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28.10.2026 09:34

Dopo Spotlight: quando il cover-up degli abusi diventa politica

A settant’anni dalla beatificazione di Innocenzo XI Odescalchi, CORRECTIV ci ha intervistati su un caso che porta la storia della copertura degli abusi sessuali molto più indietro nel tempo — e le aggiunge una dimensione nuova: la politica internazionale. Ma le carte su papa Odescalchi riservano molte altre sorprese.

Ricordate Spotlight?

L’inchiesta del Boston Globe che portò alla luce il sistema con cui l’arcidiocesi cattolica di Boston aveva protetto per anni sacerdoti responsabili di abusi sessuali diventò un film con Michael Keaton e vinse nel 2016 l’Oscar come miglior film. Esattamente dieci anni fa.

Da allora la domanda non è più soltanto quanti abusi siano stati commessi nella Chiesa cattolica, ma quanto in alto arrivasse il sistema che li copriva.

Nel 2026 la grande redazione investigativa non-profit tedesca CORRECTIV ha fatto un ulteriore passo con Gli atti degli abusi. Storia di un crimine organizzato in Vaticano (titolo originale: Akten des Missbrauchs. Die Geschichte eines organisierten Verbrechens im Vatikan), un’inchiesta durata otto anni e diventata libro, documentario cinematografico, spettacolo teatrale e progetto online. CORRECTIV sostiene, sulla base di documenti, che il Vaticano raccogliesse già dagli anni Trenta informazioni sui sacerdoti accusati di abusi e che in molti casi non intervenisse o intervenisse con enorme ritardo. Il documentario, primo film cinematografico prodotto dalla redazione, è uscito quest’anno nelle sale tedesche. Una sorta di Spotlight tedesco, con il focus dell’inchiesta spostato dalle diocesi al centro stesso della Chiesa.

E adesso CORRECTIV è venuto da noi con una serie di domande.

In vista del 7 ottobre, settantesimo anniversario della beatificazione di papa Innocenzo XI Odescalchi, la redazione ci ha intervistati sul cosiddetto dossier Hentrich nel quadro delle ombre che gravano sulla vita di quel pontefice, delle quali parlano sia Imprimatur sia Unicum Opus. Al dossier Hentrich, infatti, avevamo dedicato a luglio un articolo sulla Stampa [LINK].

Del dossier Hentrich – oltre seicento pagine, quasi tutte in latino – sono note, per quanto abbiamo potuto accertare, soltanto due copie. Una si trova nell’archivio dell’ex Sant’Uffizio, oggi Dicastero per la Dottrina della Fede, che alla nostra richiesta di conoscerne la collocazione bibliografica presso di loro, ci ha risposto: «Siamo spiacenti di doverLa informare che la richiesta da Ella formulata non può essere soddisfatta». Abbiamo domandato il motivo. Siamo in attesa di risposta.

L’altra copia è negli Stati Uniti, alla Alcuin Library della Saint John’s University di Collegeville, Minnesota, ateneo di tradizione benedettina. Ed è proprio questo l’esemplare utilizzato anni fa dallo storico tedesco Claus Arnold, che nella sua pubblicazione ringrazia espressamente il direttore e il curatore per l’aiuto ricevuto nel verificare il contenuto essenziale del rapporto e confermarne la sostanza: il giudizio durissimo di Hentrich su Innocenzo XI e lo scontro che ne seguì nella Curia prima della beatificazione. A noi, invece, la Alcuin Library ha concesso soltanto di scegliere cinquanta pagine, benché la normativa statunitense consenta anche la riproduzione integrale di un’opera indisponibile sul mercato. Deo gratias: sono bastate. Fra quelle cinquanta pagine abbiamo ottenuto infatti l’indice e soprattutto il riassunto conclusivo dello stesso Hentrich, che non lascia adito a dubbi sul suo giudizio già riferito da Claus Arnold.

Perché l’interesse di CORRECTIV? Il motivo è semplice: quella storia aggiunge al paradigma di Spotlight qualcosa che finora mancava.

Che cosa succede quando il cover-up degli abusi sessuali non serve più soltanto a proteggere un ecclesiastico o l’istituzione, ma diventa uno strumento di politica internazionale?

La vicenda attraversa quattro secoli.

Una premessa, anzitutto, per chi si chiedesse come facciano Monaldi & Sorti a dirsi cattolici e, nello stesso tempo, a contestare una beatificazione. A differenza della canonizzazione — sulla cui infallibilità esiste una dottrina largamente maggioritaria e oggi sostenuta ufficialmente dalla Santa Sede, ma non priva di opinioni teologiche contrarie — la beatificazione non è considerata un pronunciamento infallibile. La Chiesa, dunque, può sbagliare nel giudizio che conduce a essa. Contestare, sulla base dei documenti, la fondatezza di una beatificazione non significa perciò contestare un dogma di fede. Al contrario: quando emergono fatti rilevanti che furono ignorati, taciuti o rappresentati falsamente, il cattolico ha il diritto e il dovere di portarli alla luce. Il cattolico che smaschera una menzogna nella Chiesa non assalta il Tempio: fa ciò che fece Giuda Maccabeo, lo purifica dagli idoli che vi sono stati introdotti.

Procediamo, dunque.

Nel Seicento Innocenzo XI intervenne nella causa del vescovo di Jesi Pier Matteo Petrucci, coinvolto nello scandalo del quietismo. Le indagini ecclesiastiche avevano fatto emergere gravissime accuse di natura sessuale nell’ambiente quietista; diverse giovani erano rimaste incinte. Eppure Odescalchi protesse Petrucci, lo creò cardinale mentre era già nel mirino dell’Inquisizione e ostacolò, secondo la ricostruzione compiuta oltre due secoli dopo dal gesuita Wilhelm Hentrich, l’accertamento pubblico delle responsabilità. Hentrich definì quella vicenda una tristis historia, una «triste storia», e parlò dell’«incredibile imprudenza» del pontefice.

Ma il primo insabbiamento ne generò un secondo.

Nel 1943 Pio XII affidò proprio a Hentrich — storico, consultore del Sant’Uffizio e suo collaboratore — il compito di studiare il comportamento di Innocenzo XI nel caso Petrucci. Ne nacque un rapporto monumentale, più di seicento pagine quasi interamente in latino, stampato segretamente in Vaticano nel 1952 e destinato soltanto al pontefice e al Sant’Uffizio.

Le conclusioni erano devastanti per la causa di beatificazione. Secondo Hentrich, a Innocenzo XI mancava quell’«eroicità delle virtù» necessaria per essere proposto ai fedeli come modello. La sua vita, scrisse in sostanza il gesuita, non poteva essere additata come esempio. E secondo lo storico Claus Arnold, nello scontro che seguì in Curia i normali consultori furono aggirati.

Eppure il 7 ottobre 1956 Pio XII proclamò Innocenzo XI beato, invocando, nel radiomessaggio, perfino “lo splendore della verità” di agostiniana memoria.

Perché?

Perché a quel punto la vicenda non era più soltanto religiosa. Era diventata politica.

Nel pieno della Guerra fredda Pacelli cercava figure simboliche capaci di rappresentare un’Europa cristiana assediata da un nemico proveniente da Est. Innocenzo XI era il papa legato nella memoria collettiva alla liberazione di Vienna dall’assedio ottomano del 1683. Pochissime settimane dopo la sua beatificazione i carri armati sovietici sarebbero entrati a Budapest. In Spagna, raccontammo sulla Stampa, si arrivò a scrivere che «si può affidare meglio la difesa dell’Europa a questi papi che alla NATO».

Il dossier Hentrich allunga dunque un’ombra molto più inquietante di quella relativa alla sola santità personale di Odescalchi: Pio XII sacrificò le obiezioni emerse sul comportamento del suo predecessore perché era convinto di avere bisogno, nel 1956, di quel particolare papa beato.

C’è poi un aspetto quasi grottesco: il calcolo in base al quale Pacelli sacrificò la verità documentaria a un calcolo politico, si rivelò anche perfettamente inutile. La beatificazione di papa Odescalchi non scalfì minimamente il colosso sovietico né danneggiò in alcun modo il comunismo. Pacelli mise da parte le risultanze del dossier Hentrich per trasformare Innocenzo XI in un’arma simbolica della Guerra fredda: tutto questo per un applauso dei giornali. Insomma: su Pacelli pesa anche l’aggravante dei futili motivi per il suo gesto contrario alla Verità.

Chi rappresenta Cristo – che è Verità – non può considerare moralmente necessaria una menzogna destinata a servirLo. C’è anche un riferimento scritturale particolarmente pertinente: Romani 3,7-8, dove Paolo affronta proprio il rapporto fra menzogna umana e gloria della verità divina, respingendo la giustificazione del male mediante il bene che dovrebbe derivarne.

Il secondo argomento riguarda la Provvidenza. Chi – come il Vicario di Cristo in terra – crede nella Provvidenza, dovrebbe poter restare fedele alla verità anche quando non sa come evitare le conseguenze di quella fedeltà: deve abbandonarsi alla Divina Provvidenza. Papa Pacelli ha agito invece come se la Chiesa non potesse permettersi la verità. Ma, allora, quale fiducia accordava alla Provvidenza che predicava?

Con il caso Pacelli-Odescalchi ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo nella storia del cover-up ecclesiastico: non soltanto il silenzio sugli abusi per proteggere uomini e istituzioni, ma un secondo silenzio, secoli dopo, per consentire l’utilizzo politico internazionale della figura di chi li aveva coperti.

Per quanto ci risulta, è il primo caso noto di questo genere.

E purtroppo con Innocenzo XI la storia non finisce qui.

Le ricerche confluite in Unicum Opus, ultimo volume della nostra saga iniziata nel 2002 con Imprimatur, sono passate attraverso una trentina di archivi europei e americani. La digitalizzazione delle fonti avvenuta negli ultimi anni ha trasformato quelle che all’epoca di Imprimatur sembravano scoperte isolate nella punta di un iceberg molto più grande. Nel materiale raccolto abbiamo ormai individuato almeno undici dossier distinti sulla figura del pontefice: dal traffico di armi ai suoi trascorsi militari, dai rapporti con uomini implicati in omicidi alle vessazioni contro i nipoti, dalla proclamata lotta al nepotismo alle offerte dei fedeli finite nella collezione privata di famiglia, fino ai rapporti finanziari segreti con ambienti ebraici e protestanti e alla stessa leggenda dell’uomo delle opere pie, realizzate in realtà dal suo santo cugino Marcantonio Odescalchi del quale fu cancellata ogni memoria, e al mito del «liberatore di Vienna» ottenuto a spese del nunzio di Vienna Buonvisi, che s’indebitò fino al collo per finanziare le truppe cristiane e soccorrere gli assediati mentre i soldi del papa tardavano. Abbiamo già detto in occasione di America250 del giovane Benedetto Odescalchi che nel 1626 viene mandato a Genova a fare apprendistato nell’impresa bancaria e commerciale della famiglia proprio mentre la città è uno dei grandi snodi europei del commercio di armi. I documenti mostrano i rapporti degli Odescalchi con grandi operatori calvinisti olandesi, fra cui i Bartolotti, nel pieno della Guerra dei Trent’anni; quei capitali sarebbero poi confluiti nel patrimonio ereditato dal futuro papa.

Ma c’è anche una storia che sembra uscita dai Promessi sposi, senza lieto fine. La nipote diciottenne Giovanna Odescalchi voleva sposare Francesco Gallio. Lo zio Benedetto si oppose per imporle un matrimonio socialmente più conveniente con un Borromeo. Gallio e suo padre furono incarcerati; alla famiglia fu fatta balenare la porpora cardinalizia per uno zio del ragazzo in cambio della rinuncia alle nozze. L’accordo andò in porto. A Giovanna si spezzò il cuore, sposò il Borromeo e morì di parto alla prima gravidanza. E c’è soprattutto una costante che attraversa queste carte: la distanza tra immagine pubblica e comportamento privato.

Il grande nemico del nepotismo continuava a occuparsi degli affari di famiglia e distribuiva privilegi fra parenti e amici; il pontefice celebrato per l’austerità governò mentre le spese della corte pontificia aumentavano; oggetti d’arte offerti dai fedeli per la celebrazione di messe finirono nella collezione del nipote Livio.

Perfino i rapporti con gli ebrei mostrano la stessa doppiezza: mentre a Roma Innocenzo XI adottava provvedimenti ostili alla comunità ebraica, suoi soci e prestanome mantenevano lucrosi rapporti d’affari con importanti finanzieri sefarditi di Amsterdam. E anche la gloria più celebre del pontificato, quella della salvezza di Vienna, viene rimessa in discussione dalle carte: il nunzio Francesco Buonvisi, esasperato dalle esitazioni del papa, arrivò secondo la documentazione a impegnare denaro proprio e a indebitarsi per finanziare la difesa.

Insomma: settant’anni dopo la beatificazione, la domanda non è più soltanto se Innocenzo XI fosse davvero il santo austero tramandato dall’agiografia.

La domanda è come sia stata costruita quell’immagine, quali documenti siano stati messi da parte e, soprattutto, a che cosa servisse quell’immagine nel momento in cui Pio XII decise di elevarla agli altari.

Spotlight ha insegnato che gli scandali non consistono soltanto nei delitti, ma anche nei sistemi costruiti per nasconderli. Il caso Hentrich aggiunge una postilla inquietante: qualche volta il silenzio può sopravvivere ai protagonisti, attraversare i secoli e diventare, infine, politica.

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