Qui sono riprodotti integralmente i testi dei quattro brani di Mysterium letti dall’attore Toni Bertorelli durante il convegno Verità e Potere, tenutosi all’Archivio di Stato di Roma il 28 ottobre 2016. Le indicazioni di orario e collocazione si riferiscono alla giornata del convegno.
Convegno
VERITÀ E POTERE
28 ottobre 2016, Archivio di Stato di Roma, corso Rinascimento 40
BRANI TRATTI DA MYSTERIUM
Legge l’attore Toni Bertorelli
PRIMO BRANO, all’apertura del convegno, ore 11:
Non bisogna disprezzare come troppo piccole le cose senza le quali non possono esserci le grandi.
Una di esse è il secretario.
Anima della professione del secretario è lo spiegar concetti in forma scritta.
È un atto angelico quello di metter in lingua per tradurre sulla carta in lineatura d’inchiostro la prima radice e il midollo e i concetti del divino padrone.
Con la penna il secretario rende chiara e distinta quella materia prima informe dell’altrui concetto; nel simulacro d’una lettera reca splendore a quella tenebrosa idea che, così ricevendo luce e spirto, fa parer presenti le cose lontane, facilita i negozi, accorda i tempi, stabilisce la memoria e, in quel luogo ove giunge il suo scritto, riduce il mondo.
Del potere politico il secretario è dunque parte angelica, forma di una forza.
La dignità del secretario i teologi l’hanno agguagliata agli angeli più vicini a Dio.
Il secretario non ha ritratto. Con corpo, gesti, abbigliamento e pronuncia egli forgia la propria vita nell’ombra, nell’inevidenza, nell’anonimato, nella solitudine per scelta.
È scevro da accenti regionali o municipali, e argina la sua sana e robusta costituzione in un’armatura di stoffa severa di color nero o al massimo bigio nell’età fresca, come consiglia il Castiglione.
Senza spada né pennacchio, si nega alla civil conversazione e ai conviti, usa gravità, onestà e modestia in ogni azione, sfugge quanto può di colloquiare e predilige i pasti senza compagnia.
In tal guisa il secretario, con virtù lumachesca, s’avvita di nascosto e ascende alla familiarità col padrone.
Anticamente era chiamato scriba. Oggidì il suo nome procede dal secretum, lo studiolo e archivio dei Principi, custode delle scritture segrete. Il secretario vede nascer dalla prima radice i casi che occorrono nello Stato del suo Principe, le cogitazioni di questi et ogni altra materia, e se li vede anco riporre nel petto dal suo Principe proprio come in una fortissima rocca, o per dir meglio, come in una santissima e sicurissima sacrestia, alla quale par somigliare anche il suo nome.
Epperò in guardia: non v’è amicizia tra il secretario e il suo padrone che non sia quella formale dell’apparenza, dei fallaci balzi, del perpetuo gioco di palla che al fumo dei favori corrisponde con il fumo degli ossequi.
Esser favorito e secretario mal si convengono: sol per essersi di te fidato, prende a diffidare il prencipe di te: ti odia come suo tiranno, perché pargli che tu abbia in mano la sua libertà, mentr’ei vi ha posta la sua coscienza.
La nobiltà dei segretari è dunque labile e precaria e facilmente stracciabile.
L’offìcio del secretario partecipa di tutti gli altri offìci, ma niuno altro offìcio ha parte alcuna nell’offìcio del secretario, cosicché il secretario s’intende d’ogni maneggio altrui, e però niuno s’intende de’ suoi maneggi.
Intervenendo come principal membro nel corpo del consiglio del Principe, il secretario deve aver orecchi e mente, ma non lingua, fuori dal consiglio.
Addetto alle missive e ai codici cifrati delle cancellerie, ha la consegna del silenzio.
Tutta la sua vita è una tacita persuasione.
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SECONDO BRANO, prima della pausa, ore 13 circa:
«Se mai ti dovesse capitare l’occasione, un giorno, vai al seguito di qualche ambasciatore», disse rivolto a me Kemal, il corsaro italiano luogotenente di Alì Ferrarese, «e dai un’occhiata nei cantieri navali di Tripoli, di Algeri, di Tunisi. Parla con le maestranze! Troverai che i carpentieri, i maestri d’ascia, tutte le genti meccaniche sono italiani di Napoli, Venezia, Genova e Palermo, pagati dai corsari musulmani di Barberia per costruire le navi da cui poi saranno abbordati i loro compatrioti. E da dove credete che arrivino le pulegge, le rondelle, il sartiame, le bussole, le manovelle, i tessuti da vela con cui si costruiscono quelle navi, e che nessuno è capace di produrre nelle reggenze dei corsari? Vengono comprati da inglesi e olandesi, che sfornano le loro merci su misura per i bisogni dei barbareschi e le portano sul mercato di Livorno, dove le vendono al quintuplo del prezzo iniziale. Voi nazzareni, voi cristiani intendo, strillate tanto contro noi corsari barbareschi, ma mentre con la mano destra ci combattete, con la sinistra ci riempite di soldi e armi. Senza di voi, noi non esisteremmo; le tre reggenze di Barberia sarebbero già disabitate e in miseria! Ma i rinnegati che vengono dai Paesi cristiani, l’Italia, la Grecia, la Francia e la Spagna, sono solo la nostra facciata. La carne e il sangue della pirateria e della guerra di corsa, invece, vengono dal profondo nord delle nazioni vostre, dal buio e dal freddo dell’Inghilterra, dell’Olanda, della Lega Anseatica. È così, e sempre così sarà. E poi diciamocelo: voialtri non avete la più pallida idea della povertà delle terre di Maometto. Per riscuotere le tasse, i reggenti devono inviare nell’entroterra interi eserciti, fino ai villaggi dei beduini, che li accolgono sparando dalle dune con gli archibugi. Senza i soldi di voi nazzareni, e senza l’odio che vi divide, non ci sarebbe salvezza! Fino a poche ore prima della vittoria di Lepanto, ancora stavate litigando tra di voi. Poche ore dopo il trionfo, litigavate di nuovo. Venezia, la cristiana Venezia (almeno a parole), è tutta contenta se le navi barbaresche affondano i galeoni spagnoli. La Spagna, la cattolica Spagna, o almeno così si fa chiamare, gioisce se i Turchi strappano ai veneziani Candia, la Morea o Corfù. Dove credete che i mercanti di Barberia vadano a rivendere i prigionieri di guerra e le merci che hanno rubato in giro per i mari? Ma è ovvio: ancora a Livorno, a casa di voi italiani, anzi di noi italiani, i più furbi di tutti.»
«Be’, noi francesi non cediamo al tradimento altrettanto facilmente», intervenne Guyetus, il vecchio latinista parigino.
«Balle», lo mise a tacere il barbaresco. «Il vostro re Francesco, primo di questo nome, si alleò con Solimano il Magnifico contro l’imperatore Carlo d’Asburgo formando l’Empia Alleanza: il nome l’avete inventato voi nazzareni. Tra voi nazzareni suscitò scandalo questo patto, eppure venne rinnovato per dodici volte sia dai successori del Sultano che da quelli di Francesco. Città italiane, come Nizza in Liguria, vennero assediate da truppe turche e francesi insieme; e foste voi francesi a progettare un’insurrezione a Napoli con l’appoggio turco.»
«Vedo che tra un arrembaggio e l’altro ti diletti di storia», notai ironicamente.
«Io non mi diletto di un bel nulla: quel poco che so, lo avete appena udito. Me lo ha insegnato Alì Ferrarese, il mio capitano, che nei suoi anni di carcere ha avuto infinite discussioni con gli Inquisitori di Palermo, e per rispondere ad accuse ingiuste ha dovuto invocare ogni argomento, anche fatti vecchi di secoli. Ma una cosa l’ho ben chiara in testa: quando fa comodo, o quando c’è di mezzo la fame, tutti sono disposti a tradire: ricchi e poveri, spagnoli e francesi, tedeschi e inglesi. Lo dico perché sono italiano, e noi italiani siamo maestri in quest’arte, quindi so di cosa sto parlando.»
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3° BRANO, dopo la pausa, verso le ore 15:
DIALOGO, o, per dir meglio, interessante litigio sul celeberrimo Galileo Galilei
Durante la marcia attraverso il bosco dell’isola di Gorgona, sul Mar di Toscana, dove avevamo fatto naufragio, i tre strani individui barbuti che avevamo incontrato scrutavano taciturni il nostro drappello.
I loro sguardi erano fissi in particolare su Gabriello Nodeo, il bibliotecario del cardinal Mazzarino, e su Caspare Scioppio, l’anziano erudito tedesco. Scioppio veniva trasportato a spalle da Kemal, il pirata calabrese nostro prigioniero, e faceva pensare a un pappagallo spennacchiato sopra al trespolo.
Forse i tre barbuti stavano soppesando in cuor loro chi tra i nostri compagni fosse il più degno di ricevere il tesoro che cercavamo disperatamente, se davvero, come sospettavamo, tra loro tre si celava il misterioso monaco Philos Ptetès, il custode dei manoscritti inediti del grande umanista Poggio Bracciolini.
Nessuno osava parlare; era come se ognuno aspettasse che fossero altri a far la prima mossa. Di certo tutti pensavano: e se uno degli isolani barbuti fosse davvero Philos Ptetès? Mi riterrà degno di ricevere il suo tesoro, se ora dico qualche farfalloneria?
Scrutavo io stesso i barbuti: se uno di loro era il monaco, allora sapeva nascondere alla perfezione il suo segreto, dietro allo sguardo vacuo e leggermente ebete che accomunava quei tre strani individui.
Alla fine si decise a rompere il ghiaccio Caspare Scioppio:
«Senti un po’: il tuo amico Galileo Galilei …», disse rivolto a Nodeo.
«Perché dici che Galileo era mio amico?» lo interruppe Nodeo sospettoso.
«Lo sanno tutti che sei andato a studiare a Padova solo per arruffianarti Galileo, che insegnava lì. Tu sei attratto dalle persone di fama», insinuò Scioppio buttando un’occhiatina ai tre barbuti, per vedere come reagivano.
«Caro Caspare, come diceva Plinio, “il più retto d’animo lo reputo il più degno della mia fiducia”. E tu di fiducia ne meriti meno di uno scarafaggio. E poi anche tu conoscevi Galileo. Ti sei impegnato in suo favore. Hai parlato bene di lui al Papa. Hai giurato e spergiurato che non scriveva in contraddizione con le Sacre Scritture, e per un po’ sei perfino riuscito a proteggerlo. O sbaglio?».
«Anzitutto la frase di Plinio che hai citato non era di Plinio, bensì di Tacito, ma ti perdono perché l’hai citata a pappagallo da Giusto Lipsio; e non negare. Ti ho beccato perché anch’io ho letto il libro di Lipsio sulla Dottrina civile, nel quale c’è appunto lo stesso errore da asini. A parte questo, confesso che quanto dici è vero. Ho cercato di aiutare Galileo. Però poi ho capito la verità.»
«Anch’io so la verità. Galileo non fu solo una persona di fama, come lo chiami tu. Fu un grande genio.»
I tre barbuti stavano ben attenti alla conversazione. Forse ringalluzzito dalla possibilità di far finalmente bella figura col misterioso Philos Ptetès, Gabriello Nodeo gettò uno sguardo allusivo a quegli enigmatici individui ed esordì partendo da quanto anche i bambini sanno, e cioè che Galileo Galilei aveva puntato per primo verso il cielo il cannocchiale, ch’era fin allora strumento per marinai, e aveva confermato la teoria rivoluzionaria del famoso Niccolò Copernico, secondo la quale è la Terra a girare attorno al Sole, e non viceversa. E aggiunse che qui erano iniziati i suoi problemi.
Il barbuto più alto rispose subito, incuriosito: «Dite, dite: quali problemi? »
La storia di Galileo era così nota che quella domanda aveva tutta l’aria di una trappola; Nodeo ammutolì un istante, occhieggiando circospetto il suo interlocutore, poi proseguì con cautela: «Nella Bibbia il profeta Giosuè dice “Fermati, o Sole!” Quindi dev’essere il Sole a girare attorno alla Terra, altrimenti le Sacre Scritture sarebbero mendaci. Galileo urtò quindi contro una materia di Fede, e ciò fece la sua rovina. Venne processato due volte, minacciato col carcere e la morte, in ultimo dovette abiurare. Ma nel Dialogo sopra i massimi sistemi, e in altre sue opere, ha potuto mettere per iscritto le sue scoperte e le sue libere convinzioni, derivate dall’esperienza, che hanno dato la nascita alla Scienza moderna».
Nodeo chiuse il discorsetto alzando l’indice al cielo, al modo d’un rètore della Roma antica. Aveva parlato con tale slancio che i tre barbuti si lasciarono sfuggire un mormorio di ammirata approvazione. Caspare Scioppio invece, sempre appollaiato sulle spalle di Kemal, lo osservava con fare scettico. Infine sibilò con tono disgustato:
«Il solito senzadio della malora, e anche bugiardo»,
«Che vuoi dire?».
«Gabriello, lo sai benissimo. Non mi far sprecare fiato. Da Copernico a Galileo ci sono novant’anni. In quel periodo si sono susseguiti ben undici Papi, e nessuno di loro ha fatto obiezioni contro Copernico, anzi spesso l’hanno persino appoggiato!»
Uno dei barbuti intervenne con tono stupito: «Ma davvero?». Scioppio proseguì:
«Ma certo! Basti pensare che Gregorio XIII completò sessant’anni fa la riforma del calendario basandosi proprio sulle Tabulae prutenicae, cioè le tavole costruite con le teorie di Copernico!»
«Uuuuuh!» esclamò il barbuto con enfasi.
«Per i Papi l’importante è che i calcoli di Copernico permettano l’esatta misurazione del tempo e dei moti dei pianeti. Guardano a quei calcoli, insomma, come ad artifici con scopo pratico. Il primo che ha attaccato Copernico è stato Lutero, che lo ha chiamato “astrologo improvvisato”, e ha detto che la sua teoria era “pura follia”».
«Sei proprio il classico papista, Caspare. Sta’ a vedere che adesso la colpa è di Lutero e che la Chiesa non c’entra nulla…».
«E invece è così, caro mio, mi spiace per te. Melantone, il tirapiedi di Lutero, si oppose alla teoria di Copernico con gli stessi argomenti che la Chiesa di Roma ha usato ottant’anni dopo per far abiurare Galileo. Quindi il primo e vero nemico di Galileo non fu la Chiesa cattolica di Roma, come dici tu caro Gabriello, ma quella riformata di Germania».
I tre barbuti si scambiarono uno sguardo di approvazione; Scioppio registrò soddisfatto il colpo messo a segno, indifferente al povero Kemal che con fatica da belve continuava a portarlo in groppa, mentre lui si sbracciava per sottolineare questa o quella frase.
«È una storia davvero interessante!» commentò un barbuto con giuliva spontaneità; «I due miei amici qui presenti vi pregano di continuare. Sapeste come ci si annoia da questi, specie d’inverno. Incontrare dei cavalieri così loquaci come le signorie vostre è una fortuna incomparabile!».
Delle due, l’una: o quella richiesta era un fior di candore, uscito dalla bocca d’uno spirito semplice, segregato su un’isola sperduta; oppure era un capolavoro di dissimulazione, se chi l’aveva pronunciato sapeva qualcosa di Philos Ptetès. Ma non c’era verso di veder chiaro, per il momento: la grottesca vicenda in cui ci eravamo impegolati doveva fare il suo corso. Caspare Scioppio tornò per un’ultima volta all’attacco:
«Mentre Galileo era sotto processo, papa Urbano VIII faceva di tutto per aiutare Keplero, altro copernicano, ad avere una cattedra universitaria a Tubinga. Poi benediceva la fondazione della facoltà di Scienze naturali a Salamanca, in Spagna, dove si insegnava la dottrina di Copernico. Quindi vedi che il Papa non era affatto contrario all’idea che la Terra giri attorno al Sole. Al contrario.»
«Ma andiamo! Allora spiegaci tu: è vero o no che il Papa ha condannato Galileo? Oppure ce lo siamo tutti sognato?».
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4° E ULTIMO BRANO, prima della relazione di Gunnar Heinsohn:
Prese la parola Caspare Scioppio, che non vedeva l’ora di spiegare a tutti noi chi fosse il grande Giuseppe Giusto Scaligero, cittadino onorario della Repubblica delle Lettere, colui che tutti chiamavano con un titolo quasi minaccioso: il Signore del Tempo.
Scaligero aveva compiuto il miraggio inseguito da schiere di sapienti: rimettere ordine nella Storia universale del genere umano. Prima di lui infatti i singoli popoli (Romani, Greci, Ebrei, Egiziani, Caldei, Siriani, Arabi, Persiani e così via) avevano ognuno la propria storia, le proprie date e il proprio calendario. Che anno era per i Giudei quando a Roma regnava Cesare Augusto? E che data era per gli Arabi quando salì al trono Ramsete II? L’anno, il mese, la settimana, erano uguali per Platone e per Ciro il Grande? Che diavolo intendeva dire Aristotele quando parlava del mese di Boedromione?
Risolvere tali enigmi non era un mero gioco: significava stabilire una volta per tutte in quale anno dalla morte di Nostro Signore Gesù Cristo era stata combattuta questa o quella grande battaglia, quando era morto questo o quell’imperatore, oppure chiarire da quando esistevano interi regni e civiltà, insomma mettere ordine in secoli di storia e preparare i calendari per l’avvenire. In una parola: dominare il Tempo, e diventarne il Signore.
Dopo anni di calcoli, Scaligero aveva mostrato i risultati delle sue ricerche in due opere d’indicibile complessità, che solo i dotti fra i dotti erano in grado di comprendere: il Thesàurus Tèmporum e la Emendàtio Tèmporum.
Ma nella Repubblica delle Lettere nessuno può fare un passo senza essere sorvegliato da colleghi e concorrenti. Il nostro amico Caspare Scioppio, intelletto sopraffino, aveva passato al setaccio vita e opere di Scaligero e aveva fatto una serie di interessanti scoperte.
Per risolvere il rompicapo della Cronologia Universale, Scaligero aveva dovuto cercare di decifrare il funzionamento del calendario più importante, quello della Grecia antica. Con mossa astutissima e truffaldina, il buon Giuseppe Giusto aveva tagliato la testa al toro. I Greci usavano misurare gli anni con la serie delle Olimpiadi, ma non ne era stata tramandata una lista completa. Scaligero aveva quindi pensato d’inventarla lui stesso. Aveva preso alcuni passi dello storico greco Flegone, li aveva impastati con altro materiale e aveva pubblicato una lista delle Olimpiadi spacciandola per un originale greco. Ci erano cascati tutti, esperti e principianti.
Quando poi aveva cercato di unificare tra loro i calendari egizi, arabi e babilonesi, aveva agito da vera volpe. Aveva utilizzato tranquillamente fonti storiche dubbie o poco chiare, come gli antichissimi e nebulosissimi storiografi Beroso e Manetone; aveva tratto conclusioni senza avere prove sufficienti, o senza averne affatto; aveva plagiato opere altrui, e forzato gli antichi storici a dire ciò che non volevano, nascondendo invece ciò che non gli faceva comodo. Alla fine Scaligero il Signore del Tempo e Scaligero il Truffatore si erano confusi in una persona sola, e cioè il secondo dei due.
Era riuscito a gettare fumo negli occhi a tutti con la tecnica astuta di impressionare il lettore, e impressionarlo a tutti i costi. Una tecnica che aveva appreso dal padre.
Giuseppe Giusto infatti era figlio di Giulio Cesare Scaligero, anche lui dottissimo, e celebre in Francia, dove era espatriato, soprattutto per aver annunciato per tutta la vita mucchi di opere filosofiche importantissime, che poi però non aveva mai scritto. In quelle che aveva scritto davvero, per dimostrare i suoi ragionamenti rimandava con citazioni vaghe e fumose ad altri suoi scritti, senza mai far capire bene quali: li chiamava con nomi altisonanti come Exercitatiònes Nòbiles, Orìgines, Exercitatiònes Exotéricae e così via. In realtànon erano libri, ma solo gli appunti che ammucchiava giorno dopo giorno. Il padre del Signore del Tempo era abilissimo a costruire i suoi trattati su problemi generali e vaghissimi, come ad esempio il concetto di causa, e ad ammassarvi intorno una nebbia di considerazioni e problemi che alla fine restavano senza soluzione: di questo magma, con cui imbrattava migliaia di pagine, nessuno sapeva farsi una visione d’insieme, ma proprio per questo intimidiva ed azzittiva chiunque. Scaligero padre elencava le sue opere sotto un titolo diverso da quello reale, oppure quelle rimaste allo stadio di abbozzo, o perfino solo di idea, o infine dava un titolo separato a qualche capitolo di un suo vecchio libro, in modo da far credere che fosse un’opera nuova. I francesi, che sono un popolo di cuore candido, lo adoravano.
E a chi lo criticava rispondeva con lazzi, insulti, calunnie e sputi in faccia. Giulio Cesare era insomma l’esempio migliore dell’italiano peggiore: furbacchione, arronzatore, maneggione, fanfalucco, canaglia, fregaiolo, testadura, malignetto, bastian contrario, sciagurato, odiatore, vigliacco, sovversivo e succhiasangue.
Poi Scioppio era passato a studiare la biografia che Scaligero junior aveva scritto di papà Giulio Cesare, e aveva scoperto che conteneva la bellezza di 400 bugie. Infatti i due Scaligero si proclamavano discendenti della nobile famiglia Della Scala di Verona, quella del famoso Cangrande della Scala, al cui servizio era stato perfino Dante Alighieri. Papà Giulio Cesare era così fiero dei suoi natali illustri che accampava pretese dinastiche sul Ducato di Verona. Peccato che anche questa fosse una sfilza di sfacciatissime frottole.
Il vero cognome di Giulio Cesare, e quindi di tutta la famiglia, non era Scaligero bensì Bordone, che deriva dal latino burdo cioè “peso”, cosa che rivelava la discendenza da qualche miserabile facchino. Altro che i Della Scala di Verona!
Alle accuse di Scioppio Scaligero figlio rispose chiamandolo sodomita, cane della grammatica e altre espressioni poco urbane. Gli amici e allievi di Scaligero, tra cui il celebre Hensius, ribatterono a loro volta con interi libri pieni di insulti, compresa la storia secondo cui il padre di Scioppio aveva fatto il becchino, e segava i piedi ai morti che non entravano nella bara.
Alla fine il loro scontro si era ingigantito fino a dimensioni europee: partigiani di Scaligero (calvinisti) e Scioppio (cattolici e Gesuiti) si sbranavano da un paese all’altro usando carta e penna, mentre la Repubblica delle Lettere assisteva rabbuiata e impietrita.
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