad arrivare ai Padri della Chiesa e ai documenti dei Concili. Il tutto sarebbe stato falsificato, sospettava Hardouin, sovrapponendo poi i falsi alle opere autentiche degli autori classici.
Secondo Hardouin, ad esempio, le opere di Platone sarebbero state forgiate dai contraffattori in modo da occultare nei titoli greci dei Dialoghi platonici (che nei secoli scorsi venivano tramandati come parte integrante dell’opera) alcuni richiami ai Vangeli, che si rivelano solo se si legge il testo greco come se fosse ebraico. Ciò costituirebbe, se confermata, la controprova della tesi di Hardouin: Platone visse molto prima di Gesù, se invece la sua opera contenesse riferimenti ai Vangeli sarebbe stata scritta (e quindi falsificata) dopo la morte del Redentore. Al pari di Platone, sosteneva Hardouin, sono stati falsificati quasi tutti gli autori dell’antichità.
Coraggiosa intuizione o rovinosa follia? La polemica scatenata da questa tesi, che Hardouin rese nota solo tardivamente e malvolentieri, gli attirò gli strali della censura: i vertici della Compagnia di Gesù imposero al loro confratello il silenzio.
Certo, quella del padre Hardouin è una tesi visionaria. Monaldi & Sorti sono stati però incuriositi dal fatto che il gesuita francese sia stato aspramente messo al bando dalla comunità degli studiosi nonostante circolino pochissime sue opere a stampa, che per di più vennero pubblicate in Olanda senza il suo permesso. Un’altra breve opera a lui attribuita solleva dubbi di genuinità: è stata stampata postuma, condita da commenti ironici e offensivi contro l’autore, e per di più non si trova traccia del manoscritto originale.
Nessuno invece ha mai letto il cuore dell’opera di Hardouin, e cioè i suoi numerosi manoscritti rimasti inediti, conservati alla Biblioteca nazionale di Parigi. Monaldi & Sorti invece lo hanno fatto, e hanno perfino messo online le scansioni dei manoscritti originali nel sito del loro fan club:
https://attomelani.net/english/mysterium/hardouin-manuscripts/, in modo che chiunque – soprattutto coloro che hanno respinto in blocco il pensiero dell’audace gesuita senza averne studiato la complessa produzione (praticamente tutto il mondo accademico) – possa farsene personalmente un’idea.
Ma soprattutto i due autori (coadiuvati anche dal noto ebraista olandese Ruben Verhasselt) hanno provato a verificare sul campo le ipotesi di Hardouin, e cioè se nei titoli dei Dialoghi di Platone sia possibile rintracciare, leggendo il testo come se fosse scritto in ebraico, frasi ed espressioni che si richiamano al Vangelo. Per verificare la correttezza del passaggio dalle parole greche a quelle ebraiche sono stati ingaggiati due traduttori dall’ebraico, senza però informarli preventivamente sullo scopo del loro incarico, per non condizionare il loro lavoro.
Ebbene, a sorpresa le affermazioni di Hardouin hanno retto al “collaudo”. Effettivamente, se si leggono le parole dei titoli dei dialoghi platonici come fossero espressioni ebraiche, ma scritte in alfabeto greco (eliminando le parti inessenziali, come le desinenze o le lettere che in greco servono solo a facilitare la pronuncia) si rivelano frasi ed espressioni che si riferiscono al Vangelo e a volte citano direttamente passi della Scrittura.
Qui però Monaldi & Sorti si sono fermati, senza dare torto né ragione a Hardouin, e hanno lasciato la parola a storici e filologi di professione. Che dovranno stabilire, carte alla mano, se la tesi spericolata della “falsificazione universale” della letteratura antica sia da respingere per sempre, o abbia almeno un minimo, parziale fondamento.
Una cosa comunque è certa: nel Medioevo i monaci falsari postulati dal gesuita francese esistevano davvero. Monaldi & Sorti forniscono numerosi dettagli in proposito, bibliografia compresa. Alcune comunità di frati erano peritissime nel falsificare documenti legali e amministrativi, utili nelle eterne schermaglie di potere contro le autorità civili. Sono testimoniate anche falsificazioni “di massa”: enormi epistolari di oltre mille lettere, forgiati con un collage da altre opere (gli esperti se ne sono accorti dopo secoli, negli anni ’60). Oppure intere collezioni di diplomi e pergamene che rimandano tutti l’uno all’altro, ma sono raffinatissimi e ben coordinati falsi.
I religiosi falsificatori operavano in Grecia (ad esempio i monaci detti Akoimiti, cioè insonni, perché impegnati nella preghiera perenne) ma anche, come abbiamo visto a proposito di Poggio Bracciolini, in celebri abbazie medioevali francesi e tedesche come Fleury, Fulda e Corvey. Le stesse, osservano i due autori di Mysterium, da cui provengono i manoscritti dei grandi autori della letteratura classica.
8
Angeli controvoglia:
il tragico mondo dei castrati
Al centro della trama di Mysterium, come nei romanzi precedenti di Monaldi & Sorti, c’è il castrato Atto Melani (1626-1714), che in questo volume della saga si trova all’alba della vita e della carriera canora. Il suo ingresso nel mondo dei cantori evirati è una finestra narrativa sul mondo nient’affatto esotico, bensì tragico e squallido, dei castrati. Le glorie di un Farinelli sono lo specchio dietro cui si cela una tragedia esistenziale senza sconti.
I bimbi dotati di una voce promettente grazie al canto potevano entrare nelle grazie di qualche potente mecenate. Erano quindi una possibile fonte di lucro e molti genitori non esitavano a sacrificarli. Venivano storditi con vino e droghe, immersi in una tinozza di acqua bollente e “operati” da qualche rozzo cerusico, e spesso morivano subito d’infezione. Ad alcuni venivano amputati i testicoli, ad altri veniva solo troncato il dotto seminale: a seconda dei casi la virilità veniva più o meno danneggiata, ma in generale i castrati conservavano attrazione per il sesso femminile e desiderio di formare una famiglia, o almeno di sposarsi. Qui iniziava il calvario: le autorità ecclesiastiche (e le protestanti più di quelle cattoliche) proibivano con leggi draconiane la convivenza tra castrati e donne, mentre tolleravano eventuali unioni omosessuali. Risultato: i castrati convivevano con le loro compagne segretamente e a rischio di pene severissime. Solo pochi preti compiacenti accettavano di unirli segretamente in matrimonio. Se facevano la corte a qualche bella dama, finivano bastonati o assassinati. Si contano casi stupefacenti, come quello di donne che trascorrevano l’intera vita in abiti maschili pur di poter coabitare con il loro innamorato (de facto un marito) castrato e venivano smascherate solo al momento della morte. Frequenti anche i matrimoni clandestini, e molte vicende esistenziali piene di disperazione che sfociavano nel suicidio dei poveri “angeli controvoglia”, come li ha definiti uno scrittore tedesco.
Atto Melani non sfugge alla regola: nonostante alcuni ricercatori abbiano cercato di attribuirgli ad ogni costo relazioni omosessuali, Atto amava le donne e per tutta la vita coltivò una passione struggente per Maria Mancini (1639-1715), nipote del cardinal Mazzarino nonché primo amore del giovane Re Sole. Ma anche lui fu esposto al lato più oscuro della condizione di castrato: l’asservimento ai suoi padroni, a cominciare dai Medici, che nei giovani e graziosi castrati trovavano fonte docile e inesauribile di soddisfazione erotica. Il rapporto sostanzialmente pedofilo che legava i giovani cantori ai loro signori, viene innestato in Mysterium nel racconto delle roventi (e vere) perversioni erotiche etero e omosessuali a cui si abbandonavano i Medici: orge, voyeurismo, stupri, sopraffazioni e “iniziazione” dei fanciulli. Un capitolo misero nella storia della grande casata fiorentina, ma che illumina e rende comprensibile la triste vicenda di quei sofferenti “angeli controvoglia” che ingiustamente oggi immaginiamo coperti di lustrini, sazi di gloria e di piaceri.
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