La vita è promessa di significato. Su se stessi, sul passato, sul proprio destino. A patto di non oscurare i palpiti del cuore, colmo di domande inestirpabili: la loro riduzione porta a un declassamento dell’umano a mera sopravvivenza. “Chi sono? Perché sono qui? Qual è il mio posto nel mondo? Dov’è Dio?” sono le guide conficcate sul sentiero del pellegrinaggio terreno affinché gli sbandamenti non si tramutino in schianti rovinosi, le cadute non divengano ritiri senz’appello.
Nella terza tappa del loro poderoso lavoro sul Dante di Shakespeare, Monaldi & Sorti – ormai un “brand” unico di successo internazionale che risponde rispettivamente ai nomi di Rita e Francesco, trasferitisi da tempo nell’absburgica Vienna – accompagnano il Sommo nel momento della sua massima introspezione, e lo fanno sulla scia del primo e del secondo atto della loro opera (anni 2021 e 2022), sempre prendendo a prestito tratti e strutture stilistiche dal “Bardo dell’Avon” (il cantastorie è il Matto di Re Lear, per dire). Qui lo scavo, proprio come nell’ultima parte della Divina Commedia, si fa meno “politico” e più esistenziale: o meglio, il discernimento religioso assorbe quello politico toccando le vette della teologia, della filosofia, della mistica. La politica è sempre lì, certo: d’altronde Dante soffre la pena dell’esilio, con una condanna a morte sul capo, cacciato dall’amata Firenze, avviluppata nelle convulsioni tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri. Ma è un’inquietudine, la sua, che stavolta ha una proiezione più marcata verso la comprensione dei disegni della Provvidenza. La strada è tortuosa – “com’è duro calle”, profetizza a Dante l’avo Cacciaguida, espressione che non a caso fa da sottotitolo al volume – e il Poeta è costretto a passare attraverso la crisi della fede; l’allontanamento dalla moglie Gemma; le turpitudini di attori e saltimbanchi impegnati a mettere in scena improvvisate prove teatrali della Commedia (che proprio così, però, inizia a diffondersi “a tutti”); il processo all’amico Pietro de Rotis e all’ordine dei Templari; la morte dell’imperatore Arrigo, sua ultima speranza di rientro
in patria. E’ un randagio, Dante, che si muove per lo “Stivale” squassato dalle lotte tra papi, signori e imperatori.
Monaldi & Sorti, ancora una volta tra fiction, dramma e saggio, sono maestri nel gettare il lettore lì in mezzo, per le vie e i sentieri calpestati dal protagonista assieme ad amici, familiari e “testimoni”: il convitato di pietra, Guido Cavalcanti, san Bernardo di Chiaravalle, i figli, il vescovo Rainaldo da Concorezzo, il francescano Duns Scoto, Cino da Pistoia. Via via che i nemici escono di scena, Dante arriva all’“Amore, causa di ogni gioia e ogni patire”, stringendosi alle persone che ama e che lo amano.
Per scoprire che salire all’“invisibile verità celeste” non è un merito, ma una grazia che viene dal “corrispondere alla somma amicizia di Dio”. E che “la verità che salva non è una dottrina ma una persona: Cristo”. Lì è la dimora della felicità.
Roberto Paglialonga
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